L’Aleph di Borges è un viaggio che vale la pena di fare

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È difficile dare un’idea di quello che è Borges senza leggerlo: va letto, senza preconcetti, cercando di entrare nella intelaiatura narrativa che propone lo scrittore argentino al lettore. Magari partendo proprio dall’Aleph, che vuol dire proprio “inizio”.


Ne Il prisma e lo specchio (Testi ritrovati 1919-1929) lo scrittore argentino Jorge Luis Borges enuncia il suo orientamento estetico, che contrappone la figura del prisma a quella dello specchio. Scrive: «Esistono due estetiche, l’estetica passiva degli specchi e l’estetica attiva dei prismi. Guidata dalla prima, l’arte si trasforma in una copia e l’oggettività dell’ambiente, ed è storia psichica dell’individuo. Guidata dalla seconda, l’arte si redime, fa del mondo il suo strumento e forgia, al di là delle prigioni spaziali e temporali, la sua visione temporale».

Questa è una definizione perfetta per capire lo stile estetico-letterario di Borges, giovanile, che diede battaglia al modernismo e al futurismo. Soprattutto tramite l’uso della metafora, “l’Aleph del discorso simbolico”, che offre una grande sponda all’ingegno prosaico e poetico, all’immaginazione e alla fantasia, elementi umani ritenuti necessari per lo scrittore argentino.

Tale concezione, maturata in Spagna sul finire degli anni dieci del Novecento e subito diffusasi in Sud America, trova in Borges la sua massima sintesi, in cui la lirica viene ridotta al suo elemento primordiale, la metafora, appunto. A cui si aggiungeva la soppressione di nessi, frasi mediatrici e aggettivi inutili, l’abolizione di ogni tipo di predica e del confessionalismo, degli strumenti ornamentali e della nebulosità ricercata. E la sintesi di due immagini in una, per ampliare la capacità suggestiva. Dunque, prediligere l’estetica attiva del prisma, supportata dal ritmo narrativo e dunque nulla a che vedere col futurismo, giudicato dall’autore argentino troppo distante per la sua “retorica esasperata” e per la sua “opulenza”. 

Tale concezione, definita ultraismo, si sintetizza nell’identificazione volontaria di due o più concetti diversi, finalizzati all’emozione; è una poesia che va oltre i fatti della realtà, che dà luogo alla fantasia, tema centrale per lo scrittore argentino.

Tuttavia, Borges rimane l’elemento di punta di questa corrente letteraria proprio per il suo distacco progressivo da tale concezione, elaborando uno stile sempre più personale. Questo perché l’esaltazione ultraista postulava la riduzione della poesia alla metafora stessa, arrivando invece alla conclusione secondo la quale, per lo scrittore argentino, spesso le metafore perderebbero il loro valore iniziale, diventando “elementi fossili del linguaggio”.

L’Aleph

L’Aleph è il titolo di una delle due raccolte che in genere vengono riunite insieme a Finzioni, un complesso di racconti su posti immaginati e personaggi realmente esistiti, che sono dallo stesso autore reinventati, in cui pone una direzione non definita.

Nello specifico, è un racconto di un punto che si chiama proprio “Aleph”, in cui tutto il mondo è condensato, una meravigliosa metafora della televisione, perché anche lei è un punto in cui, quando la si accende, si può far stare l’intero mondo. Proprio perché le cose sono così condensate nella sua scrittura, è difficile dare un’idea di quello che è Borges senza leggerlo. Va letto, anche a caso, senza preconcetti, cercando di entrare nella intelaiatura narrativa che propone lo scrittore argentino al lettore. 

L’aggettivo “borgesiano”, in effetti, oggi definisce una concezione della vita come menzogna, come opera contraffatta spacciata per veritiera. Borges non si erge a portatore di verità, di questa o quell’altra filosofia; semplicemente scrive, fantasticando. La sua filosofia è nascosta dietro la sua immaginazione e il lettore, tramite questa la sua penna e la propria immaginazione, si lascia illudere dallo scrittore

L’illusione dura per sempre, in una ricerca interminabile dei luoghi narrati, come il palazzo degli dei della città immortale, ne il racconto L’immortale, che segna l’inizio del libro e metaforicamente la porta dell’illusorietà reale della mente umana.

L’Aleph è un punto di partenza, la quale, secondo lo stesso autore, nella sua definizione del tempo come durata, e più specificamente come negazione stessa del tempo, non trova un arrivo, ma solo una direzione. L’autore attraversa gli stili narrativi creandone uno particolare, in cui l’Aleph diventa un autoritratto, un quadro metafisico e surrealista.

L’Aleph-zero: inizio e fine di tutto

Aleph letteralmente significa «zero», deriva dall’alfabeto ebraico, ed è anche usato in matematica per indicare il numero degli elementi di un insieme finito. L’Aleph-zero è considerato il numero più piccolo che si può concepire, una sorta di atomo e in questa concezione è utilizzato nel linguaggio di Borges, dove l’Aleph è da considerarsi come un punto di inizio verso cui tutte le cose fanno ritorno e a cui tutte le cose tendono, «uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti. […] Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli». L’Aleph inteso da Borges, è l’inizio, il tutto, la fine; dunque è l’Alfa e l’Omega dell’uomo per Borges.

I suoi protagonisti spesso non hanno nome né volto; troppe sono le volte in cui si finisce ai confini del paradosso, ancora di più quelle in cui lo si oltrepassa. Leggendo i suoi racconti c’è sempre una sensazione di qualcosa di inafferrabile e che va al di là dei limiti della nostra comprensione. Qui sta il suo fascino. 

Con questo libro si ha la possibilità di entrare nel mondo infinitamente erudito dello scrittore argentino, attraverso i diciassette racconti che compongono la raccolta. Egli era un profondo conoscitore delle letterature inglese, spagnola e greca antica, conoscenza tutta dispiegata nei suoi racconti e, anche se non si riescono a cogliere le infinite allusioni letterarie all’interno dell’opera, ciò riesce comunque a mantenere inalterato l’apprezzamento. Comprendere l’autore è una sfida affascinante, non facile, ma che riesce a coltivare il cuore e l’anima di chi legge.

In uno dei suoi più grandi capolavori all’interno di questa raccolta, L’immortale, si riesce a cogliere il suo universo e la sua profondità, attraverso il tema dell’immortalità appunto: un meraviglioso viaggio in cui si scopre che ciò che rende gli uomini tali è proprio la mortalità. Senza essa, gli uomini non riescono a vivere quella vita che tanto temevano di veder finire. Un viaggio in cui, a un certo punto, dopo la ricerca dell’immortalità, inizia quella opposta: quella di un fiume in grado di restituire la mortalità e insieme ad essa la vita degna di essere vissuta. 

Ne La casa di Asterione viene affrontato invece il tema del labirinto, un tema sempre presente nelle sue opere, «simbolo millenario delle duplicazioni e degli smarrimenti, delle ripetizioni inesplicabili e cicliche» in cui «convergono le antiche e tenebrose paure dell’uomo contemporaneo, con le sue ansie, il suo estraniamento». Il labirinto qui descritto è quello cretese, facendo vedere tutta la passione di Borges per il mondo antico: le riflessioni sulla vita, sulla morte e sul dolore caratterizzano queste poche ma intense pagine, fino alla rivelazione dell’identità del narratore, che lascia attoniti e spinge a rileggere il racconto dalla nuova prospettiva acquisita. 

Il paradosso dell’Aleph

Aleph chiude la raccolta di racconti che da esso prende il nome. Protagonista è lo stesso Borges che, ascoltando i racconti di un amico, scopre un luminoso punto nella cantina di quest’ultimo. Questo punto luminoso non è altro che l’Aleph

Guardandolo da una certa prospettiva, Borges è in grado finalmente di vedere tutto ciò che compone l’universo, una rivelazione folgorante ma anche terribile. Tanto che dopo qualche tempo lo scrittore se ne dimentica: una visione troppo grande da sopportare. Nella sua totalità, ci obbliga a interrogarci sull’illusione della percezione, mettendoci davanti ad un elemento che caratterizza la nostra esistenza: il paradosso. L’Aleph dunque è un paradosso. Come d’altronde, seguendo Borges, lo è il reale.

Proprio da questa consapevolezza l’autore ci vuole fare partire, perché l’Aleph non è un punto di arrivo, bensì di partenza, è la prima lettera dell’alfabeto ebraico, quella che simboleggia Dio e la complessità dell’universo. Impossibile comprenderne la totalità: è inafferrabile, proprio come l’opera di Borges. Opera che però offre un inizio, che è semplicemente un viaggio all’interno dell’universo di un meraviglioso scrittore.


Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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