La regina degli scacchi: vincere con stile in un mondo di uomini

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Netflix non si smentisce: la storia di Beth Harmon, bambina prodigio degli scacchi, interpretata magistralmente da Anya Taylor-Joy ne “La regina degli scacchi”, costituisce l’ultimo capolavoro della piattaforma, diventato ormai virale.


«Un giorno rimarrai tutta sola, quindi devi imparare a prenderti cura di te stessa»: è con queste parole che la madre biologica della piccola Beth cerca di imprimerle nella mente uno dei pochi insegnamenti che l’accompagnerà per tutta la vita, e che, col senno di poi, suona quasi come una premonizione di quello che accadrà.

E in effetti La regina degli scacchi, serie evento Netflix dal successo mondiale strepitoso nata dalla mente di Scott Frank e Allan Scott, è proprio questo: una storia lunga sette episodi di profonda solitudine e tormenti.

La protagonista è Beth Harmon (una bravissima Anya Taylor-Joy), rimasta orfana a soli otto anni, che in orfanotrofio scopre la sua passione per il gioco degli scacchi: sarà il signor Shaibel, anziano e taciturno custode dell’istituto, il primo ad accorgersi del talento della bambina, ma sarà anche tra i primi a temere che proprio questo talento la schiaccerà inesorabilmente.

Beth assapora la solitudine già dall’infanzia, e l’unica cosa che le dà sicurezza è proprio la scacchiera, quelle caselle bianche e nere (ciò che di più simile a una “casa” possa esserci per lei) che si materializzano ogni notte sul soffitto del dormitorio, come conseguenza dei tranquillanti somministrati a tutti i bambini nell’orfanotrofio, e per cui Beth svilupperà una dipendenza precoce da cui non saprà mai liberarsi.

Nemmeno quando verrà adottata, a quindici anni, riuscirà a eliminare quel senso di solitudine e di isolamento che l’ha caratterizzata fin dai primi anni di vita: al contrario, in quella casa così grande e vuota il rimbombo dei suoi pensieri e la sua ossessione per gli scacchi crescerà ancora di più, complice anche una madre adottiva depressa e più sola di lei (se questo fosse possibile) con un matrimonio ormai fallito e di facciata.

Anya Taylor-Joy

Beth deve fare i conti sin da subito con il mondo degli scacchi, dominato dalla presenza maschile, in un’America di metà anni ‘60 ancora ben lontana dal ridimensionare gli stereotipi di genere, sebbene una delle critiche che è stata mossa alla serie, sia stata proprio quella di aver calcato troppo questo aspetto, mostrando soltanto competizioni maschili: infatti, nonostante fossero di numero inferiore, in quegli anni vi era comunque una discreta partecipazione delle scacchiste alle gare, e non una totale assenza, come la serie pare far credere.

«Dice solamente che sono una ragazza: non dovrebbe importare. Hanno tralasciato la metà delle cose» sbotta l’adolescente Beth dopo aver letto una delle sue prime interviste, e rendendosi conto che a essere degno di nota fosse il fatto di essere una ragazza, piuttosto che quello di essere brava e talentuosa, anzi un vero prodigio.

Pregiudizi che la accompagneranno in tutta la sua carriera e a cui dovrà fare l’abitudine: «Cosa direbbe a chi nella Federazione Scacchi la accusa di essere troppo alla moda per essere una seria giocatrice?» la provocano i giornalisti; «Direi che è molto più facile giocare a scacchi senza il fardello di un pomo d’Adamo».

Tutti impegnati a guardarle i vestiti, i capelli, il trucco, quando a lei importa soltanto una cosa: vincere. Perché Beth non vuole limitarsi a giocare: nella sua vita che cade a pezzi, tra alcool e ansiolitici, almeno negli scacchi le sconfitte non possono, non devono, essere contemplate; l’unico mondo dove ha il controllo è costruito su quei pedoni, su quel cavallo che si muove a elle, su quell’alfiere che mangia pezzi in diagonale, su quella regina impazzita che va ovunque e quel re che deve essere difeso a ogni costo.

Tra una difesa siciliana e un gambetto di donna (il titolo originale della serie è proprio The queen’s gambit), gli scacchi, notoriamente un gioco lento e riflessivo, vengono qui trasformati in mosse incalzanti che scandiscono un ritmo veloce e sostenuto, in contrasto con lo studio lungo e laborioso delle tecniche dei più grandi maestri di tutti i tempi, che Beth cerca di apprendere attraverso centinaia e centinaia di pagine di libri e riviste.

Attenzione maniacale è data alle inquadrature, appositamente focalizzate sul volto quasi sempre teso e irrequieto di Beth; fotografia e montaggio abilmente organizzati in modo da richiamare una scacchiera, così come la simmetria dei costumi dalle linee geometriche che segue l’evoluzione e la crescita di Beth, da bambina spaventata con vestiti monocolore, a donna “bella e dannata” ammirata e invidiata dai più, e a cui il pubblico non può evitare di affezionarsi.

Arrivati all’ultimo episodio ci sembra un lontano ricordo la piccola Beth, costretta a diventare adulta troppo presto, ingabbiata nel suo stesso genio, che sarà la sua fortuna e la sua rovina al tempo stesso: Elizabeth Harmon è una regina solitaria, in fondo lo è sempre stata, protagonista assoluta della scacchiera, leggenda indiscussa del bianco e del nero.


Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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