Il futuro del Kosovo, il conflitto con la Serbia e il sogno dell’UE

Si parla tanto di Kosovo in questi giorni, un Paese che fa ancora fatica a essere pienamente riconosciuto e che è stato usato da Putin nella sua narrazione della guerra contro l’Ucraina.


Mentre ancora continua a fare i conti con il conflitto irrisolto con la Serbia, e fatica a essere pienamente riconosciuta, la piccola Repubblica del Kosovo, situata al centro dei Balcani, è tornata sulla scena politica internazionale, usata da Putin per giustificare ulteriormente l’attacco all’Ucraina. Una mossa che mette in pericolo il futuro già incerto del Paese.

Sin dall’annuncio della guerra del 24 febbraio, infatti, il Cremlino ha paragonato il caso dell’Ucraina a quello del Kosovo, evidenziando le analogie che intercorrono fra la guerra in Jugoslavia e le due regioni dell’Ucraina dell’est che sono state da poco riconosciute dalla Russia. Secondo la visione di Putin, la NATO ha inventato un finto genocidio in Kosovo per poter legittimare il suo intervento militare, che è la stessa strategia che sta portando avanti lui stesso.

Così come la Nato aveva deposto Milosevic in Serbia, in questo stesso modo, adesso, Putin vorrebbe prendere il comando dell’Ucraina. Molti sostenitori di Putin hanno sottolineato l’ipocrisia dell’occidente che ha supportato l’indipendenza del Kosovo mentre adesso condanna l’indipendenza delle regioni ucraine.

Dall’altra parte, il primo ministro del Kosovo Albin Kurti ha ricordato in questi giorni come la stessa Serbia avesse utilizzato la minoranza serba che viveva in Kosovo come pretesto per attaccare il Paese e attuare il genocidio contro i kosovari albanesi. Mentre le tensioni si acuiscono, i kosovari spengono la televisione per non ricordarsi di quello che è accaduto nella loro terra non tanti anni fa.

Il Kosovo rimane infatti ancora oggi una terra divisa in due e il suo futuro è fermo in un limbo tra la contesa con la Serbia e il sogno dell’Unione Europea. Per poter entrare a far parte dell’Unione Europea, i due Stati balcanici dovrebbero prima risolvere il conflitto tra di loro, così come stabilito dai “criteri di Copenhagen Plus”  di Bruxelles, firmati nel 2006, per poter entrare a far parte dell’Unione. 

Proprio ad inizio febbraio alcuni rappresentanti dell’Unione Europea e degli Stati Uniti si sono riuniti a Pristina, Kosovo, con lo scopo di sollecitare i due Paesi balcanici a risolvere le tensioni correnti e a riprendere i negoziati. I trattati sono già iniziati 11 anni fa ma i passi fatti per risolvere il conflitto Serbia-Kosovo non sono ancora stati sufficienti. Miroslav Lajcak, l’inviato speciale dell’Unione Europea, ha affermato: «Vogliamo vedere il Kosovo e la Serbia voltare pagina, lasciarsi il passato alle spalle e normalizzare le relazioni».

Il Kosovo è un Paese che è riuscito ad ottenere l’indipendenza soltanto in tempi recenti, nel 2008, dopo una sanguinosa guerra con la Serbia iniziata il 28 febbraio di 24 anni fa e che ha visto morire più di 10 mila civili. Nonostante ciò, ancora non viene riconosciuto come Paese indipendente da tutte le nazioni, tra cui la Serbia, che cerca il supporto della Russia e della Cina per potere controllare quelle zone.

Più di 100 Paesi nel mondo hanno riconosciuto il Kosovo, ma cinque Paesi UE ancora non lo ritengono un vero Stato, ovvero la Romania, la Grecia, Cipro, la Slovacchia e la Spagna. Il mancato riconoscimento deriva anche dalle critiche verso la NATO, che per la prima volta era intervenuta in una guerra bombardando l’ex Paese della Jugoslavia per 78 giorni prima della ritirata della Serbia. 

Il Kosovo conta la popolazione più giovane d’Europa: l’età media nella capitale è di 28 anni. Inoltre, circa la metà della sua popolazione ha meno di 25 anni. A causa dell’instabilità politica e della disoccupazione, molti giovani sognano di trasferirsi nell’Europa occidentale, in cerca di opportunità. Un primo cambiamento è arrivato nel 2021 durante le elezioni, in cui gli elettori hanno chiesto nuove riforme e un avvicinamento agli accordi con la Serbia.

Nel marzo del 2021 il Kosovo ha eletto il nuovo primo ministro, Albin Kurti, il cui partito, Vetevendosje, è stato il più votato. Proprio da lui stanno partendo nuovi progressi per potersi avvicinare agli accordi con la Serbia, sebbene inizialmente si fosse opposto alla creazione di un agglomerato di cittadine serbe all’interno del Kosovo, qualche anno fa. Infatti, la maggior parte della popolazione del Paese è di etnia albanese, ma nel nord risiedono circa 120 mila cittadini di etnia serba. Il suo operato finora vanta anche una crescita economica e un alto tasso di vaccinazioni effettuate.

Particolarmente significativo in questi giorni è il discorso di Vjosa Osmani-Sadriu, la presidente del Kosovo che ha accusato il presidente russo Putin di sfruttare la Serbia, sua alleata, per destabilizzare la regione dei Balcani. La Russia è uno di quei Paesi che non hanno ancora riconosciuto il Kosovo e anzi si è sempre opposto al suo eventuale ingresso nella NATO e nell’Unione Europea, la stessa visione nei confronti dell’Ucraina. 

«Oggi il Kosovo, la regione e tutto il mondo deve affrontare i pericoli causati dalle aggressioni della Russia», ha dichiarato la presidente Osmani-Sadriu durante il discorso per celebrare i 14 anni dall’indipendenza del suo Paese, il 17 febbraio scorso. 

Vjosa Osmani-Sadriu

Osmani ultimamente ha usato toni più duri anche per rifiutare la creazione di una comunità di cittadine serbe nel Paese. La presidente vorrebbe evitare ciò che è successo in Bosnia-Herzegovina, con l’istituzione della Repubblica Srpska, a maggioranza serba, con una probabile divisione del Paese. Ha accusato anche l’Unione Europea per non aver utilizzato lo stesso approccio con la Serbia e il Kosovo, trattando il primo come un “bambino viziato”. «L’Unione Europea deve obbligare la Serbia a sottostare agli accordi», ha evidenziato la presidente Osmani. 

Di recente, approfittando della guerra in Ucraina, il ministro della difesa Armend Mehaj ha chiesto di accelerare il processo per entrare a far parte della NATO. «L’entrata nella NATO è un bisogno immediato per garantire sicurezza e stabilità nella regione, mentre l’Europa e il mondo affrontano una vera sfida di sicurezza». Queste le parole del ministro dopo il rifiuto della Serbia di unirsi alle sanzioni contro la Russia. 

Attualmente nel Kosovo vi sono 3800 soldati NATO e dei Paesi che ne fanno parte, che rappresentano le forze di pace come parte della missione che fu lanciata nel 1999. Inoltre, prima dello scoppio della guerra, Il Kosovo si era ritrovato al centro di una polemica quando l’Unione Europea aveva annunciato di voler rinnovare la casa in Kosovo di Xhafer Deva, ex Ministro degli Interni durante la seconda guerra mondiale, schierato con la Germania. Il progetto di restauro era stato annunciato dal Development Programme delle Nazioni Unite (UNDP) con l’intento di «unire la comunità usando l’eredità culturale come strumento di dialogo inter-comunitario». 

Secondo la relatrice del Kosovo per l’Unione Europea, Viola Von Cramon, non ci deve essere posto per il revisionismo della seconda guerra mondiale e per la negazione dell’Olocausto. Anche l’ambasciatore tedesco a Pristina ha espresso i suoi dubbi sul restauro, evidenziando l’importanza di non distorcere la verità riguardo ai crimini di guerra commessi dai nazisti e dai loro collaboratori, tra cui appunto anche Xhafer Deva. 

Dunque, il Kosovo oggi rimane una realtà divisa in due ma con l’unico scopo di poter continuare a svilupparsi ed essere riconosciuto a tutti gli effetti come una Repubblica indipendente. Adesso, spinti dalle recenti richieste di Georgia e Moldavia, il partito d’opposizione LDK ha da poco invitato il parlamento ad inviare anche la propria candidatura per far parte dell’Unione Europea e accelerare le pratiche. Con la minaccia della Russia che incombe sull’Europa, la presidente Osmani-Sadriu ha chiesto un rinforzo delle truppe NATO nel nord del Paese, per poter assicurare che il Kosovo possa davvero avere un futuro.


Matilde Mancuso

Classe 1995. Appassionata di letteratura, diritti umani, cinema e musica, nella mia vita non può mancare una tazza di tè e il prossimo viaggio programmato.