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Meritocrazia e giustizia: binomio indissolubile?

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L’ideale della meritocrazia che produce il suo opposto: esistono davvero “i migliori” o è solo una costruzione per accettare le ingiustizie della realtà?


Ognuno di noi ha bisogno di credere all’esistenza di un mondo giusto, al fatto che ci sia un “qualcosa” non ben identificato che garantisca una Giustizia Suprema e assicuri gratificazioni a chi è meritevole, e punizioni a chi non lo è. Ognuno di noi ha bisogno di credere che i propri sforzi verranno ricompensati, perché pensare il contrario provocherebbe un senso di rancore, ingiustizia, disuguaglianza e conseguente frustrazione, che si riverserebbe a cascata in ogni aspetto della propria vita, portandola alla deriva. Giustizia qui non deve intendersi limitatamente al campo del diritto, della giurisprudenza, ambito da cui inevitabilmente trae origine, ma dove ha un’accezione diversa.

Hans Kelsen, per esempio, parlava della giustizia come “la dimensione morale del diritto, l’idea platonica o la cosa in sé kantiana nel campo del diritto” [H. Kelsen, Reine Rechtslehre. Einleitung in die rechtswissenschaftliche Problematik, Wien, 1934]. Il diritto considerato come categoria morale altro non sarebbe, quindi, che la giustizia in sé, e un ordinamento “giusto” è tale in quanto soddisfa tutti: una sorta di felicità sociale, di cui l’uomo sente il bisogno, e che viene avvertita pensando all’idea stessa di giustizia. In questa veste, quindi, giustizia e diritto sembrerebbero coincidere. 

La giustizia, però, ha anche un altro significato, che la differenzia da quello proprio di “diritto”: essa esprime un valore assoluto, il cui contenuto non è in alcun modo determinabile dalla dottrina, dalla scienza, perché appartiene a un ordinamento superiore, intangibile, e per certi versi inspiegabile attraverso la conoscenza razionale. Considerata sotto questo aspetto, la giustizia si presenta come al di sopra del diritto positivo, delle norme giuridiche, di tutto ciò che può essere costruito o pensato dall’uomo; è un qualcosa di diverso, che trascende i fenomeni naturali ed empirici.

Non è un caso, infatti, che tutte le volte che si è cercato, nei secoli, di rispondere a domande come “cos’è la giustizia?” le risposte si siano rivelate del tutto inadeguate e prive di una spiegazione esaustiva: “scegliere il bene ed evitare il male” (ma cosa è bene e cosa è male?), “scegliere il giusto per se stessi” (ma come si fa a discernere tra la miriade di opzioni che si prospettano?); risposte vuote che vanno a finire inevitabilmente nella tautologia, in quei giudizi secondo i quali “il giusto è giusto e non ingiusto”, “il buono è buono e non cattivo”, “il bene è bene e non è male”.

La difficoltà nel rispondere a questa domanda primordiale è da riscontrarsi nel fatto che il concetto stesso di giustizia è tanto potente, quanto effimero nella sua definizione: essa è una legge che governa l’essere, e consiste nel conformarsi al bene assoluto. Già nell’antica Grecia, la giustizia è pensata come ordine posto alla base dell’intero corso del cosmo: è ciò che fa sì che tutto sia al proprio posto, con la propria funzione, col proprio scopo nell’universo. La giustizia è la virtù per eccellenza, a cui ognuno deve ispirarsi: la giustizia è ordine.

C’è un concetto molto vicino a quello di giustizia, sottilmente legato a quel sentimento supremo di ordine di cui sopra: la meritocrazia, la quale però è stata distorta nel suo significato intrinseco.

L’idea per cui talento e impegno possono farci raggiungere qualsiasi obiettivo che ci siamo prefissati si è insinuata nella nostra società e abbiamo iniziato a utilizzarla come parametro giustificativo per regolare il mondo, come un assioma assodato e certo: coloro che ottengono maggiori successi sono quelli con più talento, o comunque quelli che si sono impegnati di più, e quindi meritano moralmente la gratificazione, il premio, che, effettivamente, raggiungono.

La meritocrazia come ideale morale, dunque: “se ce l’hai fatta è perché te lo sei meritato, se non ce l’hai fatta è perché ti mancava il talento o non hai lavorato abbastanza”. Tutto giusto, tutto corretto, tutto in ordine, come deve essere. Ma è davvero così? 

Paradossalmente il mito della meritocrazia sta producendo il suo stesso opposto: se bisogna premiare chi ce la fa, diventa giusto punire chi non ce la fa. Il fallimento è interamente colpa della persona che, evidentemente, non ha creduto abbastanza in ciò che faceva, non ha provato come doveva; e ha fallito (anzi, per la precisione, non poteva fare altro che fallire).

Si creano così due fazioni: chi riesce, chi prospera, chi ottiene, e all’opposto i frustrati, i rancorosi, che osservano pieni di astio chi ce l’ha fatta. In questa equazione la fortuna è una variabile che non viene contemplata, sebbene possa considerarsi (e spesso lo è) una parte fondamentale dei successi ottenuti, insieme al caso, alle circostanze, al cosiddetto “trovarsi al posto giusto nel momento giusto”. Ma una variabile del genere crea disordine, caos: e il caos è l’opposto della giustizia, quindi spaventa. 

La meritocrazia doveva servire a combattere quell’ingiustizia di fondo avvertita dalla società come un malessere, per cui alcune professioni, alcune posizioni sociali prestigiose si acquisivano per nascita, solo perché si apparteneva a una determinata famiglia piuttosto che a un’altra, e non appunto per merito: la meritocrazia nasce, quindi, per combattere i privilegi dell’aristocrazia, formata da quei “migliori” (dal greco aristos, “il migliore”), che erano tali senza aver fatto assolutamente nulla.

Ma non ha essa stessa creato un altro tipo di aristocrazia, diversa, ma pur sempre tale? L’aristocrazia del talento, l’idea per cui comunque esiste una casta “migliore” di altre, basata non più sulla nascita, ma sul merito: cambia l’ordine degli addendi, ma il risultato non cambia. Questo instilla inevitabilmente la convinzione per cui se si è raggiunto un risultato, lo si è raggiunto per l’impegno, o per le capacità personali: chi non ce l’ha fatta è il solo e unico responsabile della propria sconfitta. Quindi, alla fine dei giochi, la dicotomia migliori (da una parte) e peggiori (dall’altra), rimane, e anzi trova la sua legittimazione nell’ideale morale della meritocrazia.

Ma perché il mito della meritocrazia è caduto in questa trappola? Questo accade principalmente per un motivo: perché non viviamo in un mondo giusto. E di questo ne siamo consapevoli: tutte le volte in cui siamo vittime di un’ingiustizia, tutte le volte in cui veniamo a sapere che qualcuno a noi più o meno vicino ne è stato vittima. Ne siamo consapevoli, ma non vogliamo accettarlo; allora per sopravvivere costruiamo quell’illusione di vivere in un mondo giusto: questo ci porta a cercare delle giustificazioni, finendo per mascherare un’ingiustizia con qualcosa che deve essere così, e non può essere diversamente.

Questo perché una sofferenza, un dispiacere, quindi in senso lato un’ingiustizia, se “meritati” sembrano essere meno dolorosi, o comunque maggiormente tollerabili e sopportabili. E sono sofferenze “meritate” perché il mondo è un posto giusto, deve esserlo: ma questa è solo una nostra percezione, che non fa altro che distorcere la nostra visione di realtà.

Foto di Copertina: Medium.com


 
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Silvia Scalisi

Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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