Cosa prevede il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

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Il governo Draghi ha redatto e messo a punto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con le riforme che il Paese metterà in cantiere fino al 2026.


Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è un’opera concettualmente titanica e un volume corposo che è possibile visionare nel dettaglio qui. Esso rappresenta il più grosso sforzo di pianificazione di politica economica di ampio respiro dall’inizio degli anni ottanta, quando il Paese mise nel mirino la convergenza per la creazione della Moneta Unica.

Le risorse disponibili sono ingenti, sebbene l’arco temporale di riferimento sia lungo e comprenda gli anni fino al 2026. Il Piano rientra sotto l’ombrello del “Next Generation EU” (NGEU), il programma europeo che stanzia 750 miliardi per rilanciare la crescita dell’economia europea, rispettando i sei pilastri di intervento: transizione verde; trasformazione digitale; crescita intelligente, sostenibile e inclusiva; coesione sociale e territoriale; salute e resilienza economica, sociale e istituzionale; politiche per le nuove generazioni, l’infanzia e i giovani. 

Il NGEU consta di due parti, una maggiormente concentrata a una reazione di breve termine atta a contrastare gli effetti della pandemia, il REACT-EU, e una di più lungo respiro, il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF). Nel complesso le risorse stanziate di distinguono in prestiti, 360 miliardi, e finanziamenti a fondo perduto, 390 miliardi. Per ottenere queste risorse l’Unione Europea (UE) si finanzierà sui mercati di capitali emettendo debito, la cui garanzia sarà rappresentata dal bilancio europeo di recente rafforzato dalle nuove “risorse proprie” messe in campo. 

In questa cornice si inseriscono i piani nazionali – fra cui quello italiano, declinazione statale della programmazione europea – che mettono materialmente a fuoco le aree di intervento degli investimenti europei, le riforme necessarie ad attuarli e i tempi di stanziamento e investimento delle risorse. 

Le risorse disponibili per il nostro Piano constano di 248 miliardi, di cui 191,5 di provenienza europea (122,6 di prestiti e 68,9 a fondo perduto) e 30 di fondo complementare. A questi fondi vanno aggiunti i 26 miliardi previsti e stanziati nell’ultimo scostamento di bilancio. Le sei “missioni” del piano italiano ricalcano gli altrettanti pilastri europei e all’interno del documento è possibile verificare come verranno distribuiti secondo le varie aree di intervento. In basso è riportata una figura, inclusa nel documento presentato dal governo, che mostra la distribuzione dei 191,5 miliardi del RRF nelle sei aree.

Come si vede, i maggiori investimenti sono destinati alle prime due missioni che, insieme, drenano oltre la metà delle risorse del dispositivo. Desta stranezza la quantità limitata di risorse destinata alla salute, sebbene essa rappresenti, in ogni caso, un investimento ingente.

Queste sei missioni presentano al loro interno altre sotto sezioni che indicano in modo specifico in quali aree verranno destinati gli investimenti. Una rappresentazione puntuale della ripartizione delle risorse può essere rinvenuta nella tabella in basso, anche questa presente nel documento messo a punto dal governo.

La tabella mostra come verranno investite le risorse all’interno di ogni missione e, inoltre, inserisce le altre voci di investimento, il REACT-EU e il fondo complementare. Analizzando bene ogni singola voce, è possibile vedere come i tre assi di maggiore spesa siano rappresentati dalla digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (M1C2), dalla transizione energetica e mobilità sostenibile (M2C2) e dalla rete ferroviaria ad alta velocità/capacità e strade sicure (M3C1). 

Queste tre voci da sole rappresentano oltre un terzo delle risorse dispiegate e drenano molte risorse all’interno della missione di riferimento. Se a queste voci aggiungiamo la riqualificazione degli edifici e il loro efficientamento energetico (M2C3), si raggiunge agevolmente la metà delle risorse stanziate. Il resto delle voci –  ben quindici – divide le risorse rimanenti.

Altra voce importante del PNRR è il settore delle riforme, richiesta determinante a livello europeo per l’erogazione delle risorse e di così difficile attuazione nello Stivale. Le riforme richieste sono quelle da sempre sbandierate dagli esecutivi degli ultimi trent’anni, ma mai radicalmente affrontate o risolte: la riforma della Giustizia, in particolare la durata del processo civile; la riforma della Pubblica Amministrazione e il suo efficientamento; la semplificazione legislativa e l’irrobustimento della concorrenza. 

Altre riforme indicate sono il riassetto dell’ordinamento giudiziario, la riforma del processo tributario, la riorganizzazione del federalismo fiscale, la riforma fiscale nel suo complesso, in particolare nel settore delle imposte dirette, e molte altre ancora. La particolarità è che nel Piano è chiaramente indicato un cronoprogramma dei tempi di realizzazione sia dei passaggi intermedi di ogni riforma sia la sua fine.

Guardando quelle che sono le voci e le somme stanziate, nonché all’elenco delle riforme promesse, non si può non definire il PNRR un progetto ambizioso. Per molti versi rappresenta il primo tentativo, da parecchi anni, di definire una via di sviluppo lucida per il Paese, diversa dal classico assalto alla diligenza tipico delle finanziarie annuali. 

Nella sua ambizione anche i limiti sono visibili: si tratta di un piano pluriennale che purtroppo risentirà nella sua applicazione dei governi che si susseguiranno alla guida del Paese (almeno due, uno fino alle elezioni del 2023 e uno dopo); inoltre, l’ampiezza delle voci rende in parte vaghe le linee di intervento concrete e su queste, purtroppo, si scatenerà la fame dei partiti che sostengono il governo e le lotte nel sottogoverno e a livello locale per la spartizione delle risorse (cui stiamo in parte già assistendo). 

Non bisogna, inoltre, nascondere il fatto che molto del peso negoziale italiano e della nuova fiducia di cui gode a livello europeo dipendono dal prestigio del suo Presidente del Consiglio, senza il quale, probabilmente, il credito del Paese diminuirebbe drasticamente. La speranza è che, nonostante tutto e tutti, almeno una parte del Piano trovi applicazione.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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