Bielorussia, i giornalisti in cella

Condividi

Non solo Protasevich: arresti, torture e suicidi per chi fa informazione da Minsk.


Minsk. Stepan Latypov, giornalista, si sgarra la gola in cella di sicurezza, in tribunale, sotto gli occhi di tutti. L’accusa è di aver protestato in piazza contro il regime di Lukashenko. Mentre lo fa, qualche guardia prova a fermarlo da dietro le sbarre, infilando uno scarpone, agitando il piede ben calzato. Perché la chiave per aprire la gabbia non si trova, ci vuole un po’. E se muore, di cosa si può più minacciare un morto? 

Proprio per questo Stepan, 41 anni, si cala una lametta giù per la gola. Prima del processo gli avevano chiarito una cosa: se non confessi, ce la prenderemo con i tuoi. Tuo padre, tua madre, i tuoi amici, verranno invischiati in quel labirinto kafkiano della nostra “giustizia”. Lui, per precauzione, si toglie la vita. Chissà che però non ci si accanisca anche sui morti. 

La crudezza delle immagini provenienti dalla Bielorussia aveva già lo scorso anno, durante le proteste di piazza, indignato il resto del mondo. Immagini e informazioni che trapelavano grazie al lavoro di alcuni giornalisti, spesso molto giovani, in grado di utilizzare i nuovi media come canali per veicolare notizie all’esterno del Paese, scavalcando le censure imposte da Lukashenko

Nel giro di meno di un anno, questi canali e chi li animava sono stati quasi tutti silenziati. Non solo perché le redazioni sono state chiuse, i canali oscurati, ma perché i giornalisti stessi sono stati arrestati. Alcuni, in cella, ci sono morti. Poche le notizie che sfuggono ai controlli e arrivano oltre il confine: poche e paradigmatiche, sempre più crude. Gesti disperati di persone che sono rimaste isolate. 

E non solo i giornalisti, la repressione si è riversata con tutta la sua violenza arrivando a uccidere anche ragazzini. Come Dmitry, che a 17 anni era orfano e viveva in un ostello. Dopo un paio d’ore in mano al KGB si è tolto la vita, non ha retto alla pressione. Era accusato di aver partecipato alle proteste dell’anno scorso. 

Al momento, secondo l’organizzazione per i diritti umani Vjasna, ci sono 454 prigionieri politici in Bielorussia. Qui, chi elogia Lukashenko per darsi un’aria da veterocomunista può guardarli in faccia uno per uno

Si sa, spesso in un “Occidente” sicuro, aperto, democratico, i figli degli anni ‘90, della fine della Storia, hanno nutrito sensazioni opposte nei confronti di ciò che accadeva fuori. Quando l’Isis ha cominciato a tagliare gole, o quando i manifestanti venivano manganellati a Hong Kong, le immagini in TV ci sono sembrate rappresentazioni, lontane da noi non solo geograficamente, ma sostanzialmente. Ci sentivamo al sicuro, quelle cose da noi non succedono. 

È per questo che abbiamo visto gli arresti e le bastonate in Bielorussia con quel distacco di chi ha la pancia piena e gioca ai videogiochi, magari riservandoci il diritto di sputare sentenze. “Toh, l’ennesima rivoluzione colorata manovrata dagli americani”; “ecco, gli stessi nazisti che hanno fatto il golpe in Ucraina”. Spesso non avendo idea della Storia di quei Paesi, senza conoscerne l’economia e la società, permettendoci adesioni aprioristiche, traslazioni fantasiose, narrative assunte senza nessun filtro intellettuale. 

Il caso Protasevich non è stato da meno. L’inaudito dirottamento dell’aereo Atene-Vilnius, affiancato da un MiG mentre sorvolava la Bielorussia, fatto atterrare, volente o nolente, a Minsk, a causa di un falsissimo “allarme bomba”. Ma dentro c’era un giornalista! Bisognava assolutamente acciuffarlo! Ed ecco che poche ore dopo qualcuno si è preso la briga di trovare notizie del passato di Protasevich, ha un bel dela con tanto di fotografie! 

Insomma, magicamente l’Italia dimostra di avere un giornalismo d’inchiesta funzionante, che sa approfondire, cercare le fonti giuste, essere puntuale e rapido. Peccato non accada quasi mai, specialmente riguardo gli affari nostri. Sicuri che a manipolare le cose siano gli Americani

Cosa ci importa delle opinioni dei figli degli anni ‘90, l’importante è che le istituzioni agiscano, no? Certo, una valanga di sanzioni, un’Unione Europea che ha risposto rapidamente e all’unisono. Ma la politica, anche quella internazionale, è partecipazione. Anche se i figli degli anni ‘90 sono abituati a giocare ai videogiochi, anche se questa pandemia ha sopito ciò che restava del nostro fuoco interiore e ci ha lasciati “zitti e buoni” (giusto, bisogna dire anche questo, Lukashenko non ha gradito i nostri Maneskin – troppo decadenti per un vero duro come lui). 

Siamo noi i padroni del Domani, e per esserne degni, dobbiamo imparare a pensare. Dobbiamo indignarci e preoccuparci per ciò che di sbagliato accade sotto il nostro naso, ma anche a molti chilometri di distanza, perché le distanze della politica non si possono misurare in kilometri. 

Se un giornalista, se cento giornalisti, della nostra età, anziché giocare ai videogiochi, lottano per il proprio Paese, dobbiamo essere loro vicini. Se un ragazzo si uccide in cella perché ha subito minacce e torture, dobbiamo essere presenti, e difenderlo. Preservare il ricordo della sua opera. Non essere sponda di accuse infamanti, che deviano l’attenzione dal problema principale, svuotando di significato l’intera tragedia che si sta consumando ai bordi dell’Europa. 

Lukashenko è ormai finito, Putin – naturalmente – lo manovra come fosse una bambolina di pezza. Lui lo sa, ma deve obbedire. Però – dispettoso! – ha distrutto l’economia del proprio Paese, prima che esso diventi il parco giochi degli oligarchi russi. Prima dello sfratto ha staccato anche le mattonelle del pavimento. Ma in quel parco giochi, c’è ancora qualcuno che ci vive, e che rivendica la propria dignità.


Claudia Palazzo

A spasso per l’Eurasia.

error: Contenuto protetto