La paura dell’HIV: la storia si ripete

Di Silvia Scalisi – Ognuno di noi nell’ultimo decennio si sarà ritrovato a pensare almeno una volta, che il mondo, la società, anziché progredire, stia retrocedendo. Un pensiero magari fugace, distratto, che spesso resta solo a livello di una sensazione o percezione.

Quanti di noi si saranno ritrovati a pensare, sempre più spesso, che a fronte di un progresso scientifico, tecnologico, tra macchine ibride e cyborg intelligenti, serpeggia e si annida subdolamente un progressivo decadimento umano, intellettuale.

Quanti di noi si sono chiesti se siamo effettivamente nel 2019, anno che per molti registi degli anni ‘70 e ‘80 avrebbe avuto un suono futuristico, o piuttosto nel 1959, o ancora prima, in qualche anno remoto del 1800 o del 1700, o ancora più indietro nel tempo. Gli anni della caccia alle streghe, dell’Inquisizione. Ma niente paura, in fondo quegli anni sono così lontani… forse.

C’è un argomento che, ancora oggi, nonostante i passi da gigante innegabili ed evidenti, resta per certi versi un tabù, alimentato da ignoranza e disinformazione, ma soprattutto da quel decadimento di cui sopra.

Negli ultimi anni si è assistito a un triste ritorno della paura dell’HIV: paura del contagio, che si trasforma in una vera e propria fobia, la quale ovviamente, come tutte le fobie, sfocia in episodi di discriminazione, emarginazione, esclusione.

L’incubo si mostrò in tutta la sua tragicità nella metà negli anni ‘80: un’America sempre all’avanguardia, aperta, solidale, faceva i conti con la diffusione dell’HIV, un mostro silenzioso che sembrava annidarsi tra la gente, una sorta di peste gay, o gay cancer, come venne definita.

I malati sono visti alla stregua di ipotetici untori, peccatori, perché l’HIV è una prerogativa di alcune categorie ben precise, prima fra tutte quella degli omosessuali.

8243319c04c2f1b228af408caf347a3cNegli anni ottanta accadeva che un bambino emofiliaco che contraesse l’HIV per la trasfusione di sangue contaminato, non potesse tornare a scuola perché insegnanti, genitori, alunni manifestavano contro la sua presenza tra i banchi. Questo è successo al piccolo Ryan White che si ammalò nel 1984 a soli 13 anni, diventando il simbolo di una discriminazione ingiustificata e ingiusta, che porterà la sua famiglia a iniziare una lunga disputa giudiziaria contro il sistema scolastico, nonché ad accendere i riflettori su una malattia allora poco conosciuta e su cui la disinformazione regnava sovrana. Ryan si spegnerà nel 1990; poco tempo dopo il Congresso degli Stati Uniti proclamerà il Ryan White Care Act, documento fondamentale nella lotta all’AIDS.

tumblr_pbkqdghxum1s7n9hno1_1280Neanche il patinato mondo hollywoodiano era indenne da pregiudizi: quando nel 1984 il famoso attore Rock Hudson, emblema di virilità per la sua prestanza fisica (su cui i tabloid dell’epoca avevano costruito un intero personaggio) dichiarò sia la sua omosessualità, sia la sua malattia, divenne un caso mediatico di fama mondiale, poiché per la prima volta il mondo intero ebbe la prova che l’HIV non era prerogativa solo di poveri, emarginati, disagiati, ma poteva anche colpire chi viveva nel totale benessere e agiatezza. Ma nemmeno la sua enorme popolarità riuscì a evitargli il trattamento riservato a tutti i malati di HIV, trattamento fatto di esclusione e discriminazione: recatosi a Parigi per le cure, per tornare a casa fu costretto a prenotare un intero volo solo per lui, dinanzi al rifiuto di tutte le compagnie aeree dell’epoca di accogliere un paziente sieropositivo a bordo. Si spegnerà nel 1985 a 59 anni.

31.ruth-coker-burksPersino negli ospedali stessi, le cure non erano adeguate: racconterà Ruth Coker Burks, attivista americana che proprio in quegli anni inizierà a dedicarsi all’assistenza dei malati sieropositivi, che le infermiere erano solite tirare a sorte per decidere chi dovesse entrare nelle stanze dei pazienti con questa malattia, per paura anche solo di respirare la loro stessa aria.

E adesso? Beh, adesso siamo nel 2019, le cose sono cambiate…o forse no?

Se da un lato nel 2015 l’OMS ha lanciato la campagna Getting to Zero, con l’ambizioso obiettivo di porre fine all’epidemia entro il 2030, con risultati sorprendenti già adesso, dall’altro lato la fobia continua a esistere e si percepisce. Si intuisce ogni volta che un ginecologo si mette due paia di guanti per visitare una paziente sieropositiva; si avverte ogni volta che un dentista dice di non essere preparato a visitare un malato di HIV perché non saprebbe come sterilizzare adeguatamente gli strumenti; si sente ogni volta che a un corso culinario il docente afferma che un sieropositivo non dovrebbe lavorare né in cucina né in sala, e tutto ciò appare così logico, così normale.

E allora, che si fa? Si fa prevenzione, ci si documenta, si diffondono informazioni corrette, si dice apertamente che il virus non si trasmette con un bacio, con una stretta di mano, con la saliva, bensì con rapporti non protetti (sia etero che omosessuali), con lo scambio di sangue infetto tramite siringhe, o a seguito di trasfusioni.

Lo si dice a parenti, amici, conoscenti, ovunque e a chiunque: semplicemente, si dice la verità, fin quando non verrà ascoltata e capita da tutti.


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