Cambiamoda: come combattere il fenomeno della Fast Fashion

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Si può combattere il fenomeno della fast fashion? Ne abbiamo parlato con le attiviste di Cambiamoda per le vie dello shopping di Torino.


Nel momento in cui giriamo per negozi e ci mettiamo in fila per il camerino con due o tre capi da provare, dovremmo chiederci “dove sono stati prodotti? Nel Paese di produzione i lavoratori e le lavoratrici sono tutelati? Ricevono una paga dignitosa?”, o ancora “questo capo può essere considerato sostenibile?”, “ne ho veramente bisogno?”. Queste non sono le domande che siamo abituati a farci durante la fila per il camerino o verso la cassa, proprio perché generalmente lo shopping è considerato un momento spensierato e frivolo che noi, consumatori medi, ci concediamo. Ma quanto questo nostro momento di spensieratezza incide sulle vite degli altri e sulla nostra? Quanto ricade sull’ambiente che ci circonda?

L’industria della moda negli ultimi 15 anni ha subito cambiamenti profondi a livello globale, sia dal punto di vista dell’estensione geografica della filiera sia dal punto di vista della produzione: il tempo di utilizzo medio di un capo di abbigliamento, infatti, si è ridotto drasticamente, dunque, la produzione è aumentata in modo vertiginoso, in una quantità che supera di gran lunga il reale fabbisogno di abbigliamento. 

L’era consumistica che stiamo vivendo, infatti, ci porta a pensare di aver sempre più e continuamente bisogno di nuovi capi di abbigliamento diversi per ogni stagione, prodotti sempre più spesso con materiali scadenti, da indossare per un numero limitato di volte, per poi buttarlo.

Il fenomeno della fast fashion fa parte delle nostre vite ormai da decenni e senza accorgercene siamo entrati dentro un “sistema” che ci impone di acquistare, accumulare, consumare velocemente un bene che verrà subito dopo sostituito con un altro bene simile, nonostante il primo possa essere ancora utilizzato.  Ciò che distingue il primo dal secondo è la novità di quest’ultimo: fa parte di una nuova collezione ed è più alla moda del primo.

Nessuno di noi finora si è salvato da questo meccanismo che, ormai, fa parte del sistema che involontariamente abbiamo interiorizzato. Qualcuno sta provando non solo a uscirne, ma addirittura a cambiarlo, come gli attivisti di Cambiamoda.

La comunità di Cambiamoda

Cambiamoda, è una comunità di oltre 6 mila attivisti in tutta Italia che si pone come obiettivo quello di sensibilizzare la popolazione all’acquisto consapevole di beni legati al mondo della moda

Le organizzazioni fondatrici di questa rete, nata da solo un anno, sono: Mani Tese, l’Ong che da oltre cinquant’anni si batte per la giustizia sociale, economica e ambientale nel mondo; l’Istituto Oikos che si occupa di tutela della biodiversità e della diffusione di modelli di vita sostenibili; e Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign), un network globale composto da 234 organizzazioni tra associazioni, movimenti e sindacati le cui campagne si focalizzano sulla tutela dei lavoratori e sul miglioramento delle loro condizioni di lavoro nel settore dell’abbigliamento.

La scorsa settimana, il 22 maggio, ho avuto il piacere di conoscere Anna, Elena, Giovanna e Chiara, attiviste di Cambiamoda che vivono a Torino, durante la loro prima campagna di sensibilizzazione offline: le loro precedenti iniziative, infatti, si sono svolte principalmente online a causa delle restrizioni vigenti durante la pandemia (tra le iniziative online ricordiamo il Green Friday, per disincentivare l’acquisto compulsivo durante il Black Friday, e gli scioperi di un mese durante il quale non hanno acquistato alcun capo di abbigliamento). 

L’iniziativa di sabato consisteva nell’entrare nei negozi dei grandi marchi, che hanno sede nelle vie dello shopping torinese, e nascondere tra gli espositori e all’interno delle tasche dei capi di abbigliamento un’etichetta alternativa nel quale veniva esplicitato il “prezzo sociale” che paghiamo quando acquistiamo un capo di abbigliamento prodotto da una filiera poco trasparente (dal punto di vista delle tutele dei lavoratori) e poco sostenibile (dal punto di vista ambientale).

fast fashion cambiamoda
(foto di Valentina Pizzuto Antinoro)

L’obiettivo principale di queste iniziative è quello di coinvolgere non solo le persone che sono già interessate al tema della fast fashion, ma soprattutto sensibilizzare quelle persone che finora non si sono interessate, proprio perché si tratta di un tema di nicchia. 

In realtà, come anche spiegato da Elena, anche il vintage è diventato una moda e a volte dietro l’acquisto di un abito second hands o vintage non vi sono le giuste motivazioni che possano trasformare un semplice acquisto in un acquisto consapevole.

Un altro aspetto da considerare, secondo Anna, riguarda il fatto che non basta semplicemente comprare nei negozi di vestiti di seconda mano, poiché essi stessi col tempo sono entrati in un sistema consumistico che non porta il consumatore a porsi le domande giuste: «L’obiettivo è cambiare paradigma. La domanda che un consumatore deve farsi, a prescindere che si tratti di un acquisto effettuato in un negozio di un grande marchio o un acquisto in un negozio vintage e second hand, è “perché sto acquistando questo vestito? ne ho davvero bisogno o semplicemente ho voglia di avere più cose?”. Questo perché l’acquisto compulsivo e l’accumulazione sono sempre controproducenti, anche se si acquista vintage, che è di per sé un comportamento etico».

La campagna Pay your workers

Un acquisto etico e consapevole non protegge solo l’ambiente ma anche le persone, poiché si tratta di un acquisto che non comporta un ulteriore sfruttamento di risorse, sia ambientali che umane. Lo sfruttamento delle risorse umane, infatti, va di pari passo con lo sfruttamento ambientale di materie prime. 

La campagna Pay your workers rientra esattamente nella prospettiva secondo la quale i grandi marchi devono assumersi la responsabilità dell’intera filiera, dalla ricezione/produzione delle materie prime fino alla vendita dei beni negli store, garantendo la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori dell’intera filiera.

La delocalizzazione delle aziende in Asia, e in generale in quei Paesi nel quale non è presente una legislazione in materia di tutela dei lavoratori, rende difficoltoso avere contezza dei numeri di persone sfruttate nell’intera filiera. Lavoratori, ma soprattutto lavoratrici, lavorano in condizioni di schiavitù e i progressi verso una paga più dignitosa, ma anche verso una parità retributiva tra uomo e donna sembrano ancora lontani.

Primo passo per garantire la tutela di questi diritti è fornire loro una paga dignitosa: «Basterebbe, infatti, che a ogni capo venduto venisse pagato con un sovrapprezzo di dieci centesimi e che questo sovrapprezzo venisse interamente devoluto al pagamento dei lavoratori, invece di accumulare profitto».

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(foto di Valentina Pizzuto Antinoro)

Il vero significato della parola “sostenibile”

Dopo essere uscite dall’ennesimo negozio, tra piazza San Carlo e via Roma, mi rendo conto che la maggior parte dei brand scelti dalle ragazze per nascondere le etichette alternative presentano molte collezioni denominate eco-friendly, conscious e sustainable. L’entusiasmo iniziale che in un primo momento (e ingenuamente) ho mostrato, vedendo molte di queste collezioni, è stato subito frenato da diverse considerazioni fatte insieme alle attiviste di Cambiamoda. 

La presenza di molte collezioni definite “sostenibili” rappresenta sicuramente un passo avanti verso un cambiamento totale ma, come afferma Giovanna, esse sono collezioni che si aggiungono a quelle già esistenti, dunque non sono state create in sostituzione di collezioni non sostenibili. Questo fa dedurre, dunque, che si tratta di una mera trovata pubblicitaria per attrarre un bacino di consumatori che i grandi marchi stavano per perdere.

Dunque, qual è il vero significato di “sostenibile” che ormai troviamo scritto in molte etichette? «È divertente leggere nelle etichette “cotone 100% eco-sostenibile” ma poi un po’ più sotto c’è scritto “Made in China” e noi tutti ormai sappiamo che in Cina la popolazione di Uiguri viene imprigionata nei centri di detenzione e schiavizzata nei campi di cotone» sottolinea Anna.

La situazione nei campi di correzione e detenzione in Cina è ormai nota alla comunità internazionale: le minoranze etniche presenti nel territorio cinese (come la popolazione di Uiguri) e i dissidenti vengono imprigionati e subiscono trattamenti inumani e degradanti, quali violenze fisiche, psicologiche e lavoro forzato nei campi. Dunque, la conoscenza di queste mancate tutele dei diritti fondamentali dovrebbero farci riflettere su cosa alimentiamo acquistando un capo “Made in China”.

Riusciremo a tutelare i diritti dei lavoratori e l’ambiente?

La tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori che compongono l’intera filiera dell’abbigliamento sono due temi fortemente legati. Per rendere più chiaro il legame tra questi due temi Anna prende in considerazione la prospettiva dell’intersezionalità, ovvero quel paradigma, teorizzato da Kimberlé Crenshaw, secondo cui in un fenomeno non bisogna prendere in considerazione le categorie in esame (in questo caso, ambiente e diritti dei lavoratori) come svincolate l’una dall’altra, ma è necessario tenere in considerazione queste categorie come fattori che interagiscono tra loro. Ambiente e diritti dei lavoratori, non sono due temi svincolati ma interagiscono e si intrecciano tra loro.

«Nel momento in cui fai pressione per aumentare il prezzo di una maglietta, ad esempio di due euro, e i grandi marchi si adattano a questa richiesta, il consumatore paga non soltanto in relazione al prezzo di costo, ma quel sovrapprezzo (moltiplicato per il numero di vestiti che si vendono ogni giorno) può determinare investimenti per materiali più sostenibili o per creare fondi e garanzie per i lavoratori». In questo modo, sarebbe possibile «incorporare il costo ambientale e sociale di produzione». In altre parole, un mondo sostenibile dal punto di vista ambientale non può non essere accompagnato da un mondo sostenibile dal punto di vista sociale e di tutela dei lavoratori.

Come identificare quali sono i marchi non sostenibili

Dunque, è importante acquistare in modo consapevole e farsi le domande giuste prima di tirare fuori il portafoglio, o ancor prima di entrare in un negozio. Ma come facciamo a sapere quali sono i marchi che possono essere considerati “sostenibili” e quali no?

Un punto di partenza per identificare se un brand può essere considerato sostenibile o meno è il numero di collezioni presentato in un anno. Possono essere considerati facenti parte della categoria dei brand “non sostenibili” tutti quei marchi che propongono più di quattro collezioni l’anno; alcuni brand, come Zara, propongono oltre 10 collezioni l’anno: oltre a quelle che potrebbero essere considerate basilari, come quella primavera-estate o autunno-inverno, infatti si aggiungono altre collezioni, come le linee limited edition natalizie e quelle sponsorizzate da influencer e altri personaggi dello spettacolo. Il numero di collezioni può darci l’idea di quanto un brand punti all’accumulazione dei prodotti e, di conseguenza, ad una produzione sproporzionata anche in termini di qualità di beni prodotti.

Se invece vogliamo chiarirci le idee sulla tutela dei lavoratori dell’intera filiera, è possibile consultare Fashion checker, la piattaforma di Campagna Abiti Puliti che mette insieme le informazioni relative ai salari e alle condizioni dei lavoratori: in questa piattaforma è possibile scrivere il nome del brand per conoscere dati reali sulle catene di fornitura, sui salari, sulle condizioni delle donne, dei migranti e in generale sulla situazione di tutti i lavoratori. Per aderire alla campagna Cambiamoda, invece, è possibile “unirsi alla comunità”.


Valentina Pizzuto Antinoro

Seguo con interesse tutto ciò che riguarda la promozione di diritti umani. Dopo diverse esperienze all’estero ho capito di essere al 100% una "siciliana di scoglio".

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