Dovremmo essere tutti femministi: il manifesto di Chimamanda Ngozi Adichie

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Educare a prescindere dal genere, assecondando capacità e interessi personali. Così Chimamanda Ngozi Adichie ci fornisce la chiave di lettura del femminismo nel XXI secolo.


Il femminismo oggi, risulta essere uno degli argomenti più discussi a livello mediatico. Ognuno di noi ha la propria opinione su questo movimento le cui origini sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella Rivoluzione Francese. 

Dalla fine del XVIII secolo fino ai giorni nostri, ci sono stati momenti in cui le lotte femministe hanno perso vigore, senza mai sparire del tutto, anzi ritornando a galla con nuovi riferimenti e nuovi baluardi da conquistare. Perché? Davvero il sistema patriarcale non può essere superato una volta per tutte?

Nell’ultimo ventennio si è registrata una nuova ondata di femminismo, forse più vigorosa delle precedenti e indubbiamente supportata da un network di comunicazione internazionale la cui solidità eleva ogni battaglia dal contesto locale a quello transcontinentale. Dunque, i mass media contemporanei trasformano la conquista di una in un passo avanti per tutto il genere femminile. 

Tuttavia, proprio oggi, nel XXI secolo con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, sembra che ogni passo avanti non comporti realmente una differenza. Per far sì che ogni conquista – che poi costituisce uno o più diritti di cui le donne dovrebbero già godere – permanga nel tempo e metta radici nella storia, bisogna cambiare il sistema educativo e culturale. 

Chimamanda Ngozi Adichie: Dovremmo essere tutti femministi

«La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura» come ci insegna la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, la quale ironicamente si definisce una femminista felice che non odia gli uomini. Nel suo manifesto intitolato Dovremmo essere tutti femministi, esposto in occasione di una conferenza TEDx, Adichie propone la sua personalissima visione di ciò che significhi essere donna e femminista nel XXI secolo. 

Educare a prescindere dal genere, assecondando capacità e interessi. Riportando episodi del proprio vissuto, l’autrice scardina le presunzioni biologiche ed evolutive in favore della parità che non è mai uguaglianza. Donne e uomini non sono uguali: non solo nelle manifestazioni biologiche intrinseche al genere, ma anche in quelle sociali. Ed è giusto che sia così. Ma la parità è un’altra cosa: avere lo stesso diritto all’istruzione, alla scelta di un lavoro, di un partner o di una partner (o di rimanere single senza per questo essere etichettati), essere trattati parimenti quando si affronta un colloquio o si riceve la busta paga. 

Ed è proprio la parità che manca che porta le donne a fare riferimento alla propria esperienza in quanto donne e non in quanto esseri umani. Qualora parlassero di sé come esseri umani e non come rappresentanti del genere femminile, reclamerebbero una posizione che non hanno mai avuto la possibilità di conquistare, privando di significato ogni esperienza vissuta. 

Adichie ci insegna che il femminismo non è una questione esclusivamente femminile. Soprattutto, il patriarcato non è un sistema che danneggia solamente le donne. «Facciamo un grave torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo della virilità una visione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi». Dunque, un sistema così concepito e impostato, legittima gli uomini a screditare le donne in quanto tali: atteggiamento corroborato dall’educazione ricevuta che insegna agli uomini a mostrarsi forti e decisi e alle donne accondiscendenti e remissive. 

Educazione, uomini e femminismo: la chiave di (s)volta

Educare alla libertà dalle imposizioni di genere e al rispetto verso l’altro – che sia esso uomo o donna – diventa l’elemento chiave per raggiungere la parità tra i sessi in qualsiasi contesto e in qualsiasi situazione. Questo tipo di educazione, auspicabilmente impartita in famiglia o negli ambienti scolastici, dovrebbe essere corroborata da esempi di rispetto forniti dalla classe politica di un paese o dai membri di luoghi di cultura quali le università. 

Nella realtà dei fatti, sappiamo che proprio questi personaggi si sono resi protagonisti di imbarazzanti episodi. Da ultimo, la presidentessa del partito Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è stata presa di mira, suo malgrado, durante una diretta radio dal docente dell’Università di Siena Giovanni Gozzini, che poco ha in simpatia i partiti della destra italiana.

«Come la devo definire? Rana dalla bocca larga, scrofa?» queste le parole esatte usate dal professore, poi sostenuto dalle risate dei colleghi che suggeriscono offese ulteriori come “peracottara”. L’obiettivo del professore Gozzini, per sua stessa ammissione, era quello di stigmatizzare il livello di ignoranza e presunzione della stessa Giorgia Meloni. Tuttavia, le modalità scelte sono becere e ingiustificabili. 

Come mai questo triumvirato tutto maschile alla conduzione della trasmissione radio, si è sentito legittimato a offendere pubblicamente la diretta interessata senza nemmeno porsi il problema di star parlando di un altro essere umano e senza nemmeno darle il diritto di replicare e difendersi? Zittire e umiliare sono le modalità patriarcali per dimostrare potere, difficilmente utilizzate nei confronti di altri uomini.

La matrice della violenza fisica è la stessa di quella verbale: il considerare la donna diversamente uguale all’uomo, come afferma la psichiatra Sarah Viola durante la trasmissione Ore 14 del 22 febbraio scorso. Le donne – in quanto tali – sono considerate inferiori, diverse o non degne di rispetto. Le dimostrazioni di solidarietà nei confronti di Meloni non si sono fatte attendere, in particolare ha colpito quella dell’ANPI – Associazione Nazionale Partigiani Italiani – e dei partiti della sinistra italiana. Un buon esempio di solidarietà, consolidatosi con la sospensione da parte del rettore dell’Università di Siena del professore Gozzini per tre mesi, periodo durante il quale non percepirà nemmeno lo stipendio.

Tali episodi, ci permettono di comprendere pienamente le parole di Chimamanda Ngozi Adichie: scardiniamo le attuali convinzioni che piegano gli esseri umani a rappresentare stereotipi di genere e costruiamo un sistema in cui si educhi al rispetto dell’altro e alla parità di diritti e doveri, solo così impareremo ad accettare donne leader e uomini remissivi.


Immagine in copertina di Howard Country Library System

Sara Sucato

Siciliana, attivista per i diritti umani, mi piace definirmi "Life enthusiast". Sempre alla ricerca di qualcosa di cui parlare (e di qualcuno che mi ascolti).

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