I misteri della Grecia antica come modello di educazione

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Occorre tornare a leggere i classici, il mito greco e i suoi misteri antichi, attraverso i percorsi di iniziazione che miravano alla ricerca di sé: i miti costituiscono ancora oggi un insuperabile modello educativo. 


Ancora la Grecia antica, con la sua saggezza e sapienza, la sua mitologia e il suo pensiero, non smette mai di affascinare. Molte sono state le creazioni e idee che ha prodotto. Ma, come disse Cicerone, è stata forse l’istituzione dei «misteri di Eleusi» il suo lascito più prezioso. Grazie a quelli che in terra greca erano i misteri per antonomasia, gli uomini, per loro effetto, si sarebbero affinati ed elevati, passando da uno stato rozzo a una forma degna di ciò che dovrebbe essere l’uomo.

Grazie alle iniziazioni misteriche, sempre secondo Cicerone, noi abbiamo conosciuto i principi della vita nella loro essenza, apprendendo a vivere con gioia e morire con una migliore speranza. I principi della vita, la gioia, un diverso sguardo sulla morte, la consapevolezza dei limiti, e tanto altro: i misteri trasformano dunque l’esistenza e la fanno evolvere. 

Iniziazione, affrontare la morte

I latini chiamavano i misteri e il rito che in essi si celebrava initia. Termine connesso all’atto di inire, “entrare”: si tratterebbe di un ingresso, l’addentrarsi in un’altra dimensione, varcando una soglia. I Greci invece parlavano di teletè, che si lega a tèlos, “compimento”, “fine”, “conclusione”. Tèlos è dunque il pieno sviluppo a cui si può pervenire da una determinata situazione e teletè, l’iniziazione, è un portare a perfezione, una realizzazione piena di tutte le potenzialità insite nell’uomo.

misteri greci eleusi
La tavoletta di Niinnione ritrovata al santuario di Eleusi (IV secolo a.C.).

L’iniziazione dunque è un punto di svolta e che implica un’ascesa. Il nome dei Mustèria, in cui le iniziazioni si svolgono, deriverebbe, invece, da mùo, “chiudere”, “serrare”, in particolare gli occhi, la bocca. Nei rituali di Eleusi, mùesis designava il primo livello dell’iniziazione ed è noto che l’iniziando, da principio, veniva velato, immerso nel buio ed era tenuto a osservare un religioso silenzio.

L’atto di chiudere gli occhi e la bocca è anche un segno di netta discontinuità: lo sguardo e la parola che caratterizzano l’esistenza ordinaria devono essere sospesi e interrotti perché un’altra visione possa aprirsi. Gli occhi di chi non è iniziato non hanno la capacità di vedere e la sua parola è priva di efficacia. Dunque ingresso, inizio, ma anche perfezione, compimento, elevazione, sono modi all’apparenza diversi, ma in realtà del tutto complementari per indicare un passaggio decisivo, assoluto sviluppo.

Rimodellare un uomo con i misteri

Aristotele osserva che gli iniziandi ai misteri non debbono mathèin, “imparare”, bensì pathèin, “subire”, provare un’emozione intensa, in modo da pervenire a un certo stato, a una particolare condizione (Sulla filosofia, fr. 15). Non si tratta di un esercizio di facoltà razionali, ma di un processo che si inscrive, con forza e violenza, nel corpo e nella mente di chi vi si sottopone. Un pathòs che modella, o meglio rimodella l’uomo, imprimendo un tùpos, un’impronta, una forma differente. La vita si manifesta nella sua luce assoluta e nella sua verità: questa “illuminazione” sarebbe – sempre secondo Aristotele – la modalità “misterica” del conoscere.

Quando l’iniziando viene avviato al rito in quel momento perde ogni riferimento, trovandosi a vagare nell’oscurità, in preda alla paura. Nel percorso ci si imbatte in deinà, “cose terribili”, provando brividi. Ma dopo quel momento si manifesta l’illuminazione, le sante visioni (phàsmata), trovando una nuova libertà: la libertà di chi si è liberato di paure e vane attese, trovando un senso diverso del vivere. 

Il momento culminante è ciò che a Eleusi si chiama epoptéia, la “visione” che stabilisce la conclusione del cammino iniziatico. La conoscenza che la visione dispensa è dono di felicità. Il contenuto dei misteri, tuttavia, è àrrheton, indicibile, poiché non è consentito né indagare né rivelare questi riti, proprio perché l’iniziazione è esperienza, è l’intensità di un pàthos che ogni iniziato sperimenta; un pàthos che va oltre la parola e che scarso significato avrebbe se si tentasse di dirlo a chi non ha fatto la medesima esperienza. 

Distruzione dell’identità

Ci sono tanti riferimenti mitici che si potrebbero citare, ad esempio il mito di Persefone, dove si narra lo sparagmòs, lo smembramento della vittima, di cui è vittima il tracotante Penteo, pieno di una violenta e oltraggiosa hybris secondo Dioniso. Nelle Baccanti di Euripide colui che si oppone a Dioniso finisce per essere fatto a pezzi dalle Baccanti. 

Menadi che attaccano Penteo (affresco romano dalla Casa dei VettiiPompei)

Con lo sparagmòs la sua identità viene distrutta secondo un procedimento prima di disorientamento attraverso suoni e visioni e poi quando viene vestito da donna. Sul monte avviene la fine. Quello è il percorso di iniziazione vera e propria, non si tratta di una punizione. Solo che Pènteo rimane smembrato. Questa è la condizione per vedere dionisiacamente la realtà. Dioniso è l’immagine più forte, dopo Demetra e Persefone, della vita indistruttibile, vita a cui si giunge solo attraverso una preliminare perdita di sé.

Oppure ancora si potrebbe parlare dei miti raccontati nel Fedro e nella Repubblica di Platone, e tanti altri. L’iniziazione è l’intensità di un pàthos, o meglio, pàthei màthos, la “conoscenza attraverso la sofferenza” come aveva detto Eschilo, nell’Agamennone, facendo eco alla sapienza misterica. Il richiamo alla salita aspra e difficile esplicita che quanto il prigioniero e la sua guida stanno compiendo è un’anodos, una risalita, ascesa. Dominio infero di spettri e simulacri è l’universo politico-civico, percorrendo la salita lascia alle sue spalle la sfera della dòxa, dell’opinione, pervenendo al regno dell’alètheia, della verità. 

Il vero significato di «educazione»

Ma ogni transito richiede un paziente adeguamento di facoltà e una trasformazione del soggetto stesso affinché si possa agire nella sfera a cui si è pervenuti. Non si dà conoscenza di oggetti diversi se, contemporaneamente, non avviene una mutazione nella natura di chi vuole conoscere. Dopo questo intenso attraversamento dell’antro simbolico, non a caso, il Socrate platonico ragiona sulla paidèia, l’educazione. Che cosa vuol dire formare un’élite che possa rendere meno folle la vita? 

Dice il Socrate platonico che educare non significa trasmettere, con procedura meccanica, discorsi e nozioni agli eventuali destinatari dell’insegnamento, come operano sedicenti filosofi. Come se la conoscenza – quella vera – fosse semplicemente un oggetto inerte trasferibile da un luogo a un altro. Liberare gli uomini dall’ignoranza e dalla prigionia dell’incoscienza significa ridestare in loro facoltà sopite, poteri già insiti nell’anima, ma del tutto inutilizzati.

Educare significa, nel senso più alto, risvegliare una vista interiore, un occhio spirituale, capace di andare oltre le apparenze e delle illusioni dell’antro. Non è questione di contenuti, è piuttosto una pratica, progressiva, che attivi questa “potenza” psichica e l’”organo” a essa inerente, in modo che possano percepire e cogliere dimensioni ulteriori della realtà. 

Occorre periàgein, far girare l’anima su se stessa, affinché si distolga dallo stordente spettacolo del divenire, in direzione di “ciò che è”. Dunque è una vera e propria “arte”, una “tecnica” della periagogè della conversione, che muta la prospettiva dell’anima e la ri-orienta consentendole di vedere quanto, metaforicamente, era sempre stato alle sue spalle.

Per ottenere tale risultato effettivo il soggetto deve lavorare radicalmente su se stesso, su tutte le sue abitudini e il suo stile di vita: deve, attraverso opportuni esercizi, acquisire una diversa conformazione atta a sostenere la nascita di nuove facoltà. E l’impegno deve essere tanto maggiore se il soggetto ha subito, prima in famiglia, e poi nella pòlis, la caverna-città, educazione di segno opposto, gravando l’anima dai “pesi di piombo del divenire”.  Lo scopo è la purificazione, lo studio conta per l’effetto catartico che produce sull’anima, non per mera acquisizione di saperi. Solo così può avere futuro la pòlis.

Ecco dunque come un sapiente gioco intellettuale pieno di saggezza come lo studio dei miti e dei riti misterici greci ci insegna ancora oggi cosa vuol dire educazione, in un cammino pratico che porta alla ricerca di sé, la via che conduce alla felicità e alla libertà, alla consapevolezza. Come recita il motto inscritto nel tempio di Apollo a Delfi, gnōthi seautón, conosci te stesso, riconoscendo la propria limitatezza e finitezza. Attraverso un cammino di sofferenza, di un subire un pàthos intenso, purificando la propria anima. È il cammino per la vera conoscenza. Dunque, il cammino per vivere, perchè tutto ciò che viene prima del processo iniziatico non è vita.


Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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