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Il diavolo e l’Acquasanta: la morte di Joe Petrosino dietro gli ultimi blitz

 

È di poche settimane fa la notizia di un maxi blitz della Guardia di Finanza conclusosi con l’arresto di 91 persone in un’operazione coordinata tra le due città di Palermo e Milano. A finire in carcere sono i discendenti di storiche famiglie mafiose, testimonianza di una presenza ancora capillare e radicata della criminalità organizzata, i cui strumenti e affari sono cambiati col cambiare dei tempi ma i cui interessi sono rimasti immutati.

Tra gli arrestati esponenti dei Fontana – i fratelli Fontana, figli di don Stefano che fu tra i fedelissimi di Totò Riina – e dei Ferrante. Arrestata anche la figlia del boss dell’Acquasanta, Rita, e la moglie, Angela Teresi. Persino un ex concorrente della decima edizione del “Grande Fratello”, Daniele Santoianni, si trova adesso agli arresti domiciliari con l’accusa di essere un prestanome del clan.

Il cuore degli affari dei clan di Acquasanta e Arenella risiedeva nella delocalizzazione di diverse attività commerciali con il conseguente trasferimento delle aziende da Palermo a Milano, col benestare di alcuni commercianti e imprenditori lombardi. Da questa ennesima inchiesta emerge che lo strumento dell’estorsione resta il preferito e il principale metodo di controllo, rappresentando anche il mezzo di sostentamento delle famiglie di coloro che prima o poi vengono arrestati.

«Non è solo una odiosa e gravissima forma di sfruttamento parassitario delle altrui iniziative economiche» scrive il gip Piergiorgio Morosini, «parliamo di una vera e propria “tassazione privata”, di un “metodo” che impone dei prodotti, che consente di controllare ogni attività sul territorio (panifici, bar, agenzie di gioco, mercato ortofrutticolo, cantieri navali). Le vittime, tranne qualche caso sporadico, non hanno sporto denuncia».

Una triste verità, dunque, che ci rende ancora oggi consapevoli della miserevole solitudine in cui risiedono vuoti di potere, permettendo all’omertà di dilagare, quale ultimo brandello di legame sociale. La complicità del silenzio è infatti il paradossale accordo della vittima col suo carnefice e ci danneggia tutti. Nell’elenco delle aziende troviamo attività di tutti i tipi: ingrossi di prodotti alimentari, surgelati e carni, discoteche, imprese edili, bowling e sale biliardi, negozi di abbigliamento, pescherie, sale bingo, negozi di elettronica, botteghe artigiane e fruttivendoli, ai quali era imposta una vera e propria tassazione forzata in base al loro giro di affari.

In totale risultano essere stati sequestrati beni per un ammontare di circa 15 milioni di euro. Oltre al vastissimo giro di affari legato alle estorsioni, resta eminente l’interesse dei clan «negli appalti e nelle commesse sui lavori eseguiti ai Cantieri navali di Palermo, nelle attività del mercato ortofrutticolo, nella gestione delle scommesse online e delle slot-machine, oltre che in quella “storica” del traffico di droga e nelle corse dei cavalli».

Ad aggravare il quadro si sovrappone la drammatica crisi post lockdown, dalla quale numerosissime aziende usciranno a fatica e a patto di poter ottenere verosimilmente dei prestiti a tasso agevolato o dei sussidi statali. Proprio l’urgente bisogno di liquidità, per risollevarsi dalle macerie sociali della pandemia ancora in corso, favorisce le forme di “soccorso mafioso”, alimentando la prosperità delle attività criminali. Il dato che deve preoccupare è che la mafia resta pronta a sfruttare questa emergenza, fatto che comprova la storica acquisizione che essa si nutra di povertà e miseria fagocitando le proprie vittime in difficoltà.

La maxi retata riporta alla memoria un’altra operazione simile che, nel 2014, ha portato all’arresto di circa 95 persone con il blitz “Apocalisse. Durante le operazioni precedenti alla cattura fu ottenuta, attraverso un’intercettazione, un’importantissima notizia che ha probabilmente condotto alla soluzione dello storico caso di omicidio di Giuseppe “Joe” Petrosino, pioniere dell’antimafia, ucciso il 12 Marzo 1909 a Palermo.

Petrosino, poliziotto italiano naturalizzato statunitense, era tornato in Italia per una operazione top secret contro la Mano Nera. Il filo di Arianna che consente di ritrovare la strada in questo fitto labirinto di interessi e delitti – che perdura da fin troppe generazioni – è rappresentato da alcuni dei protagonisti del blitz di quest’anno: i Fontana. Sembra infatti che un altro esponente della famiglia sia stato direttamente implicato nella vicenda, dal momento che l’ipotesi più verosimile è che Giuseppe “Piddu” Morello (boss newyorkese) e Giuseppe Fontana (emigrato in America dopo l’assoluzione per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo) si siano rivolti a Vito Cascio Ferro, boss di Bisacquino, affinché organizzasse l’omicidio del poliziotto per loro conto. Risulta infatti che due uomini di questa cosca erano ritornati in Sicilia nello stesso periodo del viaggio di Petrosino.

Dalle intercettazioni ottenute grazie all’operazione Apocalisse è emersa l’identità di uno degli esecutori materiali del delitto (Paolo Palazzotto, zio di uno degli arrestati) e sono state confermate le ipotesi e i sospetti sui mandanti. I Fontana, a conti fatti, sono catalogabili tra i mandanti, dettaglio che avvalora le parole del pentito Tommaso Buscetta che la descrive come «una delle famiglie più pericolose».

Ritornando al presente, ciò che emerge dalle indagini è il ruolo centrale di Gaetano Fontana, uscito di prigione nel 2013 per decorrenza dei termini, nuovamente arrestato nel 2014 grazie all’operazione Apocalisse e di nuovo libero nel 2017 dopo aver scontato la pena. Oggi Gaetano Fontana torna in carcere insieme ai due fratelli Angelo e Giovanni, perpetuando il destino di questa vergognosa passerella.

Abbiamo cercato di ricostruire a grandi linee il legame storico dei Fontana con Cosa Nostra, legame che li vede protagonisti dei primi due storici omicidi, quello di Joe Petrosino come pure il caso del banchiere e politico Emanuele Notarbartolo. Ieri come oggi, la causa principale della delinquenza è la miseria e, così come cento anni fa, a prescindere dal livello di sviluppo economico, la criminalità organizzata resta una piaga presente e viva, capace di alimentare un odio eversivo che troppo spesso fa scivolare i cittadini verso l’illegalità.

Di certo sono cambiati i tempi, i modi e la consistenza dei profitti derivanti dagli affari illeciti, ma non sono cambiate le “famiglie” e la mentalità. Dopo l’omicidio di Petrosino, il governo americano promise una ricompensa di 10mila lire (circa quarantamila euro di oggi) per chiunque fosse stato in grado di fornire informazioni, ma il denaro non venne mai riscosso perché nessuno parlò.

Continuano ad essere pochissimi coloro che denunciano gli abusi e le estorsioni, nonostante gli arresti e oltre trent’anni anni di retorica antimafia. Ancora troppe volte, la paura resta più forte del senso di ingiustizia e persino del danno materiale arrecato al mondo dell’imprenditoria dal parassita mafioso. Nella calda estate 2020 e dopo lunghe settimane di quarantena, ci prepariamo ad assistere agli effetti dell’ennesimo colpo decisivo che però arriverà ad essere mortale solo quando un sincero grido di aiuto si leverà unanime.

A poche ore dalla commemorazione di Giovanni Falcone, manteniamo vivo anche il ricordo delle primissime vittime della mafia, che nella loro lungimiranza d’ingegno e nello slancio del proprio coraggio hanno tracciato per primi la strada che conduce alla lotta serrata che oggi percorriamo, una strada che pretendiamo libera e pulita da chi ieri l’ha lavata con il sangue dei nostri eroi.


 

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