Il principio di omertà

Di Ester Di Bona – È notte a Palermo, neanche troppo inoltrata. Un sabato qualunque e si sentono diversi schiamazzi provenire da una via del centro storico, probabilmente troppo nascosta dagli eterni lavori di ristrutturazione.

Una voce d’un tratto si eleva dalle altre con un sussurro rabbioso, arrivando alle mie orecchie come un pugnale: «Oh compà, va pigghia nà buttigghia ri vitru ca à spaccamu e n’addivirtiemu» [«Oh compare, vai a prendere una bottiglia di vetro così la spacchiamo e ci divertiamo»].

Dal balcone della mia stanza scopro subito chi sta programmando una serata così accattivante: una ventina di ragazzi, forse appena maggiorenni, si guardano intorno cominciando a frugare nei cassonetti. Resto in attesa con gli occhi fissi sul branco aspettando di vedere se sono realmente pericolosi, o se l’aspetto poco rassicurante semplicemente inganna. È uno scenario tipico del sabato sera, in questo quartiere.

Uno di loro, per non restare con le mani in mano, vede un grande vaso in pietra con una pianta lì vicino. Con una mano tiene il corpo dell’arbusto, con il piede tiene fermo il pesante contenitore, lo percuote, lo butta per terra, strappa prima un ramo, poi sradica la pianta completamente: una frazione di secondi, mentre gli altri cercando ancora materiale per terra e nei cestini nelle vicinanze.

Istintivamente urlo dal balcone, forse davvero troppo esposta, ma presa da un impeto di rabbia dal gesto privo di rispetto: «Oh, che minchia fate?» Uno scambio veloce di battute, volgari e ambigue, finché non si arriva agli insulti.

Rispondo di impulso, ma il mio tono “alla pari” evidentemente non è piaciuto, perché il branco inizialmente sparpagliato adesso è tutto concentrato sotto il mio balcone, un brusìo crescente e diversi «pulla, figgh’i pulla, ora à cunsu» riempiono il silenzio disarmante della via, che improvvisamente sembra disabitata.

Il ragazzo che si stava prima accanendo contro la pianta adesso cerca di fissarmi negli occhi, con le gambe allargate e le braccia ciondolanti, è molto più piccolo di me, ma ha le rughe di un cinquantenne. Guardo i palazzi che mi stanno di fronte, accanto, guardo i loro balconi e le finestre. In estate a quell’ora c’è sempre qualcuno affacciato per rinfrescarsi un po’.

Tutte le finestre erano chiuse. Sembravo l’unico residente in quella strada. «Sto chiamando la polizia», urlo. Mi prendono in giro, cominciano a muoversi lentamente verso l’incrocio fino a scappare a gambe levate correndo come forsennati. Vanno via.

Ciò che mi rende inquieta non è il momento in sé, non è più l’ondata di delinquenti pronti poi a servire su un piatto d’argento le notizie di cronaca, ma la reazione della gente della zona e della gente che mi sta accanto: «Ma sei impazzita?».

Improvvisamente scopro che ho sbagliato tutto, che non dovevo assolutamente cacciarli, che dovevo lasciar fare loro ciò che volevano. Il principio che sta alla base è semplice: devo farmi gli affari miei. Stare fuori dai problemi. Se non lo faccio resterò sola perché la posta in gioco è troppo alta. «Ci sono cose più grandi di te che non capisci. Non sai chi sono. Vuoi fare l’eroina. Poi ci rimettiamo tutti». Come se già non ci stessimo rimettendo tutti.

Se mi espongo e provo a cambiare le cose, devo avere paura di una ritorsione: quei ragazzi potrebbero stuprarmi, potrebbero ammazzarmi, potrebbero dare fuoco alla casa, potrebbero fare del male a chi voglio bene.

Se non mi espongo, quei ragazzi continueranno a fare i loro porci comodi, e magari un giorno che rientrerò più tardi del solito, il collo a cui punteranno quella bottiglia sarà il mio, senza che abbia alzato un dito. La persona che accerchieranno potrei essere io, così come potrebbe essere chiunque altro si ritrovi nel “posto sbagliato al momento sbagliato” senza avere alcuna colpa, perché ci sono situazioni che non si possono prevedere ma si possono prevenire.

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La mafia si dice non esiste più in Sicilia. Palermo adesso è capitale della cultura, dell’arte, della bellezza. Ha fatto un lungo percorso di sradicamento oppressivo per lavarsi di dosso quell’orribile nomina che rovinava il turismo e non le permetteva di crescere economicamente, tenendo nascosto l’incanto artistico che cerca di preservare in totale balia di se stessa. Se qualcuno domanda «ma c’è ancora la mafia in Sicilia?», qualcuno risponde ridendo «ma la mafia non c’è più da anni! È storia vecchia! Ogni tanto arrestano qualcuno, ma sono cose di poco conto».

La mafia sta nella testa delle persone. La mafia è la paura di agire per un benessere comune, che va oltre il preservare la propria persona. È il barricarsi in casa quando c’è qualcosa che non va, il chiudere gli occhi davanti alla criminalità, il lasciare solo chi ha il coraggio di ribellarsi.

Nomi come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Don Pino Puglisi, Rocco Chinnici e tanti altri sfilano continuamente per le strade, con ondate di persone dietro a ricordare le gesta, i volti, le memorie di grandi uomini che hanno avuto la forza e il coraggio di tentare un cambiamento. Sono morti tutti per mano mafiosa. Si ricordano perché hanno combattuto contro la mafia e sono morti per questo. Ma il messaggio che a quanto pare passa nella testa della gente resta: se lotti per il cambiamento morirai anche tu.

L’omertà regna ancora sovrana, la paura di un gesto semplice come dire a qualcuno di andarsene, o semplicemente di chiamare la polizia. Sentiamo ancora mille occhi addosso e pensiamo di essere continuamente sotto controllo, monitorati, forse lo siamo davvero. La paura della mafia ha portato poi una situazione in cui si ha paura ad uscire la sera perché non sai chi puoi incontrare.

Si permette a chi si fa scudo dell’ideologia mafiosa di comandare il mondo, e la paura restante si accanisce contro quello che ci sembra più debole, perché anche noi siamo forti, anche noi possiamo comandare. 

E non c’entrano le magliette rosse o gli immigrati, non c’entra l’Europa, non c’entrano i politici, non sono loro il problema dell’Italia: siamo noi

Finché resteremo in questa bolla di paura, Palermo resterà culla d’arte, meta turistica, città di mare e di street food, ma senza cittadini, senza giovani, senza futuro e senza palle.

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