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Diritti Umani e Covid-19: un dialogo giudiziario

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Tre Corti per i diritti umani si sono incontrate per fare il punto della situazione sullo status giuridico dei diritti umani nel mondo al tempo del Covid-19.


Lo scorso luglio la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli ( AfCHPR ), la Corte europea dei diritti dell’uomo ( CEDU ) e la Corte interamericana dei diritti dell’uomo ( IACtHR ) si sono incontrate telematicamente al fine di avviare un dialogo relativo all’impatto che la pandemia da Covid-19 ha avuto e sta avendo sui diritti umani. Sono stati tre i punti fondamentali di tale autorevole scambio: lo stato attuale dei diritti economici, sociali e culturali; la protezione necessaria per i gruppi più vulnerabili e, infine, la pandemia come pretesto per la violazione dei diritti fondamentali.

I giudici si sono trovati d’accordo nel ritenere che l’attuale crisi sanitaria sta minacciando lo stato dei diritti umani in tutto il mondo. Non tutti i cittadini africani, americani ed europei hanno oggi accesso alle cure mediche necessarie e molte delle infrastrutture sanitarie non offrono servizi accessibili o adeguati. Inoltre, in diverse zone del mondo, le persone non riescono più ad accedere al cibo e all’acqua e la crisi economica che sta imperversando ovunque rende più difficile la sopravvivenza di tanti. 


Tale situazione è deleteria soprattutto per i diritti dei gruppi sociali più a rischio, come i cittadini del sud del mondo, donne, detenuti, migranti e anziani: si è rilevato, ad esempio, l’aumento dei casi di violenza domestica durante i lockdown e si è altresì discusso delle numerose segnalazioni circa il grave stato sanitario delle carceri in molti Paesi. Per tali motivi, i giudici hanno esortato gli Stati a fare di più per salvaguardare i diritti dei cittadini e, in particolare, la Corte europea ha richiesto il rispetto degli obblighi derivanti dall’art. 2 della CEDU sul diritto alla vita e alla salute.

Nell’ambito del convegno, un’altra importante riflessione ha riguardato l’uso, da parte di molti Stati, del pretesto della pandemia per violare i diritti umani e limitare la democrazia. I giudici hanno criticato alcune delle misure emergenziali adottate nella generale parvenza del rispetto del diritto alla salute. Preoccupanti, secondo le Corti, sono le leggi come quelle approvate in Azerbaigian o in Ungheria che vanno a minare i principi fondamentali della democrazia e dello Stato di diritto. Le deroghe ai diritti, con legislazione di emergenza, hanno toccato quasi tutti gli Stati: secondo i giudici, si intravede il pericolo che tali misure, in un mondo dai rischi incerti, diventino ovunque sempre più frequenti, non necessarie, non ragionevoli e non proporzionate. 

Ci si chiede allora come è stato possibile per gli Stati giustificare una normativa d’emergenza tanto drastica e non proporzionata che, in alcuni casi, ha addirittura fagocitato la democrazia.

Innanzitutto, è bene precisare che ogni azione impartita da un potere pubblico dovrebbe tradizionalmente rispettare il principio di proporzionalità. Ciò non solo viene affermato nelle Carte Costituzionali di moltissimi Paesi (tra cui proprio l’Ungheria) ma rappresenta un criterio guida di razionalità di ogni scelta umana. Tale principio impone infatti l’analisi dell’adeguatezza dello strumento rispetto al fine, delineando i limiti all’azione stessa che diviene, a quel punto, funzionale a quel determinato scopo. Il limite di proporzionalità è correttamente individuato anche in base al bilanciamento di interessi e rischi: è proprio lo studio di tale limite che ci spinge ad analizzare il tipo di contemperamento operato nell’applicazione di tali normative. 

Da subito appare chiaro che il bilanciamento effettuato nella normativa d’emergenza è un bilanciamento dei rischi: si contrappesano il rischio della diffusione del contagio con il rischio di ledere i diritti. C’è quindi un problema di rapporto tra i due rischi, ma il primo diviene nel confronto completamente assorbente, seppur dai confini più incerti (il contagio non è totalmente prevedibile), e poi c’è il secondo termine di bilanciamento (il rischio certo di ledere i diritti umani) che viene continuamente sminuito e accettato, facendo leva sulla paura.

Nonostante la delicatezza del tema, si può sostenere che il bilanciamento che dovrebbe operarsi non ha come termini di confronto i rischi, ma i diritti. Le operazioni a cui i giuristi e le Corti sono abituati riguardano il contemperamento dei diritti, che sono entità ben individuate nei contenuti e rispetto ai quali si può prevedere con un certo grado di precisione quali sacrifici proporzionali potrebbero conseguire ad una determinata scelta. Quando i termini di confronto diventano i rischi, come nel caso di operazioni effettuate in numerosi Stati, la questione diventa ancora più delicata in quanto sono fattori molto più incerti poiché la loro portata, la loro dimensione, il loro significato e il loro rapporto non è ben delineato. Non si tratta di strumenti di contemperamento per cui i giuristi sono attrezzati e le conseguenze non possono essere previste. Inoltre, bilanciare i rischi non ci permette sempre di operare un corretto sindacato sulle scelte effettuate proprio in quanto sono termini di confronto molto più sfumati.

Il bilanciamento così operato sui rischi può restituire la falsa percezione che un contemperamento sia stato davvero effettuato e che, in base allo stesso, sia necessario sacrificare tutto il sistema democratico per proteggere il diritto alla salute. Un bilanciamento effettuato tra diritti, invece, non sacrificherebbe il tutto per un solo termine poiché si individuerebbero correttamente le problematiche legate all’assolutizzazione di un solo diritto su altri.

Rivelatrici a riguardo sono le pronunce della Corte Costituzionale italiana nelle quali i giudici sostengono l’inesistenza di diritti preminenti o assoluti rispetto ad altri: non esiste dunque, secondo la Corte, una rigida gerarchia dei diritti fondamentali in quanto questi richiedono un continuo e vicendevole bilanciamento. Il fatto che il diritto alla salute venga ritenuto “primario” non significa che tale diritto debba essere posto alla sommità di un ordine gerarchico assoluto; vuol dire invece che la salute non può essere sacrificata per altri interessi. Il bilanciamento diviene fondamentale perché mette alla pari i diritti senza azzerarne nessuno, constatando caso per caso i costi e i benefici, indicando la strada per un parallelo accrescimento delle tutele. Se si espandesse invece un solo diritto, si rischierebbe un’alterazione di sistema e una violazione dei diritti delle persone in contrasto con tutte le Carte per i diritti umani.

La Corte Costituzionale, in una di queste pronunce, ha infatti affermato che «tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri. La tutela deve essere sempre sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra loro». E ancora ha sostenuto che «se così non fosse, si verificherebbe l’illimitata espansione di uno dei diritti, che diverrebbe “tiranno” nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette, che costituiscono, nel loro insieme, espressione della dignità della persona. […]» (Corte Costituzionale sent. n. 264 del 2012).

Quello che dobbiamo, in definitiva, evitare da giuristi è il porre il bilanciamento dei rischi come paradigma assoluto, come modus operandi certo in tutti gli Stati: si altererebbe il sistema delle tutele e si fagociterebbe il sistema democratico, basandosi sulla falsa percezione che il risultato del contemperamento sia proprio l’azzeramento degli altri diritti per un solo diritto preminente. Sarebbe inoltre auspicabile, da parte degli Stati, l’assoluta trasparenza di tutti i processi decisionali in cui possa essere visibile e istituzionalizzato il ruolo degli esperti (medici, virologi, scienziati): le scelte su quale rischio o diritto privilegiare devono essere operate nel rispetto del sistema democratico affinché a guidarci non sia la paura poiché ci si presterebbe a pericolose strumentalizzazioni politiche.


 
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Rosa Guida

Laureata in giurisprudenza e attivista per i diritti umani. Appassionata di economia, storia e arte.

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