Lavoro minorile, è allarme: le conseguenze della pandemia sui bambini

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Scuole chiuse, crisi economica, carenza di cibo. Human Rights Watch denuncia che la pandemia sta annullando decenni di progressi sul fronte del lavoro minorile.


Negli ultimi due decenni abbiamo assistito a progressi significativi nella lotta al lavoro minorile, che, dal 2000, vede una riduzione di 94 milioni di bambini impegnati in attività lavorative secondo le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

Oggi, questi importanti risultati sono minacciati dalle devastanti conseguenze della pandemia da Covid-19, come dimostrato da un recente rapporto di Human Rights Watch che denuncia come, per cause quali carenza di cibo, condizioni economiche precarie delle famiglie, chiusura delle scuole, bambini in tutto il mondo stanno ricominciando a essere occupati in lavori degradanti e pericolosi per la loro salute.

Un allarme già lanciato nel corso del 2020 da organizzazioni internazionali e non governative, come ad esempio dall’ONG Verité ad aprile e da una pubblicazione congiunta di UNICEF e ILO a giugno. Da avvisi e rapporti sui potenziali effetti dell’emergenza epidemiologica sul lavoro minorile, abbiamo assisto a un effettivo incremento del fenomeno già a partire dai primi mesi della pandemia.

Ad oggi, si stimano che siano ancora 152 milioni i bambini vittime di lavoro minorile.

“Devo lavorare per mangiare”: il rapporto di Human Rights Watch

Lo scorso 26 maggio Human Rights Watch, in collaborazione con Initiative for Social and Economic Rights in Uganda, e Friends of the Nation in Ghana, ha pubblicato il rapporto di 75 pagine “I Must Work to Eat” Covid-19, Poverty, and Child labor in Ghana, Nepal, and Uganda

Il rapporto esamina l’incremento di lavoro minorile e povertà durante la pandemia da Covid-19 in Ghana, Nepal e Uganda. La scelta è ricaduta su questi ultimi in quanto i tre Paesi erano riusciti a ridurre considerevolmente il numero di bambini impiegati in attività lavorative; inoltre, si erano impegnati a rappresentare dei Paesi “apripista” nell’accelerazione dell’eradicazione del lavoro minorile, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile adottati dalle Nazioni Unite. 

Sulla base di 81 interviste a bambini e adolescenti compresi tra 8 e 17 anni, sono emerse voci sofferte che hanno descritto come molti di loro siano stati costretti a impegnarsi in attività lavorative per sostenere le loro famiglie.

Le testimonianze nel rapporto 

Impiegati in fornaci di mattoni, produttori di tappeti, miniere d’oro, cave di pietra, pesca e agricoltura sono tra i lavori svolti dai giovani intervistati. Alcuni lavorano come meccanici, autisti di risciò o nell’edilizia, mentre altri vendono maschere, scope o cibo per strada. 

La quattordicenne Angelina, dall’Uganda, ha raccontato che «Non c’erano soldi per comprare cibo, zucchero, sale e acqua. C’erano giorni in cui non potevamo avere cibo. Sopravvivevamo con l’acqua potabile».

In Ghana, un ragazzo di 11 anni ha descritto a Friends of the Nation il suo lavoro come trasportatore di merci per i negozi, riportando come i carichi pesanti che gli vengono affidati gli provocano dolori al corpo, e che alcuni giorni viene pagato 7 cedis (l’equivalente di quasi 1 euro), mentre in altri casi i pagamenti vengono ritardati o completamente rifiutati.

Alcuni minori intervistati in Nepal hanno raccontato come l’unica fonte di sostentamento per le loro famiglie è la vendita di verdure, ma che durante il lockdown si sono azzerati i guadagni; alcuni di loro sono stati costretti a lavorare in dei cantieri, e hanno abbandonato completamente la scuola rimasta chiusa per lungo tempo.

Le cause del ricorso al lavoro minorile

Crisi economica, aumento della povertà, chiusura massiccia delle scuole e applicazione precaria delle norme sul lavoro minorile. Le cause del fenomeno, già strutturali in molti Paesi pre-pandemia, si sono acuite nell’ultimo anno.

Tra i bambini intervistati, alcuni hanno affermato di essere già impiegati in lavori prima del 2020, ma molti hanno raccontato che è a partire dalla pandemia che per la prima volta hanno considerato di lavorare per sostenere le loro famiglie. «Ho iniziato a lavorare perché stavamo molto male. La fame a casa era troppa per noi per stare seduti ad aspettare» ha affermato Patience, una ragazza quattordicenne del Ghana.

La chiusura generalizzata delle scuole ha determinato anch’essa un aumento del lavoro minorile, in quanto la maggior parte di loro non aveva alcun mezzo per seguire le lezioni a distanza. Secondo le Nazioni Unite, sono almeno 24 milioni i minori che hanno abbandonato la scuola.

I bambini intervistati credono di non avere altra scelta che continuare a lavorare nonostante paga inadeguata, sfruttamento, molestie e aggressioni. «Ci picchia, può spingerti, schiaffeggiarti, ma noi sopportiamo», ha detto Angela, 15 anni, del suo capo ugandese. «Ho bisogno del lavoro, e ho bisogno di soldi, non importa quanto siano pochi».


Immagine in copertina di FaiQe Sumer

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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