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Usa vs Iraq: la prima guerra del Golfo

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Estate 1990, sono trascorsi due anni alla fine del conflitto che l’Iraq ha combattuto contro l’Iran (1980-1988), otto lunghi anni di guerra che hanno dissestato l’economia irachena. La popolazione è allo stremo, la disoccupazione alle stelle. In mancanza di posti di lavoro, centinaia di migliaia di soldati non possono essere smobilitati e continuano a gravare sulle casse già vuote dello stato. A peggiorare la situazione, c’è poi l’enorme debito contratto dall’Iraq con i paesi del Golfo, circa 74 miliardi di dollari.

Alla guida dell’Iraq, da oltre un ventennio, c’è Saddam Hussein, che il 18 luglio 1988 ha celebrato la fine delle ostilità con l’Iran come un trionfo del popolo iracheno. Ma la verità è tutt’altra: non ci sono stati né vincitori né vinti, la guerra è finita negli stessi confini su cui era cominciata, quelli dello Shatt al-ʿArab, il corso d’acqua in cui confluiscono il Tigri e l’Eufrate.

Nel luglio del 1990, mentre l’Iraq è sull’orlo della bancarotta, i paesi creditori si fanno avanti esigendo le restituzioni dei debiti; tra questi, c’è il piccolo Emirato del Kuwait che chiede di riottenere totalmente il dovuto. Il raìs di Baghdad però non è d’accordo: a suo parere, il debito andrebbe anzi cancellato a titolo di risarcimento per la battaglia che l’Iraq ha combattuto contro l’Iran integralista, in nome e a difesa di tutta la nazione araba, e soprattutto dei paesi del Golfo.

Saddam Hussein va oltre: accusa il Kuwait di aver approfittato della guerra per estrarre petrolio iracheno da alcuni pozzi di confine, e di aver violato, con la complicità degli Emirati Arabi, gli accordi sui prezzi del greggio a scapito dell’Iraq; accuse che vengono formalizzate in una lettera inviata alla lega araba il 15 luglio 1990, firmata dal ministro degli esteri iracheno Tareq Aziz.

In breve, dalle parole si passa ai fatti: pochi giorni dopo, Saddam Hussein invia tre divisioni della guardia repubblicana, le sue truppe d’èlite, al confine con l’Emirato. Con 100 mila soldati ammassati alla frontiera kuwatiana, la tensione nel golfo diventa altissima. Diverse diplomazie arabe si attivano per cercare una soluzione alla crisi: il presidente egiziano Mubārak, il re di Giordania Husayn, e il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Yāsser ʿArafāt fanno la spola tra Baghdad, Kuwait e Riad. Grazie alla mediazione del re Fahd dell’Arabia Saudita viene organizzato un incontro bilaterale a Riad, per l’1 agosto del 1990. Il confronto tra il principe ereditario del Kuwait, lo sceicco Saad Al-Abdullah Al-Salem -Al-Sabah e il vice presidente del Consiglio del Comando della Rivoluzione iracheno Izzat Ibrahim sembra l’occasione giusta per giungere a un compromesso; e invece, la Conferenza si risolve in un nulla di fatto.

Scudo del deserto – Il 2 agosto 1990, alle prime luci dell’alba, oltre 100 mila soldati iracheni, accompagnati da consistenti reparti corazzati, oltrepassano la frontiera e invadono Kuwait City. Il principe ereditario e la sua corte fanno in tempo a mettersi in salvo fuggendo a bordo di un elicottero. Bastano poche ore alle truppe di Saddam Hussein per impadronirsi di uno dei paesi più ricchi del pianeta, che possiede da solo il 20% dei giacimenti petroliferi mondiali.

La comunità internazionale reagisce immediatamente: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adotta subito dure risoluzioni: la 660, con cui richiede il ritiro delle truppe irachene, e la 661, che impone l’embargo all’Iraq. Ma Saddam non ha alcuna intenzione di retrocedere: dopo la conquista del Kuwait inizia anzi ad ammassare truppe al confine con l’Arabia Saudita, e a lanciare pesanti minacce al sovrano di Riad.

Preoccupata dall’eventualità di un’imminente attacco, la monarchia saudita chiede aiuto agli Stati Uniti e la risposta da Washington non tarda ad arrivare. Il presidente George Bush senior autorizza l’intervento militare nel Golfo. L’8 Agosto del 1990 inizia l’Operazione Desert Shield, Scudo del Deserto. Numerosi reparti americani giungono nella penisola arabica per rafforzare le difese ai confini; presto a loro si aggiungeranno soldati britannici, francesi e italiani.

I paesi arabi, sebbene divisi sul giudizio politico sull’invasione del Kuwait, scelgono di non schierarsi con l’Iraq; Saddam è ormai per tutti una minaccia. Solo l’OLP di Arafat gli dà il suo appoggio, mentre la Giordania di re Husayn opta per una sofferta neutralità.

Il raìs di Baghdad non si lascia però scoraggiare e prova a far leva sulla religione, usandola come arma ideologica per raccogliere consenso. Denuncia l’occupazione dei luoghi santi dell’Islam, da parte dei ‘miscredenti occidentali’, e invoca il jihad, la guerra santa islamica. Il 15 agosto accade inoltre un colpo di scena diplomatico: Baghdad riprende le relazioni con l’Iran e può così spostare sul fronte del nuovo conflitto più di 300 mila soldati.

Mentre nella zona del Golfo si concentrano le truppe della Coalizione internazionale, che si va raccogliendo attorno agli Stati Uniti, Saddam Hussein lancia il suo guanto di sfida ai paesi occidentali: decide di trattenere migliaia di cittadini stranieri per usarli come scudi umani in caso di attacco. È la guerra degli ostaggi.

Il 23 agosto, Saddam si mostra davanti alle telecamere mentre sorridente accarezza la testa di un piccolo ostaggio inglese di 7 anni, impietrito dalla paura. L’effetto è agghiacciante: un boomerang mediatico che complica ulteriormente il lavoro delle diplomazie.

Il 29 novembre 1990, con la risoluzione 678, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu manda un ultimatum a Baghdad: il 15 gennaio 1991 sarà il termine entro il quale le truppe irachene dovranno lasciare il Kuwait, altrimenti verrà avviata un’azione militare da parte della forza multi-nazionale che comprende Gran Bretagna, Francia, Italia e paesi arabi come Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Siria, oltre ovviamente all’Arabia Saudita.

In tutto sono oltre 30 gli alleati degli Stati Uniti. Nella settimana che precede lo scadere dell’ultimatum si svolge un frenetico alternarsi di tentativi diplomatici per evitare il conflitto: a Baghdad, il Segretario Generale dell’Onu Javier Pérez de Cuéllar tenta un’ultima mediazione, ma dopo 11 ore di estenuanti colloqui, torna a New York senza aver ottenuto alcun risultato. Il 15 gennaio l’Operazione Desert Shield si chiude, la guerra sta per iniziare.

Desert Storm – Alle 2 del mattino del 17 gennaio del 1991 inizia, con i primi bombardamenti aerei alleati, l’Operazione Desert Storm, Tempesta nel deserto. È la prima guerra ufficiale che gli americani combattono dai tempi del Vietnam. Il Comandante in capo è il generale Norman Schwarzkopf: ai suoi ordini ci sono circa 600 mila uomini, 120 navi da guerra, 1200 aerei e oltre 3 mila carri armati.

Accanto a militari e specialisti, c’è anche un vero e proprio esercito di giornalisti, cameramen, reporter, con il compito di seguire le manovre e raccontare la guerra 24 ore su 24 per i grandi network mondiali come la Cnn.

Dal punto di vista militare, il grande dispiegamento di truppe è diretto anzitutto a distruggere le capacità difensive dell’apparato bellico iracheno. Vengono prese di mira base aeree, postazioni radio, batterie di missili Scud; Saddam Hussein risponde ordinando attacchi missilistici in Arabia Saudita e Israele, che subisce senza reagire per impedire che il fronte del conflitto si allarghi, come vorrebbe il raìs iracheno.

Il 24 febbraio 1991, dopo circa un mese dall’avvio della campagna aerea, e dopo un nuovo ultimatum andato a vuoto, gli Alleati danno il via all’invasione di terra. Il 25 febbraio inizia la fuga delle truppe irachene dal Kuwait; i soldati di Saddam sono in rotta, i prigionieri sono oltre 25 mila, alle loro spalle il Kuwait va a fuoco. Prima di ritirarsi, i soldati iracheni hanno incendiato centinaia di pozzi petroliferi kuwatiani: lo spettacolo dei giacimenti in fiamme è apocalittico.

Il 26 febbraio le truppe Alleate liberano Kuwait City e, contemporaneamente, penetrano in Iraq: uno scontro con la guardia repubblicana di Saddam Hussein si svolge a 80 km da Bassora. Gli Alleati però si fermano qui. Il 28 febbraio 1991 viene annunciato il cessate il fuoco e l’Iraq accetta senza condizioni le risoluzioni dell’Onu. Saddam racconta alla radio che la guerra è vinta, invece è perduta.

L’autostrada della morte, Kuwait

43 giorni di conflitto hanno distrutto ferrovie, ponti, reti telefoniche, ospedali, industrie pesanti e leggere, centinaia di migliaia sono i morti tra soldati e civili. Il 6 marzo il presidente americano George Bush senior pronuncia davanti al Congresso il solenne discorso della vittoria.

Nel Golfo però la partita è tutt’altro che chiusa. Saddam Hussein è indebolito ma è ancora al potere, e la struttura del regime ancora intatta; nel caos del dopoguerra in Iraq divampano le ribellioni della minoranza curda che cerca la sua autonomia e di gruppi sciiti che mal digeriscono l’egemonia sunnita di Saddam. Una svolta inaspettata capovolge però le sorti dei ribelli: nel corso delle trattative gli americani autorizzano i militari iracheni a rimettere in moto i loro elicotteri da combattimento, nel giro di pochi giorni le insurrezioni sono stroncate, lasciando sul campo migliaia di vittime, mentre centinaia di migliaia di persone fuggono in cerca di salvezza.

Il 5 aprile 1991 le Nazioni Unite decidono di intervenire: inviano nel Kurdistan iracheno una forza militare a protezione dei civili. Vengono poi create due zone di interdizione a volo iracheno, al nord e al sud del Paese. Comincia così il lungo pattugliamento anglo-americano dei cieli dell’Iraq: il regime di Saddam resterà un sorvegliato speciale delle Nazioni Unite, sempre più isolato nella morsa dell’embargo commerciale, costretto ad accettare periodiche ispezioni da parte degli inviati Onu, incaricati di verificare lo stato di disarmo del Paese, a cominciare dall’eventuale presenza di armi di distruzioni di massa. Quelle tanto discusse armi, che, com’è noto, l’Iraq non possedeva, ma che saranno il casus belli per la seconda guerra del golfo 12 anni dopo.


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Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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