Caporalato: stato di schiavitù ai fini della sopravvivenza

Quando si parla del caporalato si intende riferirsi a quel fenomeno interessante in particolar modo i settori dell’agricoltura e dell’edilizia. Si fa riferimento al reclutamento e allo sfruttamento della forza lavoro da parte di soggetti legati a un’organizzazione criminale.

Colui il quale gestisce questa situazione – in quanto l’utilizzo del termine rapporto di lavoro risulta improprio – prende il nome di caporale. I lavoratori in questione – sfruttati, sottopagati e costretti a turni molto lunghi, senza sicurezza e igiene alcuna – sono nella maggior parte dei casi immigrati irregolari che non dispongono del permesso di soggiorno e spesso privati del proprio passaporto dal caporale stesso, in modo tale da impedirgli di tornare nel paese d’origine. Il caporalato, sicuramente, diverge per la sua natura atipica da quanto previsto dai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative sul piano nazionale.

Il nesso che lega la filiera agroalimentare e la criminalità organizzata è stato analizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto, in ricordo del sindacalista ucciso dalla mafia nel 1948. Particolare attenzione è stata prestata verso il fenomeno del caporalato e dell’infiltrazione delle mafie nella gestione del mercato del lavoro agricolo. Durante le ore di lavoro nei campi vengono diffuse sostanze dopanti, per far sì che il lavoratore sopporti meglio lo stress da lavoro.

Emergono, quindi, due aspetti rilevanti. Il primo relativo le infiltrazioni mafiose, ovvero il modo in cui la criminalità organizzata trae vantaggio da questo tipo di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno del lavoratore; il secondo concernente l’aspetto fisiologico e psicologico del soggetto sfruttato.

Per contrastare il fenomeno è stata approvata la nuova legge contro il caporalato. Si tratta della legge 29 ottobre 2016, n. 199 recante “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”. Il testo, in vigore da novembre 2016, modifica l’articolo 603 bis del codice penale rubricato “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” il quale prevede la reclusione da uno a sei anni e la multa da € 500 a € 1.000 per ciascun lavoratore reclutato.

La morte di Paola Clemente è un esempio significativo per il tema di cui si tratta. Più precisamente il 13 luglio 2015 la donna è stata colpita da un malore dopo aver lavorato ore sotto il sole cocente per occuparsi dell’acinellatura dell’uva nelle campagne di Andria, in Puglia. Accertato lo sfruttamento di circa 600 lavoratrici pugliesi è stata aperta un’inchiesta, sfociata nell’arresto di sei persone tra cui l’ex datore di lavoro della donna e del titolare dell’azienda dei pullman sui quali questa viaggiava ogni giorno. È prassi comune che sia una sorta di autista a prendere le lavoratrici per poi portarle a lavorare nei campi. La storia di Paola non è tanto diversa da quelle di molte donne che si ritrovano a dover lavorare a determinate condizioni pur di far sopravvivere la propria famiglia, indipendentemente dalla cifra guadagnata – una parte è pretesa dal caporale – e dalle condizioni climatiche avverse. La vicenda di cui sopra, non essendo un mero caso isolato, dovrebbe sensibilizzare maggiormente datori di lavoro e non; in quanto dietro a ogni lavoratore c’è una persona.

Non diversa è la situazione nel campo dell’edilizia. Per esempio anche alla Fincantieri di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, che si occupa della costruzioni di navi da crociera, è diffuso il fenomeno del caporalato, dove ogni caporale agisce per una ditta esterna che lavora in appalto. Il muro di omertà da parte dei lavoratori, per paura di subire ritorsioni, deve essere abbattuto.

La verità sulla vicenda relativa allo sfruttamento da parte dei caporali è venuta alla luce anche grazie all’ausilio della Cgil, la quale combatte fortemente la sfida per l’affermazione dei diritti del lavoratore. Essa ha cercato quindi di dare dignità a chi lavora in condizioni precarie. È per tal motivo che la confederazione ha indetto un referendum fissato per il 28 maggio, per l’abolizione dei voucher e la regolamentazione degli appalti.

Di contro, il governo ha emanato il decreto legge 17 marzo 2017 n. 25 per l’ abrogazione degli articoli da 48 a 50 del decreto legislativo n. 81 del 2015, noto come Jobs Act, in merito ai buoni per prestazioni di lavoro accessorio. I voucher già richiesti entro il 17 marzo potranno essere utilizzati entro il 31 dicembre 2017. Il decreto modifica, altresì, l’articolo 29 del decreto legislativo n. 276 del 2003 il quale ripristina la responsabilità solidale in materia di appalti. Questo decreto può tradursi in un importante traguardo e sarà presentato alle camere per la sua conversione in legge.

Giusy Granà


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