Sri Lanka, le violazioni dei diritti umani e il clima di terrore

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I Tamil continuano a essere vittime di gravi violazioni dei diritti umani, in un Paese governato da un’amministrazione riluttante a riconoscere i crimini passati.


In Sri Lanka continuano le violazioni di diritti umani nei confronti della popolazione, in particolare contro i Tamil

Abusi da parte delle forze dell’ordine, arresti arbitrari, violenze, detenzioni illegali e un difficile passato i cui crimini non sono mai stati riconosciuti; l’attuale amministrazione del presidente Gotabaya Rajapaksa è accusata da numerose organizzazioni, attivisti e dalle Nazioni Unite di perpetuare le violazioni nei confronti dei Tamil, di aver indebolito l’indipendenza delle istituzioni del Paese e di aver instaurato un clima di terrore verso i suoi (veri o presunti) oppositori.

Proprio in questi giorni, le violazioni di diritti umani attuali e passate in Sri Lanka sono sotto scrutinio nella 48esima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), che avrà termine l’8 ottobre. 

Accanto al peggioramento attuale della situazione, a 12 anni dalla fine della Guerra Civile, i responsabili dei crimini di guerra commessi rischiano di non essere condannati, e le prove insabbiate da un’amministrazione che continua a ignorare ogni tentativo di riconciliazione, come già affermato da un rapporto di Human Rights Watch lo scorso febbraio.

Una lunga storia di violenze e discriminazioni

I Tamil in Sri Lanka sono stati vittime di numerosissimi attacchi, come quelli del 1958, 1977 e 1983 (quest’ultimo, anno di inizio della Guerra Civile) e le terribili uccisioni di massa del 2009, che secondo un rapporto delle Nazioni Unite hanno lasciato tra le 40mila e le 75mila vittime Tamil soltanto negli ultimi mesi del conflitto.

Una lunga scia di sangue e di violenze che ha legami storici con una discriminazione su base etnica già avviata con il Sinhala Only Act, una legge del 1956 che rimpiazzava la lingua inglese esclusivamente con il singalese, escludendo il 29 per cento della popolazione di lingua Tamil.

Come riportato da Harvard International Review, «attraverso il processo di “Sinhalization” […] la cultura cingalese ha lentamente sostituito quella della popolazione tamil. Monumenti cingalesi, cartelli stradali, nomi di strade e villaggi, così come luoghi di culto buddisti sono diventati più comuni nelle aree a predominanza tamil. Questi sforzi hanno violato, e in alcuni casi persino cancellato, la prospettiva tamil sulla storia dello Sri Lanka, così come gli elementi tamil e indù della cultura del Paese».

La Guerra Civile in Sri Lanka, durata 26 anni, ha lasciato numerosissime ferite aperte che solo l’amministrazione Sirisena (2015-2019) aveva provato a chiudere, conducendo delle indagini che hanno portato alla rivelazione di prove indiscutibili su violenze, sparizioni forzate e uccisioni durante quegli anni.

La famiglia Rajapaksa, i depistaggi e il clima di terrore

I progressi ottenuti dalle indagini sui responsabili dei crimini di guerra, perpetrati durante la Guerra Civile, sono in serio pericolo dall’elezione nel 2019 dell’attuale presidente Gotabaya Rajapaksa; il suo governo ha condotto una campagna intimidatoria contro attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati e chiunque sia anche minimamente sospettato di essere un oppositore, o di essere impegnato nella ricerca della verità.

Human Rights Watch ha raccontato delle minacce contro famiglie e attivisti impegnati nella ricerca dei colpevoli, e delle responsabilità istituzionali, per i crimini commessi negli ultimi decenni nel Paese. Qui un estratto di una testimonianza raccolta del rapporto di HRW:

«Sono venuti a chiedere chi va alle riunioni. E chi va a Ginevra (per partecipare al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite). Questi sono bambini che sono stati portati via dalle nostre case con furgoni bianchi o che si sono arresi (all’esercito). Questi sono i bambini di cui stiamo parlando. Voglio sapere cosa è successo a mio figlio, se è vivo o morto, e se non è vivo, cosa gli è successo e chi lo ha fatto; se è stato picchiato, se gli hanno rotto un arto».

I “furgoni bianchi” citati sono i mezzi attraverso i quali le forze di sicurezza hanno rapito arbitrariamente migliaia di persone, e fanno parte della tremenda quotidianità delle sparizioni forzate in Sri Lanka. Una pratica che è andata oltre gli anni della Guerra Civile.

Gli abusi della polizia

L’approccio militarista alla tutela dell’ordine pubblico e alla lotta al narcotraffico, specialmente nelle zone a maggioranza Tamil, nonché le continue denunce di morti di persone detenute continuano ad allarmare; una realtà denunciata anche dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, lo scorso gennaio.

Ad oggi, le autorità stanno utilizzando ancora gli strumenti forniti dal Prevention of Terrorism Act (PTA), che permette loro di mantenere in stato di detenzione un prigioniero fino a 18 mesi senza processo per “attività illegali” non specificate.

Come afferma HRW, la legge, introdotta nel 1979, è stata ed è ancora utilizzata «per mettere a tacere le richieste di giustizia nel nord e nell’est a maggioranza Tamil, e per detenere arbitrariamente i musulmani nelle operazioni antiterrorismo».

Un’ulteriore ordinanza introdotta lo scorso marzo ha rinforzato il PTA, permettendo due anni di detenzione senza processo per cause di «disarmonia religiosa, razziale o comunitaria».

Una misura che facilita le violazioni dei diritti delle minoranze (quella dei Tamil su tutti) esponendoli ancora di più al rischio di torture con la scusa di essere soggetti a una «riabilitazione in centri di reintegrazione».

A peggiorare ulteriormente la situazione, l’abuso delle leggi per il contenimento della pandemia da Covid-19, e lo stato di emergenza dichiarato il 30 agosto, che – come riporta Al Jazeera – «permette alle autorità di detenere persone senza mandato, sequestrare proprietà, entrare e perquisire qualsiasi locale, sospendere le leggi ed emettere ordini che non possono essere messi in discussione in tribunale. I funzionari che emettono tali ordini sono anche immuni da cause legali».

Il rapporto di International Truth and Justice Project sulle violenze a 15 Tamil

Il gruppo di attivisti di International Truth and Justice Project ha recentemente pubblicato un rapporto che denuncia e riporta le testimonianze di quindici Tamil vittime di rapimenti, stupri e torture per più di due anni. 

Sei delle quindici vittime hanno raccontato di essere stati rapiti da furgoni bianchi, e successivamente «costretti a inginocchiarsi durante l’interrogatorio, spesso solo in biancheria intima, e sottoposti a ripetute torture, comprese sessioni molto brutali di abuso fisico in stanze appositamente attrezzate per la tortura. Quasi tutte sono state violate sessualmente e allo stesso tempo sono state abusate verbalmente in termini razzisti in quanto Tamil».

Alcuni di loro avevano partecipato a eventi commemorativi della comunità Tamil per i morti e per chi invece è sparito per sempre, mentre altri avevano lavorato come volontari in partiti politici Tamil.


Immagine in copertina di Dhammika Heenpella

Davide Renda

Caporedattore, responsabile "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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