Eutanasia legale: finalmente l’Italia avrà la legge tanto attesa?

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In corso la raccolta firme per il referendum di iniziativa popolare relativo all’eutanasia legale. Superate già le 320 mila firme, nel silenzio della politica.


«Dai conteggi di stamane abbiamo superato le 320 mila firme sul #referendumeutanasia. Nessun commento politico da parte mia adesso. Solo un gran sorriso, con emozione e gratitudine per chi sta rendendo possibile l’impresa».

Con queste parole Marco Cappato, esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha commentato il primo importante traguardo della raccolta firme avviata il 30 giugno e diretta al raggiungimento delle 500 mila firme necessarie per la convocazione del Referendum per la proposta di legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale. 

 Si tratta di un risultato storico, rappresentativo della volontà di un Paese che non ha più alcuna intenzione di rinunciare al questa riforma di civiltà tanto attesa e tanto richiesta. Sono infatti circa quattro decenni che il Parlamento italiano si rifiuta di discutere una legge sul fine vita.

È il 1979 quando viene promossa la prima raccolta firme. Nel 1984 viene depositata la prima proposta di legge dall’ex ministro Loris Fortuna, già padre della legge sul divorzio. Oggi come allora la richiesta era pressoché identica: l’introduzione nell’ordinamento giuridico di norme poste a tutela della dignità del malato e la disciplina dell’eutanasia. Tuttavia, Fortuna muore l’anno dopo, e la sua proposta di legge cade nel dimenticatoio.

A questa seguiranno altre proposte di legge simili, tutte accomunate dal medesimo destino.

II caso di Piergiorgio Welby

Negli anni 2000 qualcosa cambia. A risvegliare l’opinione pubblica ci pensano Piergiorgio Welby e Beppino Englaro.

Piergiorgio Welby, giornalista e attivista, affetto fin dall’adolescenza da distrofia muscolare amiotrofica e dal 1997 attaccato a un respiratore, nel 2001 riaccende il dibattito sull’eutanasia. Welby chiede il diritto di sospendere le cure e di porre fine all’accanimento terapeutico. Lo fa attraverso il suo blog, Il Calibano e attraverso l’Associazione Luca Coscioni, fondata nel 2002 e di cui è co-presidente.

Il 22 settembre 2006 scrive anche al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sperando di veder riconosciuto il proprio diritto. Tutto inutile. Il 16 dicembre successivo il Tribunale di Roma dichiara inammissibile la richiesta dei suoi legali di porre fine all’accanimento teraupetico a casua del vuoto legislativo in materia. Ma Welby non si arrende.

Nell’indifferenza delle istituzioni, forse più interessate a mantenere buoni rapporti con la Santa Sede e a non turbare le anime fragili degli elettori cattolici piuttosto che a garantire la dignità di un suo cittadino, Piergiorgio Welby decide di proseguire per la sua strada. Il 20 dicembre 2006, sotto sedazione, viene interrotta la respirazione artificiale.

Ad accompagnarlo nella sua scelta il medico anestesista Mario Riccio, il quale viene imputato per omicidio e prosciolto due mesi dopo perché “è la volontà consapevole del paziente di voler interrompere la terapia a escludere la rilevanza penale del medico che interrompa il trattamento e riconosce che la volontà consapevole di rifiutare un trattamento sanitario deve essere rispettata”. 

La storia di Beppino Englaro e il dibattito sull’eutanasia legale

La storia di Beppino Englaro è diversa ma non meno coraggiosa. La prospettiva è diversa. Beppino non è malato, non afflitto da alcuna malattia degenerativa. Beppino è padre e lotta per il riconoscimento di una fine dignitosa per la figlia Eluana, in stato vegetativo da 17 anni in seguito a un incidente stradale. Nel 1999 la famiglia Englaro inizia una lunga battaglia giudiziaria per ottenere l’interruzione dei trattamenti medici, in virtù del fatto che la ventunenne avesse in passato manifestato la propria contrarietà all’accanimento terapeutico.

Il caso Englaro alimenta un acceso dibattito politico e nell’opinione pubblica dando luogo a proteste e manifestazioni. Ma non solo. Determina anche quello che viene definito dalla Presidentessa della I sezione Civile della Cassazione, Gabriella Luccioli, «un momento oscuro della politica, la quale intraprese “una ossessiva rincorsa a impedire che una sentenza legittimamente emessa venisse eseguita».

Dopo la sentenza dell’ottobre 2007, che autorizzava l’interruzione dell’idratazione e della nutrizione forzata, va infatti in scena uno spettacolo indecoroso per un Paese democratico e laico. L’allora ministro della Salute Maurizio Sacconi invia un atto di indirizzo alle Regione al fine di vietare alle strutture sanitarie di eseguire la sentenza della Cassazione.

Analoga iniziativa viene promossa dal governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Si rende quindi necessario il trasferimento di Eluana Englaro in Friuli. Ma ancora una volta la politica tenta di bloccare l’esecuzione della sentenza. Il Governo Berlusconi prepara infatti un decreto legge per vietare la sospensione dell’alimentazione assistita a pazienti non in grado di nutrirsi da soli.

Un provvedimento ad hoc per impedire la realizzazione delle ultime volontà della ragazza. Ma stavolta il tentativo fallisce. Il presidente Napolitano si rifiuta di firmarlo in quanto incostituzionale e Berlusconi si dice addirittura pronto a cambiare la Costituzione arrivando ad affermare che Eluana era una persona viva e avrebbe anche potuto “avere un figlio”.

Ma anche stavolta a vincere non è l’ottusità delle istituzioni: il 9 febbraio 2009 il cuore di Eluana smette di battere dopo che 3 giorni prima i medici avevano sospeso l’alimentazione e l’idratazione artificiale che la tenevano in vita.

Le loro storie sono considerate simbolo della battaglia per l’eutanasia legale e per il pieno riconoscimento della dignità umana anche a coloro che sono gravemente malati di patologie irreveversibili, malattie che procurano loro dolori intollerabili. Persone che, ad oggi, non sono libere di disporre della propria vita e sono costrette a rimanere prigioniere di un corpo che non riconoscono più. 

La lunga strada della regolamentazione del fine vita

Grazie alle disobbedienze civili di Marco Cappato e Mina Welby (vedova di Piergiorgio e sua erede nella lotta per ottenere la piena libertà di autodeterminazione anche delle persone malate)  nel 2017 è stata approvata la legge sul Testamento biologico e nel 2019 la Corte Costituzionale ha chiarito che l’aiuto al suicidio (art. 580 del Codice penale) non è punibile nel caso in cui la persona che lo richiede sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. 

Ma la strada è ancora lunga.

Attualmente in Italia l’eutanasia costituisce ancora reato. Rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 del Codice Penale ossia “Omicidio del consenziente”. Il testo referendario, depositato presso la Corte di Cassazione lo scorso 20 aprile dall’Associazione Luca Coscioni, prevede una parziale abrogazione dell’articolo 579 c.p., introducendo il diritto di porre fine alla propria vita con l’aiuto medico, mantenendo le aggravanti nel caso in cui siano coinvolte persone vulnerabili (minori di 18 anni, persone che non sono in grado di intendere e volere, persone il cui consenso è stato estorto).

Nel frattempo qualcosa si muove anche in Parlamento.  A luglio la commissione Giustizia della Camera ha approvato il testo base della nuova legge sull’eutanasia: il testo nasce dall’unione di varie proposte presentate negli anni da diversi partiti politici ed è adesso in attesa di essere calendarizzato.

Tuttavia, a causa dell’eterogeneità del Governo Draghi non sono chiari i tempi di discussione. Non è certo nemmeno se questa questo testo veda effettivamente la luce e non abbia un destino simile a quello che è toccato al ddl Zan.

Bisogna comunque prendere in considerazione che la proposta di legge appena approvata in commissione contiene delle lacune. Marco Cappato, infatti, ha criticato il testo perché esclude di fatto i malati di tumore e perché non prevede la cosiddetta “eutanasia attiva”, cioè  il caso in cui è il medico a somministrare il farmaco necessario a porre fine alla vita del paziente, ancora meno impegnativa per il malato.

Si tratta dunque di una proposta di legge ritenuta eccessivamente circoscritta, soprattutto se confrontata con il testo referendario depositato che  oltre a definire una forma molto più ampia di suicidio assistito, prevede anche la possibilità di avvalersi dell’eutanasia attiva.

Si tratta di una corsa contro il tempo. Le firme necessarie, autenticate e certificate, devono infatti essere raccolte entro il 30 settembre altrimenti «non sarà più possibile in questa legislatura approvare il referendum», come ha ricordato Cappato durante una conferenza a Montecitorio. E se ciò dovesse succedere significherebbe avere nella migliore delle ipotesi «una legge tra, quattro o cinque anni, forse sette-otto anni». 

Non è tollerabile che si perda altro tempo. Lo si deve a Piergiorgio Welby, a Beppino ed Eluana Englaro e a tutti coloro che lottano per vedere riconosciuto il diritto di disporre del proprio corpo e di decidere quando porre fine alla loro sofferenza. 


Immagine in copertina di Marco Gentili

Alessia Lentini

Classe 1993, laureata in giurisprudenza e appassionata di politica. Polemica per natura, scrivere mi aiuta a mettere ordine al mio "caos calmo".

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