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Queen, l’inizio della leggenda: 50 anni dal loro primo concerto

 

È passato mezzo secolo da quando i Queen si presentarono al mondo con il loro primo concerto: nel loro destino l’ingresso nell’olimpo delle rock star.


Facciamo un viaggio attraverso i leggendari live della band britannica in occasione dell’anniversario del loro primo concerto. Truro, Cornovaglia, 27 Giugno 1970. Fuori dal PJ’s Club un cartello segnala l’esibizione di una band chiamata Smile. Dentro il locale il soundcheck è eseguito da un chitarrista smilzo, alto e riccioluto di nome Brian May, un angioletto dalla chioma bionda alla batteria di nome Roger Taylor e un timido ragazzo di origine iraniana alla voce e pianoforte, di nome FarrokhFrederick” Bulsara. Insieme a loro c’è il bassista, Mike Grose, amico di Taylor unitosi da poco al gruppo. Nonostante il nome della band risulti ancora Smile, questo piccolo live viene in realtà considerata la prima vera performance dei Queen.

Da quel giorno la band britannica, non con poche difficoltà, è riuscita in 16 anni di concerti ad imporsi come una delle migliori live band della storia della musica. Settecentosette performance tra club, teatri, arene, stadi e festival in 26 nazioni hanno lasciato un’impronta indelebile nell’immaginario di milioni di fan in tutto il mondo.

La formazione storica della band, poi presentatasi come “Queen”, si consolidò il 2 luglio 1971 con l’entrata di John Deacon, dopo che si erano susseguiti Mike Grose, Barry Mitchell e Doug Bogie. John aveva uno stile molto melodico al basso, fattore che portò un forte contributo al sound della band, come confermò Brian May in un’intervista. Si trovava fortemente in linea con la batteria di Taylor, mantenendo una sezione ritmica estremamente solida e incollando le sue linee di basso alla grancassa. Il duo venne soprannominato “Sonic Volcano” proprio in ragione della loro piena sintonia sul palco.

Brian, con la sua Red Special fabbricata in casa insieme a suo padre, ispirato da Hendrix, Zappa e Iommi, aveva a disposizione questa splendida tela su cui poter dipingere i suoi assoli. Brian riuscì negli anni a creare un trademark tutto suo, utilizzando i delayer, vari pedali e la leva del tremolo per riprodurre in parte le intricate e complicate orchestrazioni suonate nei dischi.

Freddie Mercury (nome d’arte di Bulsara), ottimo pianista, non aveva ancora pienamente il controllo della propria voce. Era ancora tremante a causa della sua timidezza e delle sue insicurezze. Col tempo Mercury raggiunse una grande versatilità nel cantato, passando dal falsetto allo scat in un batter d’occhio. Oltre a tenere le mani sul piano in una posizione non comune, Freddie era molto istintivo nel modo di suonare e completava la struttura musicale preparata da John e Roger durante i live. Roger infatti disse di Freddie: «per anni non abbiamo capito quanto fosse geniale».

La chimica musicale tra i quattro ragazzi era la base di una band che adorava esibirsi e interagire col pubblico, in quel primo concerto ancora in fase embrionale. Con l’esperienza e la crescita tecnica di ciascun membro, i Queen impararono col tempo a suonare come un unico blocco, una sola entità.

Le setlist cambiarono spesso nel corso degli anni inserendo di volta in volta nuovi brani, riarrangiandoli in versione differenti con nuovi assoli e improvvisazioni. La performance di White Queen presso la Hammersmith Odeon del 1975, ad esempio, ha nel blocco centrale del brano una parte improvvisata che mostra la crescita musicale della band rispetto alle prime esecuzioni dal vivo del 1970.

In generale i concerti cominciavano con pezzi molto adrenalinici per caricare il pubblico, su tutti We Will Rock You, nella sua versione veloce, come potente apripista. Dopo alcune canzoni si passava ad una parte della scaletta più rilassata e acustica che poi riesplodeva in un gran climax finale. Roger e Brian supportavano Freddie con i cori e cantando a volte dei brani per far riposare Freddie, come in I’m In Love With My Car dove Roger cantava e suonava la batteria allo stesso tempo.

Tra i migliori concerti dei Queen, i più emblematici sono le esibizioni durante il Crazy Tour tra il novembre e il dicembre del 1979. Le due serate di NewCastle e il celebre Hammersmith Odeon di quel periodo (il concerto di beneficenza organizzato da Paul McCartney per la Cambogia) rappresentano il culmine dei Queen sia sul piano strumentale sia sul piano vocale per Freddie, che aveva ben riposato la voce dopo l’intenso Jazz Tour.

La band inglese detiene il primato per essere stato il primo gruppo della storia ad aver fatto un tour degli stadi, in particolare nel Sud America all’inizio del 1981. Secondo Peter Hince, roadie di Freddie e John, i migliori concerti dei Queen sono state le serate di Buenos Aires. Freddie interagiva e giocava col pubblico sfidandolo con dei vocalizzi per renderlo partecipe dell’esperienza musicale. «I concerti sono come le olimpiadi, tutti credono in te», disse Freddie al producer David Richards. Anche Brian sottolinea l’importanza dell’interazione con gli spettatori: «Quando cominciammo, era tradizione suonare sul palco a testa a bassa, esibirsi ed andarsene. Noi volevamo connetterci col pubblico, renderlo parte dello spettacolo». Pochissime band sono riuscite in questo obiettivo nel XX secolo. Furono dei pionieri assoluti nel rapportarsi con i fan con questo approccio così “partecipativo”.

Nell’arco di 16 anni venne rivolta grande attenzione al palco, al missaggio sonoro, al posizionamento dei ripetitori, al set di luci, ai vestiti, al trucco, ai giochi pirotecnici, al ghiaccio secco e ai fumi di scena. Venivano effettuati lunghi soundcheck e verificata l’acustica dell’ambiente. Lo spettacolo era direttamente supervisionato dalla band, come è possibile vedere in numerosi documentari. Unendo tutti questi elementi, insieme alla loro esibizione, i Queen crearono un’esperienza coinvolgente per tutti coloro che accorrevano a vederli, dalla prima sino all’ultima fila. Furono loro, inoltre, i fondatori del “rock da stadio” (il cosiddetto Arena Rock).

Se fino al 1982 i Queen erano rimasti in ottima forma, alcuni elementi dello spettacolo cambiarono dal 1984. Gli anni cominciarono a passare e Roger non riusciva più a tenere pattern troppo serrati o effettuare gli stacchi di batteria per Sheer Heart Attack e Staying Power. Freddie a causa del fumo eccessivo e dei noduli alla gola non poteva più raggiungere le note alte del periodo ’79-’82 e dovette riadattare il suo cantato, come dimostra la leg europea verso la fine del 1984. John semplificò le sue linee di basso mentre per Brian non ci furono grandi cambiamenti per suoi assoli. Gli spettacoli divennero invece ancor più grandi a livello scenografico grazie al miglior set di luci mai preparato e al palco più ampio. Il Rock In Rio, davanti a oltre 300 mila persone, è il perfetto esempio dello status della band in quel periodo.

Il 13 luglio 1985 arrivò la celebre performance del Live AID dove Freddie sembrò recuperare le note alte. L’esibizione durò comunque meno di 20 minuti e il cantante potè così esprimere pienamente le sue doti vocali rispetto alla durata di due ore di un concerto medio.

L’ultimo live di Freddie coi Queen si tenne presso l’immenso Knebworth Park il 9 agosto del 1986 durante il Magic Tour. In pochi sanno che l’ultima apparizione da solista, dal vivo, di Freddie fu per il Musical Time presso il Dominion Theatre di Londra il 14 aprile 1988. Da quel momento, a causa dell’HIV, Freddie non potè più reggere i ritmi massacranti del passato e dovette fermarsi definitivamente.

Dopo la scomparsa di Freddie il 24 Novembre 1991, John Deacon abbandonò la scena musicale nel 1997 occupandosi solo degli aspetti economici. Brian e Roger hanno invece deciso di portare avanti i live negli ultimi 20 anni, prima insieme a Paul Rodgers nel 2005 e nel 2008 e recentemente con Adam Lambert.

Era in programma un tour estivo per quest’anno ma a causa della pandemia di Covid-19 è stato spostato all’estate dell’anno prossimo. Si potrebbe affermare che senza Freddie questi nuovi tour “non abbiano più senso” e ciò è in parte comprensibile. Tuttavia vedere ancora due grandi maestri come Roger Taylor e Brian May dal vivo resta un’esperienza unica nella propria vita. Nonostante l’età, questi due vecchi rocker sanno ancora donare l’elemento più importante per un essere umano, ovvero l’energia per sentirsi felici tutti nello stesso momento con la stessa energia. Dopo mezzo secolo resta ancora una specie di “magia” indescrivibile. Lunga vita alla Regina! «Yes, it was a worthwhile experience. It was worth it!» (da Was It All Worth It, “The Miracle”, 1989).

Foto in copertina di Doug Puddifoot – Comunità Queeniana


 
Valentino Billeci

Valentino Billeci

Vicedirettore editoriale di Eco Internazionale. Sono una persona attenta ai dettagli. Ritengo il lavoro di squadra e la cooperazione le caratteristiche fondamentali per ottenere il successo.

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