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Brexit: una rivincita per la difesa comune europea?

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Lo scorso 31 gennaio, allo scoccare della mezzanotte (ora di Bruxelles), il Regno Unito ha detto addio all’UE, calando formalmente il sipario sui suoi quarantasette anni di storia in Europa. Il capitolo Brexit, aperto col referendum del 2016, dopo incessanti negoziazioni e ripetute proroghe, pare dunque destinato a volgere al termine. Il Regno Unito e i ventisette Stati Membri dell’Unione hanno negoziato un accordo di recesso che prevede un periodo di transizione fino al 31 Dicembre 2020 (salvo un prolungamento di un massimo di due anni da decidere entro il primo di luglio), nel tentativo di soddisfare equamente le pretese di entrambe le parti in gioco e di scongiurare al contempo il no deal, cioè un’uscita senza accordo.

Con o senza accordo, però, l’addio di Londra potrebbe avere un impatto notevole sulla Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC). A seguito della Brexit, infatti, l’Unione Europea perderà l’apporto di una potenza dotata di considerevole capacità di difesa – peraltro anche nucleare – in grado di sostenere da sola circa un quarto della spesa militare totale dei Paesi europei.

Il rapporto SIPRI sulla spesa militare 2019 — Il rapporto annuale 2019 del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sulle spese militari ha comprovato le capacità difensive del Regno Unito che, piazzandosi al settimo posto della classifica mondiale, va annoverato tra gli Stati che spendono di più in forze armate, attività militari e finanziamenti alla ricerca e allo sviluppo della difesa. Nel complesso, con riferimento al 2018, il SIPRI ha rilevato un nuovo aumento della spesa militare con un incremento del +2,6% rispetto all’anno precedente. Più specificamente, nel 2018, alla difesa sono stati destinati 1.822 miliardi di dollari, con un trend di crescita da record, paragonabile a quello realizzato negli anni della Guerra Fredda. A primeggiare sono Stati Uniti e Cina, che occupano i gradini più alti del podio con una spesa militare pari rispettivamente a 649 e 250 miliardi di dollari (al terzo posto l’Arabia Saudita, con un investimento di 67,6 miliardi, al quarto l’India, “solo” sesta la Russia).

Con una spesa di 50 miliardi di dollari, equivalenti all’1,8% del PIL nazionale, il Regno Unito si conferma la seconda potenza europea per spesa militare, subito dopo la Francia (prima in Europa e quinta nella classifica mondiale, con investimenti pari a 67,8 miliardi di dollari) e immediatamente avanti alla Germania (ottava, con 49,5 miliardi). Si tratta di dati facilmente comprensibili se si considerano gli accordi di esportazioni ed importazioni di armi che coinvolgono il Regno Unito. Recenti inchieste del NY Times sembrano confermare il ruolo predominante della Gran Bretagna nella fornitura di armi al fosforo alla Turchia oltre che l’aumento delle vendite di armi ad Israele e, in generale, all’Africa settentrionale e a tutto il Medio Oriente. A fronte della grande capacità militare britannica, dunque, in tanti – Italia compresa – auspicherebbero che la Brexit non avesse conseguenze sulle politiche militari dell’UE. D’altro canto però, non bisogna dimenticare la sufficienza con cui, da sempre, Londra ha guardato ai meccanismi di difesa comune.

Lo storico orientamento della Gran Bretagna sulla PSDC — La Gran Bretagna si è sempre mostrata scettica e disinteressata a qualsiasi progetto europeo inerente alla PSDC, dichiarandosi più volte contraria ad integrare le proprie forze armate per la creazione di un esercito unico. Da ultimo, l’UK non ha ratificato l’accordo PESCO (Permanent Structured Cooperation) del 2017, volto all’aumento delle spese militari e della compatibilità degli equipaggiamenti, per il miglioramento dell’integrazione tra eserciti e della rapidità di intervento degli stessi.

Prima ancora che per ragioni di sostenibilità della spesa – da più fronti, infatti, si è sostenuto e si continua a sostenere che l’UE non sia dotata di mezzi sufficienti per difendersi autonomamente – il Regno Unito ha cercato di salvaguardare la propria sovranità in UE e la propria influenza nella NATO, declinando ancora una volta la possibilità di una sovranità condivisa che garantisse all’Unione una autonoma strategia militare. Da questo punto di vista, secondo l’esperto di geopolitica Henri de Grossouvre, recentemente intervistato da Limes, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non andrebbe ad indebolire la PDSC ma, all’opposto, la rafforzerebbe, assicurando agli Stati Membri la possibilità di muovere dei passi concreti verso una difesa comune.

La posizione di Londra dopo Brexit — Nei settori della sicurezza e della difesa, però, la posta in gioco è veramente troppo alta perché il Regno Unito si tiri fuori da ogni tipo di collaborazione. Ed infatti, dal referendum pro Brexit del 2016, in controtendenza rispetto al passato, il governo britannico ha più volte ribadito all’UE la volontà di continuare a cooperare per lo sviluppo della Politica di Sicurezza e Difesa Comune.

In aggiunta, per via dell’indebolimento delle relazioni privilegiate con gli Stati Uniti e con la NATO, dovuto principalmente alle politiche di Trump, il Regno Unito sembra non poter fare a meno dell’alleanza con la Francia. Nel 2018, avvicinandosi alle posizioni del Presidente Macron a favore di una strategia militare europea, il governo britannico ha ratificato la sua partecipazione all’European Intervention Initiative, l’intesa di tredici Stati volta alla creazione di una nuova struttura di difesa, esterna a quella prevista dai Trattati UE.

Nonostante l’intenzione di tagliare i ponti con Bruxelles, dunque, almeno in campo strategico, il destino del Regno Unito sembra ancora indissolubilmente legato all’Europa.


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Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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