Amanda Gorman al centro delle polemiche sulla traduzione: white is the new black?

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Amanda Gorman e Marieke Lucas Rijneveld nel vortice di una polemica apparentemente “intraducibile”. Si può essere (ancora) troppo bianchi o troppo neri in questo mondo?


«Un addetto alla sicurezza mi ha pedinata mentre tornavo a casa, stanotte. Mi ha chiesto se vivessi lì perché avevo l’aria sospetta. Gli ho mostrato le mie chiavi e mi sono fiondata nel mio palazzo. Se n’è andato senza scusarsi. È questa la realtà che vivono le ragazze nere: un giorno ti definiscono un’icona, il giorno dopo una minaccia». Lo ha scritto la 22enne poetessa Amanda Gorman, qualche giorno fa, sul suo profilo Instagram

A quanto pare non basta parlare in pubblico durante l’Inauguration Day, di fronte a milioni di ascoltatori per essere rispettati, per essere lasciati in pace nel cuore della notte: resti comunque una persona di colore e “come tale” devi essere trattata.

Chi è Amanda Gorman

Amanda Gorman nel giro di pochi mesi è diventata, senza dubbio, il nuovo astro nascente della cultura black e non, il simbolo della «Black Renaissance» nelle arti, come l’ha definita Michelle Obama in un’intervista.

Scrive poesie Amanda, sull’oppressione, sul femminismo, sul razzismo, l’emarginazione e la diaspora africana, sin dall’età di 15 anni. Cresciuta a Los Angeles insieme alla sorella gemella, da una madre insegnante single, a soli 17 anni divenne la prima vincitrice del titolo di “National Youth Poet Laureate” che premia il miglior talento nel campo della poesia degli Stati Uniti. 

Si è laureata ad Harvard e, nel frattempo, fonda un’organizzazione no profit, “One Pen One Page”, rivolta ai giovani più svantaggiati e pensata per fornire loro programmi di scrittura creativa e la possibilità di pubblicare i propri lavori.

Il 20 gennaio 2021, Jill Biden (moglie del presidente Joe) invita Amanda alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca; è la più giovane poetessa a recitare una poesia a una cerimonia d’insediamento. Sguardo fiero, postura statuaria, avvolta in uno splendido vestito giallo firmato Greta Constantine, la Gorman ci ricorda l’importanza dell’unità, della fratellanza e della speranza in un momento storico di forte crisi e di profonda oscurità.

Una giovanissima e potentissima poetessa americana

Le parole del suo The Hill We Climb hanno fatto il giro del globo in poche ore consacrandone, in definitiva, il successo planetario. È stata, infatti, inserita dal Time nella lista delle 100 persone più influenti per il 2021 e il 7 febbraio ha partecipato alla 55esima edizione del SuperBowl, con un’altra sua memorabile poesia, intitolata Chorus of the Captains, dedicata agli eroi (invisibili) della pandemia.

Il 21 marzo uscirà il primo libro di Amanda in contemporanea mondiale, in Italia sarà pubblicato da Garzanti, mentre a settembre prossimo troveremo nelle librerie il suo Change Signs, un manoscritto per ragazzi.

Nonostante la sua fama, il 6 marzo scorso la Gorman viene fermata da un vigilante di fronte alla porta di casa per il colore della propria pelle: troppo nera per non essere additata, troppo nera per non essere sospettata, troppo nera per passare inosservata.

Troppo neri, troppo bianchi

Stando a quello che è successo due settimane fa, inoltre, Amanda Gorman sembra essere “troppo nera” sotto tanti punti di vista, persino per essere tradotta da una firma bianca. Ma entriamo più nel dettaglio.

In Olanda, per la traduzione dei testi della Gorman, di recente è stata scelta una penna pluripremiata, non binary, Marieke Lucas Rijneveld. La stessa Gorman si dice entusiasta della cosa, in quanto l’autore olandese risulta affine al suo lavoro nello stile e nei toni.

A sollevare la polemica è tuttavia, l’attivista e scrittrice di moda Janice Deul, la quale scrive senza giri di parole in un popolare quotidiano olandese che, per tradurre un’autrice donna nera, bisogna scegliere una traduttrice donna e «impudentemente nera» o la belga Lisette Ma Neza.

Così, di fronte al caos scatenato da tale questione, l’editore americano di Amanda Gorman si è visto costretto a ritirare la proposta a Rijneveld, che ha elegantemente rinunciato senza controbattere, mostrando addirittura comprensione per l’accaduto e solidarietà verso coloro che la pensano come la Deul.

Il razzismo non ha direzioni

Alcuni hanno definito questo episodio una forma di “razzismo al contrario”. In realtà, con buona pace di Kipling, il razzismo non ha direzioni. Il razzismo è razzismo e miete vittime in maniera indiscriminata, purtroppo. Stavolta è toccato a un autore bianco, “troppo bianco” per scrivere di sentimenti che dovrebbero appartenere a ognuno, a prescindere dalla proprie origini e dalla propria provenienza, e troppo bianca per fingersi nera.

“Ma è pure una non binary [Rijneveld ndr], non basta come diversità? Come voce fuori dal coro?” hanno replicato altri in risposta al diktat della Deul. Così, in aggiunta al “razzismo al contrario”, assistiamo al fatto che per poter parlare di diversità e di pene umane a carattere universale, occorra forzatamente sbandierarne una, di diversità, in questo caso afferente all’orientamento sessuale.

È politicamente corretto dover giustificare o classificare le diversità? Discriminare per non discriminare è umanamente corretto? Di cosa abbiamo paura oggi, o meglio di chi? «La via migliore per rispondere alle critiche è scrivere una poesia» afferma la Rijneveld; «la poesia e il linguaggio sono difatti spesso al centro dei movimenti per il cambiamento. Il nostro istinto è di rivolgerci alla poesia quando cerchiamo di cambiare qualcosa che è più grande di noi stessi» le fa eco la Gorman.

La poesia e l’arte rappresentano, infatti, strumenti di inclusione per eccellenza e questo le due poetesse lo sanno bene, il resto sono solo chiacchiere. La collina di cui parla Amanda Gorman nel suo celebre poema, è la collina che risaliamo faticosamente tutti ogni giorno: gente comune, personaggi famosi, governanti, reali, nessuno escluso, nessuno troppo bianco o troppo nero per non farlo o per non poterlo fare.

«For there is always light, if only we’re brave enough to see it, if only we’re brave enough to be it!», ovvero «per questo c’è sempre luce, se solo fossimo abbastanza coraggiosi da vederla, se solo fossimo abbastanza coraggiosi da essere noi stessi quella luce».

Foto in copertina Chairman of the Joint Chiefs of Staff


Maria Irene Phellas

Da buona “sociologa” ho sviluppato, nel tempo, un forte senso di comunità. Mi piace la buona tavola e sono affascinata dalle diverse culturE del mondo; ho un debole per tutto ciò che è scritto e per chi cammina fuori dal seminato, e nel farlo ci mette il cuore.

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