G8 di Genova, il ricordo dopo vent’anni di impunità

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Vent’anni fa, durante il G8 di Genova, una storica convergenza di idee per un cambiamento globale si trasformò in una gravissima violazione dei diritti umani.


G8 di Genova. Un evento che per la sua importanza e drammaticità è entrato, seppur in modo frammentato e divisivo, nella nostra memoria collettiva. Una memoria che non è legata alla riunione del G8 in sé, il vertice tra le otto potenze più importanti al mondo svoltosi il 20 luglio del 2001, quanto più ai cosiddetti “fatti del G8”, con cui si denota l’insieme di manifestazioni, tumulti e scontri che caratterizzarono i giorni tra il 19 e il 22 luglio 2001 a Genova.

Sui fatti del G8 si è raccontato molto, ma a vent’anni di distanza la memoria dell’evento suscita ancora profondo sgomento, rabbia e una sensazione disarmante. Di contro, può anche stimolarci a riflettere sul perché non riusciamo davvero a distaccarci da quei giorni, che alcuni di noi hanno solo immaginato tramite testimonianze, video, e immagini. 

Probabilmente, una delle ragioni può essere la sensazione generalizzata che quasi nessuno dei responsabili delle inaudite violenze contro i manifestanti sia stato condannato. Al netto delle poche condanne per i fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, la giustizia non è riuscita a dare risposte, e non è difficile tracciare una linea retta tra l’impunità delle forze dell’ordine durante i fatti del G8 ed eventi più recenti.

«Non rimossi, ma promossi»

Ai processi per i fatti della Diaz, alcuni dei funzionari che spaccarono le ossa a decine e decine di persone, e portarono le restanti persone a Bolzaneto, si presentarono promossi a gradi più elevati rispetto al 2001. «Non rimossi, ma promossi»: questa la testimonianza di Lorenzo Guadagnucci, autore di “L’eclisse della democrazia” insieme a Vittorio Agnoletto e tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova, che insieme ad altre 92 persone era presente alla scuola Diaz in quei giorni. 

Non identificabili e con in mano armi non in dotazione, la maggior parte degli esecutori materiali delle inaudite violenze della scuola Diaz prima e della caserma di Bolzaneto poi non furono indagati; non solo, ostacolarono con ogni mezzo possibile le indagini verso gli esponenti della catena di comando della polizia. 

La morte di Carlo Giuliani: «Uno a zero per noi!»

Le forze dell’ordine hanno violato leggi, Costituzione, e i diritti umani. Un filo rosso che lega tutti i giorni del G8 di Genova, non solo a Diaz e Bolzaneto. Agli scontri tra carabinieri e manifestanti in piazza Alimonda, dove morì Carlo Giuliani, non seguì alcuna condanna. Il carabiniere Placanica, che sparò il colpo che uccise Giuliani, fu indagato per omicidio, ma poi prosciolto per uso legittimo delle armi e legittima difesa. 

Secondo i periti, il colpo fu sparato verso l’alto, rimbalzò su un sasso lanciato dai manifestanti e colpì Giuliani: una ricostruzione che ancora oggi è contestata dalla famiglia di Carlo Giuliani.

Nelle 26 telefonate che gli avvocati delle parti offese presentarono ai processi per i fatti della Diaz, si possono sentire delle conversazioni tra i poliziotti e la centrale. In una tra due funzionari di polizia, una donna disse al collega, «Uno a zero per noi!» e «speriamo che muoiano tutti», in seguito alla morte di Carlo Giuliani

La prescrizione per i reati della Diaz

346. Questo il numero dei poliziotti che fecero irruzione alla scuola Diaz. 149, il numero dei carabinieri che circondarono l’istituto. 28, quelli andati in giudizio, e solo 25, dopo la conferma della Corte di Cassazione, condannati per falso aggravato.

La polizia piazzò delle molotov nella scuola, per poter accusare le stesse 93 persone presenti di essere individui violenti o famigerati black bloc.

Nessuna condanna per lesioni gravi (reato ormai prescritto) e per tutte le violenze di quella che Amnesty International definì come «una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea», che negli anni ha condannato «impunità diffusa, pene inadeguate rispetto alla gravità dei reati commessi, promozioni e rientri in servizio, scuse tardive e la mancata piena assunzione di responsabilità» per quanto accaduto a Genova.

“Benvenuti ad Auschwitz”. Le (mancate) condanne per i fatti di Bolzaneto

Sono 45 gli imputati che andarono a processo per le violenze avvenute dentro la caserma di Bolzaneto, per un totale di 120 capi d’imputazione. 

Accusati di violenze fisiche, psicologiche, mancato rispetto dei diritti fondamentali tra i quali permettere ai fermati di nominare un difensore. In piedi con le mani alzate, tra frasi come “Benvenuti ad Auschwitz”; “Viva il Duce”, “Viva la polizia penitenziaria”.

Il 14 giugno 2013, una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione confermò la prescrizione dei reati per 33 imputati, la condanna di 7 e l’assoluzione di 4. Oggi alcuni di loro sono questori, capi dipartimento e prefetti.

Le condanne della Cedu 

Ribadendo cosa aveva già sentenziato nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo affermò nel 2017 che «L’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU) sancisce uno dei valori fondamentali delle società democratiche, è un assoluto e inalienabile diritto strettamente legato al rispetto della dignità umana che non prevede restrizioni e, ai sensi dell’articolo 15 § 2, non subisce alcuna deroga. Il trattamento subito dai ricorrenti all’interno della scuola Diaz-Pertini dovrebbe essere considerato come atti di tortura»

La Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli del 1984 fu ratificata dall’Italia nel 1989; tuttavia, ai tempi dei fatti del G8 l’Italia era ancora priva di una norma incriminatrice per atti di tortura. Una mancanza, come riportato da Altalex, che ha portato i giudici ad applicare fattispecie comuni, il che, unito ai brevi tempi di prescrizione, ha lasciato gli autori delle violenze fondamentalmente impuniti. 

L’Italia introdurrà il reato di tortura soltanto nel 2017.

Dal G8 a S. Maria Capua Vetere: il ricordo di vent’anni fa, i pericoli di oggi

Dai pestaggi della Diaz e di Bolzaneto, ai filmati del carcere di S. Maria Capua Vetere. Cosa è cambiato?

Intervenendo rispetto ai fatti del carcere di S. Maria Capua Vetere, Lorenzo Guadagnucci ha affermato che «osservando i filmati, ho rivisto la caserma Bolzaneto di vent’anni fa, dove vennero trasferiti gli arrestati della Diaz e che mi fu risparmiata solo perché ero ricoverato per il pestaggio subito».

Sono tanti i casi che all’apparenza possono avere una natura diversa, ma che è possibile legare con un filo rosso fatto di illegittimo uso della forza da parte delle forze dell’ordine, abuso di potere, depistaggi, e impunità.

Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, le torture degli agenti penitenziari di Torino, i carabinieri di Piacenza

Oggi, si sta discutendo se è possibile contestare il reato di tortura ai 41 agenti penitenziari indagati per la “spedizione punitiva” e le violenze avvenute il 6 aprile 2020 al carcere di S. Maria Capua Vetere. Fatti accaduti più di un anno fa, non segnalati da nessuno: «Ciò vuol dire che chi sapeva è stato omertoso» come afferma Vittorio Agnoletto, e infine tentativi di cancellare le immagini delle telecamere, come riportato dal Corriere della Sera.

L’abbiamo detto e lo ripetiamo: non parliamo di “mele marce”, ma di un metodo affermato di ferocia e violenze da parte delle forze dell’ordine che operano con la convinzione che possono anche non rischiare nulla. 


Immagine in copertina di Ares Ferrari

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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