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Caso Gregoretti, la giunta dà l’ok a procedere

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Cinque voti su 10, 12 disertori e una bella dose di polemiche. È la ricetta del voto che si è tenuto ieri, quando la Giunta per le immunità ha concesso l’autorizzazione a procedere per l’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sotto accusa per il “caso Gregoretti”.

Lo scorso luglio l’allora capo del Viminale aveva impedito per tre giorni a 116 migranti che si trovavano a bordo della nave della Marina militare Gregoretti di sbarcare. Questo nonostante l’imbarcazione fosse del tutto inadeguata a ospitare un numero così alto di persone.

Ieri la Giunta per le immunità ha respinto la proposta del proprio presidente, Maurizio Gasparri, di rifiutare l’autorizzazione a processare l’ex-ministro Salvini. La “sorpresa” rispetto alle previsioni è che a votare contro – e quindi a favore del processo – siano stati i senatori della Lega, per richiesta esplicita del loro leader. Non pervenuti invece i rappresentanti della maggioranza, che hanno disertato l’aula in segno di protesta. Al Partito Democratico e ai Cinque Stelle non è andata giù la decisione della Giunta per il regolamento di votare ieri, a sei giorni dalle elezioni in Emilia Romagna.

«Vado in tribunale a testa alta a nome del popolo italiano» ha annunciato ieri Salvini. «Se mi arrestano, devono trovare un carcere bello grande per tenerci dentro tutti». Salvini è quindi prossimo ad affacciarsi a un’aula di tribunale? Naturalmente no. La strada è ben lunga e il voto definitivo è quello che si terrà a metà febbraio, quando il Senato dovrà confermare o ribaltare la decisione presa ieri.

Prima di proseguire, è il caso di fare un po’ di chiarezza sull’immunità così come prevista dalla Costituzione. L’art. 96 della Costituzione prevede che «il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale». Dal momento che è accusato per un atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni di ministro, Salvini rientra in questa fattispecie.

La procedura è abbastanza complessa: la procura si rivolge al tribunale dei ministri, organo ad hoc in seno alla Corte d’Appello della circoscrizione, e chiede l’autorizzazione a procedere. In caso affermativo, la procura deve chiedere una seconda autorizzazione alla camera d’appartenenza del parlamentare, in questo caso il Senato. Il primo voto passa per la Giunta, per poi arrivare in aula dove è necessaria una maggioranza qualificata di 161 senatori.

È la seconda volta che il Senato è chiamato a decidere se autorizzare o meno un processo a Salvini. Il precedente è il caso Diciotti dell’agosto del 2018. Gli ingredienti erano su per giù gli stessi: un certo numero di migranti soccorsi in mare, una nave della Marina italiana e un divieto a sbarcare. Stesso scenario, stesso Senato, maggioranza diversa. Ed è questo il fattore che potrebbe portare a un risultato diverso da quello emerso nel caso Diciotti, quando il Movimento Cinque Stelle aveva votato per proteggere l’allora alleato.

Questa volta, Salvini non potrà contare sui voti dei senatori grillini. La possibilità che quindi venga sottoposto a processo è concreta, sebbene i numeri della maggioranza in Senato siano tutt’altro che solidi. Da parte sua, al momento il leader leghista si paragona a Silvio Pellico, cita Giovannino Guareschi («diceva che ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione») e si dichiara “pronto” – come d’altronde aveva fatto già per il caso Diciotti, per poi accettare di buon grado la protezione del Senato.

In definitiva, il voto della Giunta di oggi sembra avere più un valore “propagandistico” che “giuridico”. Motivo questo alla base della decisione dei senatori di maggioranza di non presentarsi. Salvini era ben intenzionato a sfruttare quest’occasione – tutto sommato sicura, poiché non definitiva – per occupare la scena mediatica. Il Partito Democratico e i Cinque Stelle non hanno potuto che correre ai ripari, etichettando come illegittima la votazione e rifiutandosi di prendere parte alla riunione.

Quanto è accaduto è un ulteriore segnale – qualora ve ne fosse bisogno – di una politica allo sbando: fra chi cita figure storiche un po’ a caso, forze politiche timorose di far processare qualcuno per motivi elettorali, e chi si arrampica sugli specchi pur di trovare una differenza fra due casi pressoché identici in cui si esprimerà in maniera diametralmente opposta. E d’intanto, giusto per parlare di cose poco importanti, i decreti sicurezza sono ancora lì, intoccati.


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Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

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