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Ustica, molto più che «l’isola della strage»

 

Ustica è l’isola segnata dalla strage del 1980 rimasta impressa nella memoria nazionale. Ed è anche molto di più di una “macchia” italiana.


Palermo ha un’isola, oltre quella pedonale e la piccola disabitata Isola Delle Femmine (o Isola di Fuori). Da sempre dimenticata in mezzo ai “grandi nomi” del turismo degli arcipelaghi siciliani, la piccola Ustica fa parte della provincia palermitana e, senza giri di parole, si tratta di una vera meraviglia macchiata per sempre da un’indimenticabile e oscura tragedia.

Ustica è una delle figlie un po’ sfortunate della grande madre siciliana. Si sente nominare (oggi) poco, non è la meta principale del turismo nazionale e internazionale diretto in Sicilia e non è famosa come le sorelle mediterranee. Molti viaggiatori preferiscono location “mainstream” fra le Eolie, le Egadi o le più lontane Lampedusa e Pantelleria. Questa bellissima isola palermitana invece ha tutto (ma proprio tutto) per non temere rivali nel Mediterraneo. Storia, fascino e bellezze naturali formano il tridente per colpire direttamente il cuore di ogni moderno esploratore.

Ustica, dicevamo, non è certamente l’isola dei grandi flussi turistici europei, ma c’è stato un momento storico in cui è stata sulla bocca (e sugli schermi) di tutti. «Strage di Ustica», 27 giugno 1980, ore 20:59: il DC-9 Itavia viene abbattuto nei cieli italiani e si inabissa a largo di Ustica, portando con sé 81 persone (di cui 13 bambini); nessun sopravvissuto e solo 38 le salme recuperate dal fondo del mare. Il nome dell’isola resterà inevitabilmente collegato nella memoria nazional-popolare alla tragedia. Si trattò di uno dei casi italiani più controversi e carichi di inesattezze e misteri che incrociano il mondo militare e la geopolitica internazionale.

Il velivolo s’inabissò comunque ad una cinquantina di miglia (100 chilometri circa) a Nord di Ustica; piuttosto lontano, una distanza certo non propriamente definibile “a largo di” se dobbiamo essere precisi. La distanza era comunque minore rispetto all’altra sponda di quel mare, Ponza: Ustica divenne allora l’isola della strage.

Museo per la memoria di Ustica, 2007 (Bologna) – Ghedolo

La richiesta di giustizia che, incessante, va avanti da 40 anni, non ha ancora trovato tutte le risposte che restituirebbero dignità alle vittime della strage. Si tratta di una delle ferite rimaste aperte di un Paese e di una schiera di famigliari che non hanno mai dimenticato la distruzione nel cielo del DC-9. 

L’isola siciliana, però, non è degna di nota solo per la strage aerea del 1980. Ustica è la prima riserva marina protetta d’Italia, istituita nel 1986, e per i suoi fondali è meta di turisti sub (non sub-turisti!) da tutto il mondo. L’isola è sede del Sicily Web Fest, festival e rassegna cinematografica internazionale per giovani e navigati talenti del mondo delle web series. Si tratta di uno dei maggiori eventi internazionali dedicati a questo settore, quest’anno, a causa della pandemia da Covid-19, fissato nei giorni 18-19-20 settembre. Come si legge sul sito, la manifestazione ha «l’obiettivo di promuovere l’arte cinematografica attraverso il web – e che – non è semplicemente una competizione, ma un vero evento culturale».

Non è facile per un nome come Ustica “scollegarsi” dalla tragedia del 1980 – un po’ come accaduto per l’isola toscana del Giglio, balzata agli onori della cronaca per il fattaccio della Costa Concordia – ma parliamo di un’isola viva e che vive soprattutto di turismo. 

Le zone di interesse turistico e naturalistico sono tante e, ovviamente, tutte concentrate in uno spazio molto ridotto. Va bene praticamente ogni zona per la scelta dell’alloggio: si raggiunge tutto facilmente da qualunque punto. La “cittadella” è il cuore pulsante dell’Isola; spostandosi in cerca del “conforto marino” si trova l’avventura che contraddistingue lo spirito isolano: rocce, tante rocce da attraversare o scalare. Niente spiaggette con ombrelloni e chioschetti con bibite fresche tutto il giorno. Scogli, selvaggi scogli, senza la comodità per il turista da salotto.

Gli scogli e il mare di Ustica (Wikipedia – Markos90)

Forse gli antichi Romani ne avevano immediatamente colto lo spirito “aspro”, ruvido. La chiamavano proprio “Ustica” (derivante da ustum «bruciato»), forse per l’aridità che la contraddistingue ma più verosimilmente per il paesaggio segnato da colate di lava raffreddata e annerita. I Greci invece la chiamavano Osteodes, ovvero «ossario», come a considerarla il cimitero dei viaggiatori che vi morivano di fame e di sete, sotto il sole cocente e sopra le rocce roventi. La verità dietro quest’altro curioso nome dell’isola sta dietro la sua posizione in mare aperto: deserta com’era fu scelta dai Cartaginesi per abbandonarvi definitivamente un gruppo di mercenari ribelli, lasciati da soli a morire, lasciando di fatto un mucchio di ossa. Secondo alcuni studiosi è inoltre la dimora della maga Circe, la tentatrice di Ulisse che trasformava i visitatori in maiali. 

Etimologie e leggende a parte, lungo uno dei sentieri che volge a Ovest dell’isola, resistono alcuni insediamenti umani risalenti al Paleolitico e altri scavi archeologici hanno portato alla luce anche i resti di un antico villaggio cristiano. Essendo stata luogo di passaggio nelle antiche e moderne tratte commerciali, i fondali intorno a Ustica sono ricchi di reperti che testimoniano i diversi naufragi avvenuti nei secoli (per approfondire è possibile consultare la guida turistica breve ma completa realizzata dalla Regione Siciliana).

L’anima isolana e isolata non si percepisce solo perché si trova a circa 60 chilometri da quel caos infernale che è Palermo: Ustica, più che avuto, ha subito la “vocazione solitaria” che sembra ancora avvolgerla. Luogo di confino prima nel periodo Borbone, poi Savoia e infine fascista, ha ospitato l’oppositore politico del Ventennio Antonio Gramsci ed è stata luogo di custodia obbligata per diversi detenuti mafiosi. Un isolamento che è continuato anche per le caratteristiche costiere, per lungo tempo, poco “affini” al flusso turistico. Basti pensare che lo sbarco, fino ai primi anni Sessanta, avveniva alla cala Santa Maria a bordo di barconi, vista l’assenza di un attracco in sicurezza per i traghetti. Andando indietro ai primi decenni del Novecento, un poco rassicurante piroscafo trasportava i passeggeri sull’Isola, anzi, a qualche centinaio di metri da Ustica. Delle barchette a remi – ancora più tremolanti e preoccupanti del rumoroso piroscafo – traducevano i viaggiatori in terra usticese. Per alcuni decenni successivi il territorio usticese è rimasto “antituristico”, per evidenti cause di origine politica: un isolotto di pescatori e contadini che sembrava bloccato dentro una bolla immobile.

Oggi la rapidità degli aliscafi e lo sviluppo portuale hanno allontanato l’isolamento maledetto di Ustica per farne godere le bellezze e la vitalità a moltissimi visitatori. Le baie nascoste e deserte, gli incontri spettacolari nei fondali, le vie arricchite dai brillanti murales sulle case usticesi. Questi, fra i tanti, sono gli angoli da apprezzare in un vero viaggio di scoperta di questa terra, come già detto, ruvida e, per certi aspetti, “come mamma l’ha fatta”.

Foto in copertina di Erm67 (Wikipedia)


 
Daniele Monteleone

Daniele Monteleone

Caporedattore. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. E poi un amore smisurato per l'arte, tutta.

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