La diga sul Nilo Azzurro mette a dura prova la diplomazia africana

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La costruzione e il riempimento della diga GERD in Etiopia, sul Nilo azzurro, stanno incrinando i rapporti del Paese con l’Egitto e il Sudan, che minacciano ritorsioni.


La Grand Ethiopian Reinassance Dam – meglio nota come GERD o Diga di Hidase – è una diga in fase di costruzione sul tratto del Nilo azzurro, uno dei due rami del Nilo che attraversa il territorio etiope, frutto di un progetto imponente approvato nel marzo del 2011. 

Una volta completati i lavori, la diga costituirà il bacino di approvvigionamento per la più grande centrale idroelettrica in Africa, a livello di estensione territoriale e di potenza in termini di produzione di gigawatt. Motivo di orgoglio nazionale per l’Etiopia, la stessa infrastruttura rischia di trasformarsi in un’ulteriore minaccia per la stabilità del Paese, già fortemente provato dalla guerra nella regione del Tigrai. 

Il progetto della GERD

Il progetto di costruzione della diga risale al periodo a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, durante il quale venne individuato il sito su cui attualmente sorge l’ossatura della GERD. L’idea venne abbandonata a causa del colpo di stato del 1974, circostanza che ha portato il governo etiope a riesaminare il sito solamente nel 2009. 

Il bacino creato dalla diga, che si estende per 79 chilometri sul Nilo azzurro, si trova a 15 chilometri dal confine con il Sudan, uno dei due Stati – insieme all’Egitto – attraversati dal fiume. I governi di Khartoum e Il Cairo si dicono preoccupati dalle conseguenze che le varie fasi di riempimento della diga possono avere sulle rispettive economie nazionali. Tra i vari settori, l’agricoltura egiziana dipende quasi esclusivamente dall’accesso alle risorse idriche del Nilo, che attualmente si trova al centro di un delicato negoziato condotto dalle forze politiche etiopi. 

L’evento che ha riacceso le polemiche intorno alla costruzione della diga è stato l’annuncio fatto dal primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed in merito all’avvio della seconda fase di riempimento, iniziata nei primi giorni del mese di luglio. Il processo prevede la raccolta di 13,5 miliardi di metri cubi d’acqua – su un totale di 74 miliardi da completare nell’arco di sette anni – dopo una prima fase che si è svolta a partire dal luglio 2020 e si è conclusa con l’accumulo di 4,9 miliardi di metri cubi. 

nilo azzurro

Relazioni diplomatiche in crisi 

“L’attuale situazione delle piogge e del deflusso nella regione ha reso favorevole il riempimento della diga” ha detto l’Ufficio del Primo Ministro dell’Etiopia nella sua dichiarazione alla stampa. Tuttavia, il percorso di mediazione tra Etiopia, Egitto e Sudan – condotto dall’Unione Africana nella persona del presidente, Cyril Ramaphosa – non riesce più a soddisfare le aspettative e le richieste dei due Paesi a valle del fiume. Anzi, ne alimenta le paure sostenendo senza remore un progetto così ambizioso. 

Khartoum e Il Cairo non solo temono una possibile limitazione all’accesso all’acqua per i propri cittadini, ma si sono detti contrari anche alla decisione di avviare le fasi di riempimento della diga quando la struttura risulta ancora in costruzione. Sia l’Egitto che il Sudan hanno spinto l’Etiopia a firmare un accordo vincolante per il riempimento e il funzionamento della diga e nelle ultime settimane hanno esortato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a occuparsi della questione, con l’obiettivo di superare lo stallo diplomatico che da dieci anni sta inasprendo i rapporti tra i Paesi dell’Africa orientale. 

Allo stato attuale delle cose sembra non esistere un accordo ufficiale in merito al riempimento. Sono state concordate nero su bianco le fasi della costruzione, cui vengono fatte corrispondere le fasi di riempimento. Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry in una nota alle Nazioni Unite ha dichiarato che i negoziati sono in un vicolo cieco e ha accusato l’Etiopia di aver adottato “una politica di intransigenza che ha minato i nostri sforzi collettivi per raggiungere un accordo”.

Di conseguenza, il capo di Stato egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha minacciato apertamente l’Etiopia di intraprendere un’azione militare qualora non si riuscisse a trovare un accordo che metta in sicurezza l’approvvigionamento d’acqua di Egitto e Sudan, nonostante i Paesi potrebbero beneficiare dell’energia prodotta dalla diga. 

Dunque, la crisi diplomatica rischia di inasprirsi ulteriormente. Da un lato, l’Etiopia non è intenzionata a scendere a compromessi su un’infrastruttura motivo di orgoglio nazionale e prestigio internazionale – e che garantirebbe anche l’accesso all’elettricità alla maggior parte della popolazione residente. Dall’altro, l’Egitto e il Sudan non hanno un quadro chiaro in merito all’impatto della diga sul corso del Nilo azzurro. 


Sara Sucato

Siciliana, attivista per i diritti umani, mi piace definirmi "Life enthusiast". Sempre alla ricerca di qualcosa di cui parlare (e di qualcuno che mi ascolti).

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