Donne samurai: Nakano Takeko e la fine degli shogun

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Quando il 10 ottobre 1868 Nakano Takeko guidò altre donne samurai nella loro ultima battaglia aveva solo 21 anni. Il suo nome, ora, è consegnato alla storia.


È la notte fra il 9 e il 10 ottobre 1868, il nemico è alle porte, vicino quanto la fine dei samurai. Un acceso vociare sveglia Nakano Takeko: voci femminili parlano concitate, parlano di lei. «Dovrà nascondersi in un villaggio vicino» incalza sua madre Kōko. Yuko non ci sta: ha sedici anni, e vuole combattere al fianco della sorella Takeko, della madre e delle altre donne samurai dello jōshigun. Alla fine, la giovane l’ha vinta: combatterà, anche se le possibilità di sopravvivere sono scarse. Sarà proprio lei, il giorno dopo, a esaudire l’ultima richiesta di sua sorella, Nakano Takeko, la samurai la cui memoria è sopravvissuta ben oltre i suoi 21 anni.

Per comprendere quella notte – e quanto accade nella battaglia del giorno dopo, che consegnerà Nakano Takeko ai libri di storia – bisogna riavvolgere il nastro di qualche anno.

Il periodo Edo e la fine degli Shogun

Il Giappone della seconda metà dell’Ottocento è sconvolto da grandi tensioni. Il lungo periodo Edo (1603-1867) che aveva visto al comando lo shōgun, il “grande generale conquistatore di barbari”, insieme ai capi militari locali daimyō, volge alla fine. Un profondo malcontento attraversa la società giapponese, nelle campagne ma anche in città, coinvolgendo i guerrieri samurai lontani dal centro del potere a Edo (antico nome di Tōkyo). 

Sono passati poco più di dieci anni dalla prima Guerra dell’Oppio (1839-42). Lo straniero da Occidente incombe sulle coste con armi migliori, tecnologia avanzata, ed esige l’apertura di confini che fino a quel momento erano rimasti sigillati. Scontenti del governo di Edo e in cerca di un’identità nazionale, in molti guardano a Kyōto, dove il tennō, l’imperatore, risiede senza poteri. 

Fra il 1854 e il 1858, sotto le pressioni degli Stati Uniti d’America prima e di Gran Bretagna, Olanda e Russia dopo, lo shōgun firma una serie di trattati “ineguali” che determinano la fine del bakufu, il proprio dominio militare. I clan vicini al tennō insorgono, costringendo lo shōgun a rinunciare alla propria carica in favore dell’imperatore nel gennaio del 1868. Inizia l’era Meiji e, con essa, il tramonto del potere dei samurai.

Statua di Nakano Takeko a Hōkai-ji, Aizubange, Fukushima, Giappone.

La storia di Nakano Takeko

Tuttavia, molte famiglie di guerrieri rifiutano la resa. Esplode la Boshin Sensō, una guerra civile che durerà più di un anno fra le famiglie fedeli allo shōgun e quelle fautrici della restaurazione imperiale; fra queste anche il clan che governa in Aizu, l’odierna Fukushima, e di cui fa parte Nakano Takeko.

Nel 1868 Takeko ha 21 anni, e si è già distinta per le sue straordinarie capacità con la naginata, un’arma costituita da una lama ricurva montata su una lunga asta, favorita dalle donne delle famiglie samurai. Istruite sin da giovani alle arti marziali, rappresentano l’ultima difesa del castello. Le donne di Aizu, in particolare, sono chiamate a essere tanto abili nella penna quanto con la spada.

Durante la sua breve vita, Takeko è testimone di un mondo che cambia velocemente: adottata dal suo maestro Akaoka Dainosuke nel 1863, respinge il tentativo del padre adottivo di darla in sposa; torna invece dalla sua famiglia d’origine, dove si unisce alla ribellione e istruisce altre giovani all’uso della naginata.

Takeko alla guida dello jōshigun

Nonostante la sua richiesta di unirsi all’esercito regolare di Aizu venga respinta più di una volta, Takeko non demorde. Si rivolge al comandante sul campo, Kayano Gobei; questi mostra di essere colpito dalla sua determinazione, ma la invita a restare sotto la protezione del sopraggiunto Furuya Sakuzaemon e della sua truppa. È Furuya, una volta che Kayano si è allontanato, a dare via libera a Takeko.

Takeko prende la guida dello jōshigun, un “plotone” di venti, forse trenta donne. Fra di loro, ci sono anche la sorella e la madre. La mattina del 10 ottobre 1868 è ormai chiaro che le speranze di vittoria dei guerrieri di Aizu sono scarse. Il nemico è arrivato al ponte Yanagi, a metà strada fra le truppe e il castello. Per i samurai guidati da Furuya e lo jōshigun non resta che un’ultima missione suicida.

Nella cultura giapponese, l’onore non è una merce che può essere barattata in cambio della sopravvivenza. Ancora di meno lo è per i samurai di Aizu, cresciuti con un profondo codice morale di onore e rispetto. Le donne Aizu non saranno catturate o vendute agli occidentali: quelle che non combattono fino alla morte, si suicidano.

Un nome nella leggenda

È con questo spirito che Takeko, dita strette intorno alla sua naginata, si prepara a scagliarsi contro i fucili dei soldati dell’imperatore. Agli occhi dei testimoni, la giovane appare come una potente furia. Sono cinque, se non sei, i nemici che cadono a terra prima che uno sparo di un fucile la colpisca – strappandole il respiro. Yuko corre al suo fianco, raccogliendo il suo ultimo respiro e la sua ultima richiesta. Il suo corpo non sarà un trofeo per i loro nemici. Takeko chiede alla sorella di tagliarle la testa e portarla via di là.

Forse aiutata nell’atto perché esausta dalla battaglia, Yuko ubbidisce. Sopravvissuta, seppellisce la testa ai piedi di un albero, in un tempio vicino a cui dona anche la naginata di Takeko.Takeko è forse un nome sconosciuto fuori dal Giappone, ma onorato a Fukushima. Nel tempio dove fu seppellita la sua testa si erge una statua commemorativa, e nella prefettura si tengono manifestazioni e ricostruzioni storiche. Insieme a lei, il Giappone ricorda il coraggio e la forza delle guerriere che si rifiutarono di svanire in silenzio.


Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

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