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Dove vi porterà la rubrica “Orizzonti”

 

La nuova rubrica “Orizzonti”, in uscita ogni mercoledì, vi offrirà storie di mondi e contesti che ci sembrano lontani, ma le cui voci ci riguardano da vicino.


Un elemento che ha sempre caratterizzato Eco Internazionale è il nostro impegno nel raccontarvi storie il cui spettro non sia circoscritto ad uno stile tipico da agenzia di stampa, né abbiamo voluto svenderci al sensazionalismo e alla corsa a tutti i costi alle visualizzazioni. Con la rubrica “Orizzonti” vogliamo confermare questo impegno, dando una spinta ulteriore alla nostra voglia di rendervi partecipi, tramite analisi, approfondimenti e testimonianze, di mondi e contesti che ci sembrano lontani, ma le cui voci ci riguardano da vicino.

L’informazione mainstream tende ad ignorare contesti geograficamente distanti, da cui spesso arrivano informazioni frammentate, decontestualizzate, e la cui considerazione è proporzionale solamente alle conseguenze che un fatto può direttamente avere sulle nostre vite. Lo vediamo tutti i giorni: l’emergenza migranti, affrontata con una prospettiva spaziale limitata alla difesa dei nostri confini, la costruzione mistificatoria di minacce come lo spettro dello “scontro di civiltà” (citando Huntington), la sottovalutazione di questioni mai risolte e pronte ad emergere alla prima scintilla (come la questione razziale o indigena). 

“Orizzonti” si presenta come uno spazio multidisciplinare in cui saranno presenti approfondimenti di tipo culturale, storico, politico, sociologico, interpretativo e/o basati sulle relazioni internazionali, con particolare riguardo verso contesti poco raccontati e analizzati come il continente sudamericano, africano e asiatico. L’approccio subalterno sarà la principale guida nella scelta e realizzazione degli articoli, nonché dell’analisi degli argomenti scelti. Il termine subalterno è qui usato nella sua accezione gramsciana, negli ambiti della teoria critica e degli studi postcoloniali. Raccontare di Stati, persone, movimenti e idee marginalizzate dai dibattiti, facendone emergere le loro voci, troppo spesso scartate dal mondo dell’informazione. 

All’interno dei “Quaderni dal carcere”, una raccolta di appunti scritti durante la prigionia nelle carceri fasciste, Antonio Gramsci intitolava il Quaderno 25 come “Ai margini della storia – Storia dei gruppi sociali subalterni”. Il lemma subalterno, riformulato dal teorico marxista italiano distanziandosi dalla sua connotazione militare, è descritto in questi termini: «I gruppi subalterni, mancando di autonomia politica, le loro iniziative “difensive” sono costrette da leggi proprie di necessità, più semplici, più limitate e politicamente più compressive che non siano le leggi di necessità storica che dirigono e condiziono le iniziative della classe dominante. Spesso i gruppi subalterni sono originariamente di altra razza (altra cultura e altra religione) di quelli dominanti e spesso sono un miscuglio di razze diverse, come nel caso degli schiavi». 

Circa 50 anni dopo, la filosofa Gayatri Chakravorty Spivak chiedeva al mondo “Il subalterno può parlare?”, introducendo come la condizione di subalternità, che già soffre delle logiche escludenti che l’eredità coloniale e il sistema economico neoliberale pongono ancora oggi, sia aggravata dalla questione di genere. 

I contenuti della rubrica seguiranno lo spirito di chi ha provato a decostruire quelle convinzioni e quei presupposti, che limitano il nostro sguardo verso il mondo meno prossimo a noi, come nel caso di autori come Edward Said, Frantz Fanon o Jack Goody, che ha parlato di “furto della storia”, evidenziando come la ricostruzione della nostra storia sia fortemente macchiata dall’eurocentrismo e dall’ignoranza verso quei continenti lontani dall’Europa. 

Vogliamo, con coraggio e determinazione, proporvi una narrazione dei fatti che vada “altrove”, sfidi il “non comprensibile”, perché utile a comprendere le questioni e le contraddizioni più profonde che riguardano l’umanità, al di là di divisioni territoriali, orientalismi e mettendo al primo piano le voci di chi merita di essere ascoltato. 

Foto in copertina di Davide Renda


 

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