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Gli invisibili della filiera alimentare

 

Per decenni la retorica del “ci rubano il lavoro” ha aizzato gli animi più violenti contro i flussi migratori e contro un sistema di accoglienza in rispetto dei diritti umani e di un’integrazione sociale. Trasformato in un vero e proprio slogan, è così diventato il vessillo anti-immigrazione di coloro che basano la loro retorica sui pericoli della migrazione.

Un certo linguaggio ha quindi contribuito a creare determinati immaginari – per cui i migranti si appropriano immeritatamente di un lavoro che “per etica e nazionalità” spetterebbe invece a un italiano –  che hanno evidentemente forgiato animi e opinioni, trasformati poi in consensi elettorali rilevanti. Un’analisi lievemente approfondita aiuterebbe già a scardinare queste affermazioni ma, giacché l’animo è pigro, frasi e comportamenti derivati si reiterano con una facilità disarmante.

L’emergenza sanitaria di questo periodo, in ogni caso, ha reso ancora più evidente la componente lavorativa di uno dei settori trainanti della nostra economia, l’agro-industria italiana, evidenziando anche quanto questa stessa componente sia essenziale nell’approvvigionamento di beni primari e nella nostra sussistenza quotidiana.

Nelle fasi della catena produttiva, un prodotto in vendita nel settore ortofrutticolo di un qualsiasi supermercato è stato prima seminato, irrigato, raccolto e successivamente confezionato, pronto così per essere spedito dritto nelle nostre tavole. Il lavoro che precede quest’ultimo step è frequentemente eseguito da manodopera straniera. Trattasi di centinaia di migliaia di extracomunitari, migranti e richiedenti asilo, lavoratori invisibili della filiera alimentare.

In giorni di lockdown, in cui gli scaffali dei supermercati continuano a svuotarsi alla velocità della luce, una cosa è saltata agli occhi: la macchina della produzione agricola non può certamente fermarsi. Ma dunque come fare per i centinaia di lavoratori agricoli incastrati nella macchina dell’informalità e dello sfruttamento del lavoro rurale?

Quando lo scorso fine marzo è arrivato l’allarme sulla mancanza di personale nei campi rurali a causa dell’inizio della quarantena, è emerso che numerosi sono i braccianti stranieri impiegati nei campi, formalmente impossibilitati a lavorare proprio a causa della quarantena e della mancanza di un contratto di lavoro che giustificherebbe il loro spostamento. L’emergenza sanitaria ha reso ancora più evidenti le falle di un sistema di accoglienza e di gestione migratoria che ha criminalizzato, negli ultimi anni, centinaia di migliaia di individui.

Gli invisibili della filiera alimentare versano non solo in condizioni di estrema informalità lavorativa – e questo in gran parte derivante dall’impossibilità di regolarizzare il loro status migratorio, soprattutto a seguito del Decreto sicurezza del 2019 – ma anche in un sistema di sfruttamento e caporalato asfissianti.

È proprio nei campi che la maggior parte della forza migrante viene adoperata, questo perché la lingua non risulta essenziale, il reclutamento avviene spesso con passaparola ed è immediato anche per i nuovi arrivati. Si tratta inoltre di un settore economico che resta facilmente all’oscuro dalla macchina della legalità, in cui misere paghe giornaliere sono la normalità, pause e congedi lavorativi utopici, assicurazioni sanitarie, sussidi o cassa integrazione inesistenti. Qui caporalato e criminalità agiscono indisturbati e il lavoro in nero risulta essere l’unica alternativa per centinaia di irregolari intrappolati nella burocrazia italiana.

Nonostante il lockdown, la raccolta degli asparagi (per dirne una) non poteva certo fermarsi e così centinaia di braccianti hanno continuato a lavorare senza guanti, senza mascherine e senza distanziamento, con turni di lavoro ancora più estenuanti e spesso paghe ridotte.

Le agromafie non solo sfruttano i lavoratori nei campi ma provvedono spesso all’alloggio dei braccianti in quelli che sono dei veri e propri ghetti. Nella logica del contenimento delle vite in circolazione, gli insediamenti informali, i ghetti, restringono la libertà di movimento e di vita. Sono luoghi identificativi, che danno un’identità e uno status specifico. Sono luoghi che criminalizzano coloro che li abitano. Così come informali sono i luoghi, anche la gente che li abita è impersonale, privata di identità e diritti.

Il lockdown ha mostrato che la quarantena non è uguale per tutti e che la vulnerabilità è distribuita in modi e intensità diverse tra le persone; ha reso ancora più evidenti le condizioni di vulnerabilità dei migranti e degli insediamenti informali in cui il distanziamento sociale è quanto mai utopico.

I braccianti stranieri nelle campagne non sono certo una novità. Né è una novità il caporalato nella campagne siciliane e in quelle campane. I non luoghi fatti di non persone oggi saltano un po’ più all’occhio e mostrano una realtà imbarazzante: tutto ciò che ritenevamo invisibile agli occhi è quanto mai essenziale nella nostra quotidianità. Oggi, in questo periodo di stop generale, vediamo che proprio quella forza lavoro che abbiamo accusato di “rubarci il lavoro”, risulta estremamente essenziale nella catena produttiva del nostro Paese.

«Portiamo il cibo a tavola ma abbiamo fame»: è l’appello lanciato da Paola, Abdul, Michele, Mamy, Patrizia e tanti altri braccianti invisibili che ci chiedono aiuto. L’esigenza di garantire salari dignitosi, abitazioni decorose e una capillare regolarizzazione dei migranti residenti in Italia esisteva già prima della pandemia; oggi è diventato un imperativo di cui occorre farsi carico. Regolarizzare la forza lavoro impiegata nei campi vuol dire anche proteggerla dai caporali e dalla criminalità locale; vuol dire eradicare le attività criminali delle agromafie che lucrano alle spese di migliaia di individui schiavizzati da un sistema soffocante.

Oggi è il primo maggio, la ricorrenza che ci ricorda il lavoro e i lavoratori. Oggi, mentre festeggiamo il lavoro, alziamo la voce per tutti i lavoratori invisibili ed essenziali, costretti tra non luoghi affollati di informalità, caporali e mafie, luoghi marginali in cui pullulano sfruttamento e schiavitù. Affinché per tutti e tutte il lavoro sia una possibilità di autodeterminazione e non una schiavitù.


 
Martina Costa

Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.

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