L’Italia svanisce, l’esercito europeo si concretizza?

Di Marco Cerniglia – Il progetto europeo è nato dalle ceneri delle due guerre mondiali, e i fondatori erano ben consapevoli di cosa fosse necessario per aumentare negli Stati membri la fiducia in questa  idea ambiziosa. Ancor prima dell’attuale unione finanziaria, o di una futura unione politica, si era già previsto un progetto di difesa armata comune, alla fine mai attuato. Almeno, fino ai giorni nostri.

Ebbene sì, il giusto momento storico sembra essere arrivato. O almeno, è questa l’idea che i nove Stati che hanno ratificato l’attivazione della European Intervention Initiative sembrano avere.

19787099738_7d1fbb8d7c_bL’idea di un progetto di difesa comune non è nuova. Già nel 1991 si erano gettate le prime basi in questa direzione, e nel 2002 venne sviluppato un legame indissolubile tra la difesa europea e la NATO attraverso gli accordi di Berlin Plus, che prevedevano l’utilizzo dei mezzi e delle strutture dell’Alleanza Atlantica proprio con lo scopo di difendere il vecchio continente.

Nel Novembre del 2017 è, infine, nata PeSCo (Permanent Structured Cooperation, in italiano Cooperazione Strutturata Permanente), un accordo comune per l’aumento delle spese militari e della compatibilità degli equipaggiamenti militari, prevedendo uno sforzo per il miglioramento dell’integrazione tra eserciti e della rapidità di intervento degli stessi. La ratifica, che ha coinvolto 25 paesi dell’UE, escludendo Malta, la Danimarca e il Regno Unito, già colpito dal ciclone politico e mediatico successivo al referendum sulla Brexit,  ha suscitato dei timori; preoccupati gli Stati Uniti e i vertici NATO, che ritengono che l’Unione Europea sia dotata di mezzi insufficienti per difendersi autonomamente, oltre a temere una probabile perdita di influenza sull’Europa.

Da Parigi viene ora l’idea di una nuova intesa, la già citata European Intervention Initiative, ratificata a giugno da 9 Paesi: Francia, Germania, Danimarca, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo. Tuttavia, questo nuovo accordo lascia molto perplessi gli osservatori, per una serie di motivi.

In primis, il fatto che il proponente principale sia Macron: per una proposta di tipo europeo, non dovrebbe essere Parigi a portare avanti l’idea, ma l’Unione con tutti i suoi membri. Questa personalizzazione del progetto lascia invece presagire interessi diversi da quelli paneuropei. A questo si aggiunge poi l’ambigua presenza di Danimarca e Regno Unito, assenti dagli accordi PeSCo. La Gran Bretagna, in particolare, si è sempre dichiarata contraria a integrare le proprie forze armate, temendo di perdere la sua influenza sia all’interno dell’UE che della NATO, alla quale è ancorata; a questo si aggiunge poi il processo in corso di uscita dalla UE. Si potrebbe leggere in questo gesto un tentativo di non chiudere in modo irreparabile i rapporti, pur restando esterni alle concessioni da fare all’Europa. Altro dato degno di nota è il fatto che la NATO stessa sia molto più favorevole a questo progetto, vedendolo meno legato alla difesa comunitaria, e quindi più sovrapponibile all’Alleanza Atlantica.

Fattore interessante rimane il distacco dell’Italia: nonostante il precedente governo avesse ratificato la PeSCo e partecipato alle riunioni preliminari per trattare di questa nuova intesa, la ministra Trenta afferma che l’Eliseo non è stato molto chiaro su questa iniziativa, e che non ci sono stati contatti tra il ministero italiano e quello francese di Florence Parly.

Questa incertezza ha suscitato rabbia nelle opposizioni, con Maria Tripodi, capogruppo di Forza Italia nella Commissione Difesa alla Camera, che sostiene che l’Italia, da fondatrice della UE e partecipante attiva alle missioni internazionali, non può permettersi di essere semplice spettatore di un evento così importante, e rischia di restare isolata nel Mediterraneo.


 

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