Lo sfruttamento delle braccianti rumene nel Ragusano: una realtà di violenze, soprusi e aborti

Una delle forme di sfruttamento lavorativo più diffuse in Italia è il caporalato, ovvero una forma illegale di reclutamento e organizzazione della mano d’opera, specialmente agricola, attraverso intermediari detti caporali che assumono, per conto dell’imprenditore e percependo una tangente, operai giornalieri, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare le tariffe contrattuali sui minimi salariali.

Esso è legato, inevitabilmente, alla mancanza di alternative valide di lavoro e di sussistenza. Il confine tra sfruttamento lavorativo e schiavitù, diventa così sempre più labile.

Il “caporalato” è diffuso soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia. Esso consiste nel reclutamento, spesso da parte di soggetti collegati con organizzazioni criminali, di lavoratori che vengono poi trasportati nei campi o nei cantieri edili per essere messi a disposizione di un’impresa. Il più delle volte si tratta di persone in grande difficoltà economica, il che agevola e facilita il reclutamento di gente disposta a tutto pur di lavorare. Gli imprenditori offrono così salari bassi o nulli. Le giornate lavorative sono lunghissime e faticose e frequentemente i lavoratori subiscono maltrattamenti e umiliazioni, violenze e intimidazioni da parte dei cosiddetti “caporali”. Le pratiche di sfruttamento dei caporali prevedono non solo la mancata applicazione dei contratti di lavoro, ma anche salari di poche decine di euro al giorno, giornate lavorative che oscillano dalle 8 e alle 12 ore, ma anche violenza, ricatto, sottrazione dei documenti, imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità, imposizione del trasporto sul posto di lavoro.

L’organizzazione del caporalato è composta dal “caponero”, che organizza le squadre e il trasporto, il “tassista” che gestisce il tragitto, il “venditore” che organizza le squadre e la vendita di beni di prima necessità a prezzi spesso molto alti, “l’aguzzino”, che utilizza e impone sistematicamente violenza o la sottrazione dei documenti di identità, il “caporale amministratore delegato”, l’uomo fidato che gestisce per conto dell’imprenditore il reclutamento dei lavoratori. Ci sono poi nuove forme di caporalato come il “caporalato collettivo”. Esso utilizza forme apparentemente legali, come cooperative che assumono con un contratto a chiamata, indicando molti meno giorni di quelli effettivamente lavorati. Vi è inoltre il “caporalato mafioso”, legato alla criminalità organizzata.

Le vittime di tutto questo sono per lo più le donne, poiché rispetto agli uomini sono retribuite di meno. Donne italiane e straniere trattate come delle bestie da soma, costrette a lavorare nei campi in condizioni inumane.

A tal proposito, già nel 2014 dall’inchiesta de L’Espresso erano state denunciate le vicende svoltesi nella provincia di Ragusa, a Vittoria: un migliaio e più di romene trasferite in Sicilia, isolate nella campagne, sono state fatte vittime di un assoggettamento che non è più solo economico ma ha invaso la sfera sessuale.

Don Beniamino Sacco, sacerdote di Vittoria, è stato il primo a denunciare, oltre lo sfruttamento, anche i “festini agricoli”, dove le donne straniere venivano offerte al migliore offerente in cambio di sesso. Le donne rumene sono costrette a subire questi soprusi poiché mantengono allo stesso tempo, qualcuno in patria.   Don Sacco conferma, inoltre, i dati dell’Asp di Ragusa, i quali hanno registrato un elevato numero di interruzioni di gravidanza di romene, centoundici nel 2016.

Il dato è enormemente superiore rispetto a quello delle italiane. Ed è sottostimato: c’è chi ricorre a metodi artigianali, chi torna in Romania ad abortire. Numeri che sono la spia di un’emergenza mai finita.

Le giovani braccianti vivono nelle serre in abitazioni fatiscenti, frequentemente sono ex depositi o baracche, i pavimenti in terra battuta e i servizi igienici collocati all’esterno. Si vive e si dorme in condizioni di degrado e isolamento. Di contro i cittadini della provincia ragusana, sebbene sbigottiti, affermano che se non ci fossero i migranti, l’agricoltura andrebbe al collasso.

Lo Stato italiano inserì il caporalato tra i reati perseguibili penalmente, nel Codice penale nel 2011, con un nuovo articolo: il 603-bis, in quanto un delitto contro la libertà individuale. Tuttavia, lo scorso ottobre è stato approvato un nuovo disegno di legge che semplifica il reato, liberandolo da alcune specifiche che prima ne complicavano l’individuazione. Trasforma il caporalato, caratterizzato dall’utilizzo di violenza o minaccia. Inoltre, introduce la sanzionabilità del datore di lavoro, oltre che dell’intermediario, prevede l’applicazione di un’attenuante in caso di collaborazione con le autorità, l’arresto obbligatorio in flagranza di reato e la confisca dei beni, in taluni casi.

Nel mese di giugno tale legge ha cominciato a dare i primi frutti. La polizia ha arrestato due imprenditori di Vittoria per sfruttamento di braccianti agricoli. È la prima volta che la legge viene applicata in Italia in flagranza di reato. Nei mesi scorsi, operazioni analoghe erano avvenute in Calabria e in Puglia, in seguito a provvedimenti del Gip. Due imprenditori, secondo quanto accertato dagli investigatori, avrebbero impiegato illegalmente 26 operai, alcuni dei quali collocati in abitazioni fatiscenti messe a disposizione dall’azienda. Con un salario giornaliero di 25 euro, erano costretti a lavorare per almeno 8 ore al giorno, senza ferie né giorni di riposo. Un terzo imprenditore agricolo è stato denunciato perché nella sua azienda sono stati trovati quattro lavoratori che, sebbene regolarmente assunti, prestavano l’attività lavorativa a 25 euro al giorno pur avendo firmato un contratto per 63 euro.

Sabrina Landolina


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