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L’indissolubile legame tra giustizia climatica e giustizia economica

 
 

In un quadro in cui “il più ricco 1% del pianeta emette più carbonio del più povero 50%”, risulta ormai evidente che la lotta al cambiamento climatico sia inseparabile dalla riduzione delle disuguaglianze.


Lo stato di lockdown impone, oggi, di riprogettare le nostre economie: se, come suggeriva Albert Einstein, “nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità”, potrebbe essere giunto il momento, forse, di rivoluzionare i sistemi produttivi, optando per una scelta che tenga conto delle ripercussioni delle attività economiche sull’ambiente

Si tratta di un tema già discusso da molti anni, ma rilanciato a livello globale sia in seguito alla conclusione degli Accordi di Parigi, sia grazie all’indiscusso successo riscosso dalla giovane attivista Greta Thunberg, a cui va attribuito il merito di aver sensibilizzato l’opinione pubblica sul tema della lotta al cambiamento climatico.  L’esigenza di virare verso una primavera ecologica emerge con maggiore evidenza se si guarda ai dati pubblicati dall’International Energy Agency; al riguardo sono stati sottolineati gli altissimi costi che, annualmente, dovrebbero essere sostenuti per limitare il livello di surriscaldamento globale, specialmente nel breve periodo.

In questa prospettiva, proprio in relazione all’esigenza di assicurare elevati investimenti, sembra che la lotta al cambiamento climatico non sia poi così disgiunta dal raggiungimento di altri obiettivi, quali la riduzione delle disuguaglianze o la lotta alla povertà.  La questione si pone su un duplice piano: sotto un primo profilo, come già accennato, non vi è dubbio che la riorganizzazione green dei singoli Stati implichi dei costi quasi insostenibili per le economie più svantaggiate ed infatti, non a caso, ogni accordo internazionale in materia climatica precedente a quello di Parigi – a partire dal Protocollo di Kyoto – era considerato non applicabile ai Paesi in via di sviluppo, proprio in ragione delle elevate spese che questi avrebbero dovuto sostenere; secondariamente, come rilevato dall’economista francese Thomas Piketty, “il più ricco 1% del pianeta emette più carbonio del più povero 50%”. 

Sul punto, più nello specifico, non solo appare chiaro come le imprese con profitti più elevati siano quelle che di fatto producono un maggiore livello di inquinamento, ma sembra inoltre che alcune multinazionali abbiano finanziato delle apposite campagne pubblicitarie volte a convincere l’elettorato circa l’esigenza di ridurre i tributi finalizzati ad attuare delle politiche a tutela dell’ambiente.

A questa questione si aggiunge un’ulteriore circostanza che non può essere sottovalutata: troppe imprese, oggi, hanno approfittato della presenza di veri e propri paradisi fiscali ove collocare i propri profitti, con la conseguenza che una notevole porzione di possibili introiti statuali viene sottratta a tassazione. In questo modo vengono ridotti i fondi che potrebbero essere destinati al perseguimento di politiche ambientali, con conseguente incremento delle disuguaglianze tra piccole imprese e multinazionali.

Il tema delle diseguaglianze connesse alla lotta al cambiamento climatico era stato già sollevato dal movimento dei gilet gialli in Francia, che aveva qualificato come una vera e propria ingiustizia l’introduzione di una nuova tassa sul carbonio, senza che vi fossero, specularmente, delle imposte in capo alle grandi imprese, considerate le principali responsabili delle emissioni di Co2 nell’ambiente. 

La questione, a ben vedere, non pone dei risvolti esclusivamente in ambito giuridico ed economico, ma produce degli effetti concreti anche sul piano sociale e politico.  Il malcontento connesso all’introduzione di nuove tasse in capo a persone fisiche o giuridiche che, di fatto, si limitano a subire le conseguenze della transizione green, potrebbe creare il terreno fertile per lo sviluppo di politiche populiste che mirino a sradicare gli sforzi fino ad ora impiegati per garantire un’economia imperniata sul criterio della eco-sostenibilità. 

Appare chiaro come una simile situazione si stia già verificando in molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e il Brasile, ma non vi è dubbio che il problema potrebbe assumere un rilievo globale. Soffermandosi su quest’ultimo aspetto, sotto altro profilo, com’è stato rilevato dalla nota studiosa taiwanese Chien-Yi-Lu, sembra vi sia una stretta connessione tra le correnti neoliberali e le cause profonde che hanno condotto all’attuale crisi climatica. Pare, difatti, che le teorie “negazioniste” – ossia quelle correnti di pensiero che mirano a ridimensionare la questione climatica opponendosi apoditticamente ai rilievi raccolti dalla comunità scientifica – siano prevalentemente riconducibili proprio alla corrente neoliberale. 

Si tratta, più nello specifico, di scuole di pensiero sviluppatesi già nel passato che, partendo da una critica ferma alla dottrina keynesiana, sostenevano la necessità di accrescere incondizionatamente le libertà individuali. Il limite principale di questa teoria risiede, probabilmente, nell’estremizzazione delle stesse libertà personali, sfociate in una forma di puro individualismo, scevro da ogni contestualizzazione della persona nell’ambito della società civile. In tal senso, la conseguenza logica di tale processo sarebbe la negazione dell’esistenza di un bene comune, nell’ambito del quale si colloca anche una transizione ragionata verso un’economia maggiormente sostenibile.

Risulta evidente, infatti, che ogni approccio fondato sul mero individualismo finirebbe per rendere irrilevanti le questioni connesse al cambiamento climatico e, in definitiva, comporterebbe l’adozione di misure probabilmente non vincolanti, che si tradurrebbero in risposte del tutto inefficaci.  

Le soluzioni ipotizzate per dirimere le questioni connesse al binomio giustizia climatica – giustizia economico-fiscale sono molteplici; tra queste, meritano certamente di essere citate le proposte relative all’abrogazione dei sussidi annuali sui combustibili fossili e quelle inerenti alla postulazione di nuovi principi economico-contabili che tengano conto delle problematiche connesse al cambiamento climatico. 

Una delle iniziative più interessanti proviene dalla nota esperta del settore finanziario Daniela Gabor. Nella sua proposta, Gabor sostiene come la transizione verso un’economia maggiormente sostenibile, che concili anche le esigenze di giustizia sociale, possa avvenire mediante due soluzioni. La prima riflette sostanzialmente l’approccio adottato dall’Unione Europea, che mediante il Green New Deal ha costituito un insieme di politiche industriali e monetarie che prevedono forti incentivi all’impiego delle energie rinnovabili e pesanti sanzioni per chi dovesse infrangere gli standard comunitari. La seconda soluzione, invece, coinvolgerebbe più attivamente i soggetti privati, che sarebbero chiamati a fornire finanziamenti a sostegno delle politiche green senza, tuttavia, assumere i rischi di eventuali inadempimenti, che rimarrebbero in capo allo Stato. 

Si tratta di progetti ambiziosi, che appaiono lontani dalla realtà quotidiana, ma con i quali in realtà saremo chiamati a confrontarci nel breve periodo; ciò che è certo è che, contrariamente a quanto frequentemente sostenuto, il tema del cambiamento climatico non interesserà esclusivamente le generazioni future e non può essere trattato isolatamente. 

Quest’ultimo approccio, difatti, non consentirebbe di inquadrare la problematica in tutte le sue sfaccettature e, a lungo termine, finirebbe per incrementare le diseguaglianze e incrinare ulteriormente la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, chiamate oggi ad assumere una scelta non soltanto ambientale, ma certamente economica e, ancor prima, di giustizia sociale. 


 
Adriana Brusca

Adriana Brusca

Laureata in Giurisprudenza, vorrei intraprendere la carriera diplomatica, al fine di contribuire all’instaurazione di un sistema di relazioni internazionali improntato sulla collaborazione pacifica tra Stati.

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