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Il coraggio del futuro?

 

Questo il nome del nuovo documento programmatico di Confindustria che dovrebbe porre le basi per lo sviluppo del Paese nel prossimo trentennio.


Il 29 settembre scorso il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha fatto una lunga relazione all’assemblea degli industriali con questo titolo evocativo: “Il coraggio del futuro”. A margine dell’assemblea ha rilasciato l’omonimo libro, “Il coraggio del futuro. Italia 2030-2050”, scaricabile dal sito della Confindustria, che potremmo definire il nuovo manifesto programmatico della Confindustria per il prossimo ventennio 2030-2050 ma che in realtà è ben piantato anche nel prossimo futuro.

Il tomo, composto da ben 385 pagine, spazia su tutto il campo della politica economica ed ha ben in mente una serie di spunti programmatici da realizzare nel più breve tempo possibile. Quello che impressiona è la relativa scarsità di linee guida per lo sviluppo delle imprese, per la loro internazionalizzazione, per una nuova rinascita, mentre, al contrario, il volume è pieno di indicazioni politiche: in sintesi, un programma sponsorizzato da viale dell’Astronomia.

Sorprende, data la caratura dell’Istituzione, il carattere smaccatamente partigiano del documento in questione che riprende, amplificandole, linee guide di una politica iperliberista ormai al tramonto, sconfitte dall’incapacità di reagire, o quantomeno resistere, a due crisi economiche.

Colpisce leggere, per esempio, che i controlli sull’evasione fiscale dovrebbero essere più mirati, e non a tappeto (come per altro non sono neanche oggi a causa dei numeri esigui dell’amministrazione competente), nell’ottica di una massimizzazione tra risorse investite e ritorno in sanzioni in un’ottica strettamente aziendale. Questo significherebbe però un alleggerimento complessivo dei controlli che dovrebbero concentrarsi solo dove l’evasione è evidente. 

Anche in campo sanitario si propugna una visione strettamente aziendalista che, taglio dopo taglio, ha provocato i gravi disservizi a cui oggi assistiamo. Testualmente: «Occorre valutare le prestazioni, non solo in base al costo, ma anche al rendimento, quindi ai risultati generati, che nel caso della sanità sono di natura clinica, scientifica, sociale, ma anche economica. Abbandonare modelli di gestione che non tengono conto delle forti interazioni nei percorsi di cura e determinano costi molto elevati per le imprese, a danno dell’innovazione e della sostenibilità industriale».

Naturalmente, accanto a una sanità pubblica, resa un’ombra rispetto al modello che dovrebbe rappresentare a causa dello stato dei finanziamenti e dei suoi impieghi, non del tutto efficienti, dovrebbe stagliarsi una sanità privata efficiente, sana e concorrenziale rispetto al modello pubblico. Purtroppo, però, anche la sanità privata non si è dimostrata negli ultimi trent’anni uno specchio di rigore morale, come i numerosi fatti di cronaca hanno ricostruito.

Un rimando, infine, è lasciato al sistema assicurativo sanitario privato verso quello che è il modello sanitario americano come modello da sostenere e incentivare tra i cittadini ma che, come stiamo assistendo, non sta dando prova di efficienza nella gestione dell’emergenza Covid-19.

A questa visione non si sottrae ovviamente il mondo della scuola che dovrebbe entrare nell’ottica di formare lavoratori e non cittadini. Tenendo presenti le evidenti storture del sistema scolastico, la visione propugnata a livello confindustriale è quella di una scuola complementare al mondo del lavoro, cioè un mezzo e non un fine in sé. Per sostenere questa visione viene riesumato il concetto rinascimentale di “homo faber” enucleandolo dalle sue fondamenta per utilizzarlo come sostegno ad un modello di essere umano esclusivamente “costruttore”, per una conoscenza fondata sulla produzione. Bisogna però precisare che questo modello era stato abbandonato perché reso del tutto obsoleto dalle stesse rivoluzioni liberali che avevano messo al centro del mondo scolastico la creazione di un cittadino e non di un mero produttore/costruttore.  

Infine, il punto di maggiore conflitto riguarda i rapporti di lavoro e, in particolare, le forme di licenziamento. Secondo Confindustria, questo licenziamento dovrebbe essere meno “traumatico” con meno lacci e lacciuoli e soprattutto con meno giudici del lavoro e maggiori procedure conciliative.

Il modello di riferimento è quello obsoleto del “more fire, more hire” che ha già mostrato nel corso degli anni la sua fallacia con il problema principale legato all’instabilità del rapporto di lavoro sia da parte aziendale che da parte del lavoratore: se il contratto rende semplice la procedura di licenziamento, facendo del lavoratore una sorta di precario con contratto a tempo indeterminato, la volontà sia dell’azienda che del lavoratore stesso, di investire sul lavoro è ridotta a zero. Da un lato, le aziende non investono perché ritengono più semplice licenziare e trovare un lavoratore qualificato (qualora esista), dall’altro lato, il lavoratore non trova di nessun vantaggio investire in un lavoro che può perdere dalla sera alla mattina: in questo modo ciò che ci perde è la formazione e il lavoro di qualità e, di conseguenza, quello che va a ramengo è ovviamente la produttività. Questo è un film già visto, il film del crollo della produttività nazionale negli ultimi venticinque anni, dal Pacchetto Treu al Jobs Act. 

Naturalmente la visione di viale dell’Astronomia è diversa: «Occorre avere il coraggio di affrontare in modo equilibrato anche il tema dei licenziamenti per motivi oggettivi, in modo tale che non costituiscano più un evento traumatico ma possano essere vissuti dal lavoratore in un quadro di garanzie tali da renderlo un possibile momento fisiologico della vita lavorativa». Ciò risulta possibile, dal punto di vista confindustriale, se a gestire la situazione è la macchina statale che dovrebbe “prendersi cura del lavoro e del lavoratore” (titolo della sezione che riguarda i rapporti lavorativi). Tutto questo, però, risulta in contraddizione, come è evidente nell’intervento dello stesso Bonomi dal palco dell’assemblea, con le aspre critiche dal mondo confindustriale sulle misure, quali il reddito di cittadinanza, quota cento e la proposta di un salario minimo, che potrebbero rendere meno traumatica la cesura lavorativa. 

Un altro punto controverso del libro, sempre legato al mondo del lavoro, è quello della flessibilità. L’accento è puntato sia sul contratto di somministrazione, sia sul mero contratto a termine, mentre il contratto di apprendistato viene indicato come strumento principale per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Inoltre, anche se non lo si indica chiaramente, si può evincere dalla terminologia una sorta di riferimento al contratto a cottimo: «Occorre disciplinare questo rapporto non restando rigidamente ancorati a tutte le caratteristiche del contratto di lavoro classico, connotato da uno spazio e da un tempo di lavoro. Serve una regolamentazione che consenta, da un lato, di vedere il lavoro “in purezza” come creatività, sempre più orientato al risultato, e, dall’altro, di remunerarlo per il contributo che porta all’impresa nel processo di creazione del valore». 

Infine, viene esaminato il rapporto con lo Stato che può essere declinato in due modi: rapporto con la Pubblica Amministrazione e rapporto con lo Stato investitore. Nei confronti della Pubblica Amministrazione è “brandita la clava” con le richieste di forti sanzioni nei confronti dei dipendenti che non raggiungono i propri obiettivi e non svolgono al meglio i propri compiti. Si passa da richieste di sanzioni economiche, a retrocessioni di carriera, fino al licenziamento.

Nei confronti dello Stato investitore, invece, vi è una visione opportunistica: mentre da un lato non si disdegnano i capitali pubblici per risanare le aziende private in crisi, al contempo si critica il controllo dello Stato sulle aziende evidenziandone i fallimenti economici nel passato. Quello che si legge è il classico schema dell’imprenditoria nostrana basata sulla collettivizzazione delle perdite e sulla privatizzazione dei profitti. In sintesi, dopo aver risanato l’azienda, lo Stato dovrebbe fare un passo indietro e cederne il controllo in base a una sua cattiva gestione per antonomasia anche se l’azienda in crisi su cui si è intervenuti era privata, e questo risulta essere un ragionamento che non torna.

Concludendo, quindi, quello che si legge fra le righe del libro della Confindustria non è tanto “Il coraggio del futuro” quanto più un ritorno a un passato, in alcuni casi, anche remoto.


 

Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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