Salario minimo, un dibattito politico-accademico ancora in corso

Quella del salario minimo è una delle materie più dibattute che abbraccia l’economia nel suo complesso e può essere analizzata sotto diverse prospettive.


Gli studi che riguardano il salario minimo e i suoi effetti sull’economia, costituiscono uno degli ambiti politico-accademici di maggiore discussione e il suo dibattito comincia già nel secondo dopoguerra. 

Lunghe e complesse sono anche le misure con cui può essere applicato. Esse variano dagli sgravi fiscali, al carico pieno sui datori di lavoro, attraverso legge o contrattazione collettiva o in modo mascherato per mezzo di un “reddito di cittadinanza”. Anche la sua ragion d’essere va valutata cercando di capire se è efficace come politica redistributiva, quali altri vantaggi offre e su chi gravano i costi della sua introduzione.

La base concettuale su cui ogni ragionamento sul salario minimo si fonda è quello della contrattazione fra domanda e offerta di lavoro. I teorici dell’economia classica sostenevano come, lasciando il mercato libero di agire, si sarebbe ottenuto un salario di equilibrio in cui fosse stata del tutto assente la disoccupazione e con un equilibrio fra domanda e offerta di lavoro

L’introduzione di un salario minimo incide “artificialmente” su questo equilibrio spostando più in alto il livello del salario e, al contempo, creando una fetta di disoccupati legata alla differenza di popolazione occupata nello scenario con salario da “concorrenza perfetta” e la popolazione effettivamente impiegata in presenza del salario minimo. Rendere i salari “appiccicosi”, però, limitandone la fluttuazione verso l’alto o verso il basso, avrebbe peggiorato le condizioni di equilibrio, alimentando la disoccupazione. 

Il problema di questo approccio teorico è che quel mercato di concorrenza perfetta tra fattori produttivi, semplicemente non esiste empiricamente. I salari non fluttuano liberamente perché è difficile che i lavoratori accettino una riduzione di salario o un peggioramento delle condizioni di lavoro, in particolare in presenza di robuste organizzazioni sindacali in grado di contrastare le politiche salariali aggressive. 

In parte questo problema è aggirabile attraverso l’illusione monetaria, cioè con l’impatto che l’inflazione comporta sul livello dei prezzi: potenzialmente, infatti, a parità di salario, può essere avvenuta una riduzione del potere di acquisto e, quindi, una diminuzione del salario reale determinata dall’inflazione.

Anche il concetto generale di mercato del lavoro, da noi considerato, non è così semplice da definire: esso è il luogo di incontro fra domanda e offerta di lavoro, ne abbiamo già brevemente accennato in precedenza, da cui si ottiene un equilibrio. In questo mercato i lavoratori hanno l’interesse a migliorare le proprie condizioni e quindi incrementare il proprio salario; i datori di lavoro, al contrario, hanno l’interesse a comprimere il salario dei lavoratori per incrementare il proprio profitto. 

In realtà, però, il lavoro non è una merce come le altre, i lavoratori non sono interscambiabili a causa dei differenti livelli di competenze possedute da ciascuno e della capacità, nel concreto, di adattarsi al lavoro. Proprio in base alle competenze è possibile diversificare la manodopera, cioè quella componente di lavoro subordinato, in più o meno qualificata: come è facilmente intuibile, la forza di contrattazione nei confronti dei datori di lavoro varia in base al livello di qualificazione posseduta dai lavoratori e determina livelli salariali diversi. 

Ecco che le competenze (le “skills” innate o il grado di istruzione) sono determinanti e creano di fatto una segmentazione della manodopera e, anche, del mercato del lavoro. L’introduzione di un salario minimo ha effetti sostanzialmente differenti su questi segmenti, con un costo maggiore in termini di disoccupazione quasi esclusivamente sulla parte della manodopera meno qualificata. 

Anche i suoi vantaggi, intesi come incremento salariale, incidono in modo diverso sui vari segmenti del mercato del lavoro, condizionando, in misura quasi inesistente, il livello della manodopera più qualificata e investendo concretamente quello della manodopera meno qualificata. 

In sintesi, è effettivamente vero come il salario minimo dispieghi quasi totalmente i suoi effetti nel settore di manodopera meno qualificata, riversando su di essa sia i suoi vantaggi, in termini di aumento del potere di acquisto e di eventuale redistribuzione del reddito, sia i suoi svantaggi, nei termini di una eventuale maggiore disoccupazione. 

Alcuni autori sottolineano come, in realtà, la caduta in termini occupazionali non avvenga in modo assoluto, ma con una crescita più lenta dell’occupazione a seguito dell’introduzione del salario minimo e coinvolga, ancora una volta, in modo marcato quel segmento del mercato del lavoro a qualifica inferiore. 

salario minimo lavoro

Infine un grosso dibattito si è sviluppato sugli effetti secondari dell’introduzione del salario minimo, in particolare per quel che concerne la crescita del lavoratore. Una parte della letteratura – e, fra questi, anche Daron Acemoglu – sottolinea come l’introduzione del salario minimo spinga sia il lavoratore che le aziende a migliorare il livello dei propri dipendenti a bassa qualifica e lo dimostra empiricamente con una serie di studi e analisi.

Parte del tentativo di migliorarsi da parte del lavoratore può essere determinato proprio dall’effettivo aumento della disoccupazione nel settore della manodopera più basso, a seguito dell’introduzione del salario minimo, per cercare di sfuggire alla condizione di potenziale disoccupazione. 

Nonostante le evidenze empiriche, e i ricchi apporti nella letteratura, altri autori sottolineano come questa spinta verso il miglioramento della propria qualifica professionale non sia del tutto evidente o effettivamente correlabile. In ogni caso, una valutazione degli effetti secondari – di quelle che potremmo definire delle esternalità positive, in particolare riguardo il miglioramento della propria istruzione e della propria qualifica professionale – risulta necessaria per comprendere in modo pieno gli effetti dell’introduzione di un salario minimo. 

Anche la dimensione del salario minimo ha una sua specificità in base allo strumento utilizzato per ottenerlo. Al riguardo, di particolare interesse risulta un articolo di Tito Boeri dove viene dimostrato come, in base al metodo utilizzato per la fissazione del salario minimo, esso varia la sua quantità in termini di potere d’acquisto. 

In particolare, vengono analizzati due modelli di fissazione: quello nel quale il salario è stabilito a livello centralizzato da parte dello Stato e quello che ne stabilisce la dimensione a seguito di contrattazione collettiva fra le parti sociali. Proprio questo studio dimostra come nel secondo caso si ottenga un livello di reddito superiore, probabilmente grazie alla forza che le organizzazioni sindacali riescono a imprimere in sede di contrattazione collettiva. Una forza che, però, risulta più blanda quando viene applicata nei confronti del Governo. 

Analizzando gli effetti redistributivi del salario minimo, cercando di individuare su quale attore concretamente il costo del salario abbia effetto, si può osservare una profonda divaricazione presente a livello settoriale. Nei settori ad alta concorrenza, dove è più difficile “scaricare” il costo dell’aumento salariale sui consumatori, a causa della facilità di sostituzione del prodotto, si assiste in effetti a una riduzione del profitto per coprire l’aumento. Negli altri settori, al contrario, l’aumento salariale tende a “scaricarsi” sul consumatore finale con effetti ridotti dal punto di vista “strettamente” redistributivo.

A prescindere dall’attore su cui pesa l’onere dell’aumento di salario determinato dal salario minimo, l’introduzione di tale strumento tende ad arrestare la continua divaricazione dei redditi a cui si assiste da oltre trent’anni. Questa divaricazione è fondata su una diminuzione o su una stasi del salario reale dei lavoratori a qualifica più bassa e sulla continua crescita della ricchezza dello strato più abbiente della società. 

Infine, una parte del dibattito si è concentrata su come concretamente attuare il provvedimento di un salario minimo. In particolare, alcune idee recenti spingono per predisporlo muovendo da una defiscalizzazione del reddito fino a raggiungere il quantum definito. In questo modo si eviterebbe un aggravio di costo per le aziende e una diretta uscita da parte dello Stato. Il salario minimo si trasformerebbe in una sorta di strumento assistenziale. 

Bisogna, però, tenere bene a mente come in ogni caso lo Stato debba fare fronte a un mancato incasso, nell’ipotesi in cui debba prendere in carico l’onere di coprire la quota mancante di salario minimo attraverso la defiscalizzazione. Questa forma di erogazione andrebbe bene anche nel caso in cui si decidesse di introdurre un salario minimo “mascherato”, attraverso quella forma di welfare state rappresentata dal reddito universale di base o meglio conosciuta nel nostro Paese come “reddito di cittadinanza”. 

Anche il reddito universale di base rappresenta un argine nei confronti dei salari troppo bassi, provocando in modo indiretto una tendenza all’aumento dei salari. Volendo semplificare, esso mette in concorrenza il reddito ottenuto in modo assistenziale con il salario da lavoro, costringendo i datori di lavoro a proporre offerte che almeno eguagliano il sussidio. 

Sulle esternalità del reddito universale si deve meglio indagare, in particolare nel raffronto coi benefici presenti nel salario minimo. Riguardo al reddito universale di base, un ottimo lavoro di chiarimento è stato portato avanti da parte del Financial Times con un video che ne ha messo in luce i principali vantaggi e svantaggi. Anche questa misura potrebbe rappresentare un argine nei confronti della divaricazione della ricchezza e come strumento di contrasto alla povertà o di sostegno in periodi di crisi. 

In conclusione, come è evidente da tutti gli aspetti accennati e in parte approfonditi, quello del salario minimo è un lungo e franco dibattito politico-accademico che è, e probabilmente lo sarà per lungo tempo, ancora in corso. La diffusione di cui questa politica sociale, specialmente negli ultimi anni, sembra godere, in parte ha superato questo dibattito affermandosi in autonomia. 

Non bisogna sottovalutare come nell’Europa dei ventisette una misura sul salario minimo sia presente in ben ventuno Stati e come, seppur ufficialmente assente, in Italia essa sia surrogata attraverso il “reddito di cittadinanza”. 

Anche la lenta diffusione del reddito universale di base sembra convergere verso una nuova politica di welfare state fatta di sostegno al reddito e, quindi, di sostegno alla domanda, i cui reali effetti sul ciclo economico in termini di crescita andrebbero approfonditi. Nel mondo nel quale l’automazione e la riduzione del lavoro sembrano andare di pari passo, probabilmente questi strumenti si affermeranno ulteriormente e costituiranno un argine alla crescita della povertà.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.