L’accordo globale sulla tassazione delle multinazionali

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È finalmente stato raggiunto un accordo su una tassazione minima delle imprese multinazionali, anche se alcune criticità permangono.


L’accordo raggiunto nei primi giorni di giugno al meeting delle sette potenze industrializzate, tenutosi a Carbis Bay, nel Regno Unito, in tema di fiscalità sulle imprese multinazionali, può ben definirsi storico. Non bisogna dimenticare come, in piena sbornia da liberalizzazione dei movimenti di capitale e delle imprese, durante i ruggenti anni della “Grande Moderazione”, una delle vittime principali del sistema globale sia stata l’equità fiscale. 

Gli effetti, a livello fiscale, della globalizzazione sono stati promossi e permessi da una sfrenata corsa verso quello che si è definito, in termini virtuosi, come “concorrenza fiscale” e, in termini meno nobili, come “dumping fiscale”. Le scelte compiute in quegli anni hanno avuto profondi effetti sulle economie nazionali, provocando nei Paesi occidentali un aumento della diseguaglianza e una forte delocalizzazione. 

Ecco quindi che la decisione presa al consesso del G7 può definirsi storica, perché si presenta come un ulteriore tentativo di mitigare le storture sistemiche della globalizzazione. Anche la scelta dei termini usati nel documento finale lascia poco spazio a dubbi circa il cambiamento in atto: 

«Serve un sistema fiscale equo in tutto il mondo. Sottoscriviamo lo storico impegno assunto dal G7 il 5 giugno. Continueremo la discussione per raggiungere un consenso su un accordo globale per una soluzione equa sull’assegnazione dei diritti di imposizione e un’imposta minima globale ambiziosa di almeno il 15% su base paese per paese, attraverso lo schema inclusivo del G20/OCSE e auspichiamo di raggiungere un accordo alla riunione di luglio dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20.

Con questo, abbiamo compiuto un passo significativo verso la creazione di un sistema fiscale più equo e adatto al 21° secolo, invertendo una corsa al ribasso durata 40 anni. La nostra collaborazione creerà condizioni di parità più forti e contribuirà ad aumentare le entrate fiscali per sostenere gli investimenti e contrastare l’elusione fiscale».

Come si legge nel documento, la sfida lanciata dai sette “grandi” è stata portata avanti successivamente in sede di G20, un consesso, in termini economici, ben più rappresentativo e incisivo di quello delle sole sette potenze. Proprio nel documento finale del G20 di Venezia, è possibile leggere come la questione sia stata lungamente discussa e sia stata irrobustita, investendo della materia l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), organizzazione ben più rappresentativa dello stesso G20:

«Dopo molti anni di discussioni e sulla base dei progressi compiuti l’anno scorso, abbiamo raggiunto un accordo storico su un’architettura fiscale internazionale più stabile ed equa. Sosteniamo le componenti chiave dei due pilastri sulla riallocazione degli utili delle imprese multinazionali e un’imposta minima globale effettiva come indicato nella “Dichiarazione su una soluzione a due pilastri per affrontare le sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia” pubblicata dal quadro inclusivo dell’OCSE/G20 sull’erosione della base imponibile e il trasferimento dei profitti (BEPS) il 1° luglio.

Chiediamo al quadro inclusivo dell’OCSE/G20 sulla BEPS di affrontare rapidamente le questioni rimanenti e finalizzare gli elementi di progettazione all’interno del quadro concordato insieme a un piano dettagliato per l’attuazione dei due pilastri entro la nostra prossima riunione di ottobre. Invitiamo tutti i membri dell’OECD/G20 Inclusive Framework on BEPS che non hanno ancora aderito all’accordo internazionale a farlo».

La palla è stata, quindi, lanciata dal G7 al G20 e all’OCSE, che è stato in grado, nelle prime settimane di luglio, di mettere in campo un quadro minimo condiviso sulla tassazione delle imprese multinazionali. A questo riguardo, è molto avanzato il programma sull’Inclusive Framework on Base Erosion and Profit Shifting dell’organizzazione con sede a Parigi. Al quadro BEPS già indicato dall’OCSE, si è ulteriormente lavorato per la messa a punto della cosiddetta politica dei due “pilastri”, il cui documento finale è stato pubblicato il primo luglio e al quale già 130 Paesi membri dell’OCSE (al 9 luglio) hanno dato il proprio beneplacito. 

Il documento in questione è quello indicato nella citazione del documento finale del G20. I due pilastri citati necessitano ancora di un’ulteriore limatura, soprattutto per assicurarne una applicazione concreta, ma le linee guida indicate seguono nel complesso quanto stabilito, cioè un’armonizzazione fiscale a livello globale della tassazione delle imprese multinazionali con un’aliquota minima al 15%. 

Quanto ottenuto in sede di tassazione verrà distribuito fra i Paesi in base al luogo della cessione. Questo accordo dovrebbe, inoltre, evitare fenomeni di doppia imposizione, qualora ve ne fossero, e politiche di dumping fiscale da parte degli Stati. Ovviamente, nei due pilastri è indicato come debbano essere presenti norme volte a evitare l’efficacia della tassazione al 15%, come ad esempio deduzioni o simili. Concretamente, questo è quanto previsto dai due pilastri:

«Il primo pilastro garantirà una distribuzione più equa dei profitti e dei diritti di tassazione tra i paesi rispetto alle più grandi multinazionali, comprese le aziende digitali. Riassegnerà alcuni diritti di tassazione sulle multinazionali dai loro paesi d’origine ai mercati in cui svolgono attività commerciali e realizzano profitti, indipendentemente dal fatto che esse abbiano una presenza fisica lì. Il secondo pilastro cerca di porre fine alla concorrenza sull’imposta sul reddito delle società, attraverso l’introduzione di un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società che i paesi possono utilizzare per proteggere le proprie basi imponibili».

Il “global minimum corporate tax rate” indicato al secondo pilastro è proprio l’aliquota al 15% prevista negli accordi. La definizione finale dell’accordo e i dettagli verranno trattati e, con buona probabilità chiusi, al prossimo incontro dell’Inclusive Framework sul BEPS, che si svolgerà il prossimo ottobre.

Nella generale soddisfazione per il raggiungimento dell’accordo, non si sono osservate alcune evidenti criticità che riguardano soprattutto i Paesi non firmatari. In particolare, non hanno firmato i paradisi fiscali come le Barbados, ma anche tre Stati membri dell’Unione europea: Estonia, Irlanda e Ungheria. La non adesione di questi ultimi è un fatto molto più grave, perché questi Paesi presentano sistemi fiscali ai limiti della non tassazione e hanno fatto la propria fortuna attirando multinazionali, in particolare del settore dell’Hi-Tech: ad esempio, la sede fiscale di Google e Facebook è in Irlanda. 

Inoltre, le aliquote fiscali di questi Stati sono ben al di sotto del 15% previsto dall’accordo, con il 9% ungherese, il 12,5% irlandese (dimezzato al 6,25% per le compagnie che traggono profitti da brevetti o software) e addirittura il nulla previsto dal sistema fiscale in Estonia, che tassa esclusivamente i dividendi verso le persone fisiche. Lo scenario peggiore prevede che questi Paesi possano rallentare o del tutto bloccare l’approvazione, in sede europea, dell’accordo, con grave danno per tutti gli altri Stati membri. 

I vantaggi dell’approvazione di questo accordo sono evidenti e permetterebbero a diversi Paesi di ottenere sostanziosi surplus fiscali fondamentali in questo momento di difficoltà. In ogni caso, dovremo aspettare ottobre, e poi la definitiva approvazione nei singoli Stati,  per verificare se l’accordo reggerà.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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