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Le “sorelle” di Bretton Woods – un cambio di paradigma. Parte II: dagli anni ’80 ai giorni nostri

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Negli anni ’70 emersero gli studi economici di Friedrich Von Hayek, massimo esponente della scuola austriaca e fervente critico sia dell’intervento statale nell’economia sia, più in generale, delle teorie di stampo keynesiano. La vittoria del Premio Nobel all’economia nel 1974 fece aumentare il prestigio delle teorie di Von Hayek e della Mont Pelerin Society, un’organizzazione composta da intellettuali ed economisti sostenitori del liberismo economico, in completa opposizione alle teorie di Keynes.

Accanto alla scuola austriaca, rimasta in ogni caso marginale al di fuori del contesto europeo, si svilupparono nuove e forti critiche all’approccio interventista di stampo keynesiano. Le critiche più radicate in ambito politico ed accademico provennero dall’alveo dell’Università di Chicago e da un gruppo di economisti, poi spregiativamente definiti “Chicago boys“, in particolare nei paesi sudamericani dove ebbero modo di applicare le proprie ricette economiche sotto la supervisione del professore Milton Friedman. Il suo approccio teorico, definito “monetarista”, ha rappresentato il tramonto di quello keynesiano, sia nell’ambito domestico che nel campo internazionale. La presa di questo nuovo approccio sulle istituzioni statunitensi fu tale che persino un Presidente democratico come Jimmy Carter nominò un monetarista, Paul Volcker, alla guida della Federal Reserve.

Friedrich von Hayek

Come ha affermato l’economista Joseph Stiglitz, nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori, le politiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher furono pesantemente influenzate dalle idee di Von Hayek e della scuola monetarista. Le stesse teorie liberiste, orientate al mercato e contro l’intervento statale nei suoi processi, influenzarono le attività della Banca Mondiale (BM) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che nel 1989 sposarono a pieno i precetti del cosiddetto Washington Consensus. Proposto dall’economista John Williamson, il Washington Consensus era un insieme di direttive di politica economica che le istituzioni economiche internazionali dovevano seguire nei loro rapporti con i Paesi in via di sviluppo. Tra queste, la deregulation (ovvero l’abolizione delle barriere alla competizione), la privatizzazione delle aziende pubbliche e la liberalizzazione del commercio.

I precetti proposti da Williamson diventeranno il nuovo mantra della BM e del FMI, dal momento che i suoi punti saranno i pilastri alla base delle condizionalità correlate ai prestiti (le c.d. riforme strutturali) imposte ai paesi beneficiari. Non si trattava più di stimolare politiche espansive ma di imporre ricette economiche standardizzate a paesi che presentavano situazioni economiche, sociali e politiche diverse tra loro. Il focus della BM sugli sforzi per eliminare le cause della povertà mondiale fu sostituito dalla convinzione che il problema fossero i governi in sé: questa visione è stata proposta specialmente da Anne Krueger, la Chief Economist della BM dal 1982 al 1986.

Le attività delle due istituzioni, intanto, diventeranno sempre più interdipendenti. Infatti, se all’inizio la BM doveva occuparsi soltanto dei problemi strutturali e il FMI di problemi macroeconomici, la prima non concesse più prestiti prima dell’approvazione da parte del secondo. In altri termini, il nuovo approccio vedeva ogni problema strutturale dello Stato come una conseguenza di politiche economiche errate ed era proprio il FMI a occuparsi di questo campo.

Le stringenti condizionalità che la BM e il FMI applicheranno da questo momento in poi saranno oggetto di aspre polemiche da parte della società, dalle organizzazioni non governative agli esponenti degli Stati destinatari dell’attività delle due istituzioni. Le critiche riguardano gli effetti negativi che le politiche di liberalizzazione e privatizzazione avrebbero causato a Paesi con economie già fragili e che li avrebbero portati ad una spirale in cui i rendimenti sarebbero peggiorati dopo aver stretto accordi con le due istituzioni. Tra gli interventi più criticati ricordiamo i prestiti ai paesi asiatici durante la crisi del 1997 e quello in Argentina a cavallo tra i due millenni.

Dopo l’annuncio di una “Bretton Woods II” a seguito della crisi finanziaria ed economica globale dal 2007 al 2013, le attività delle due più importanti istituzioni sono ancora oggi oggetto di discussione e revisione. L’Agenda 2030 della BM contiene obiettivi, come l’eliminazione totale della povertà estrema, che sono ambiziosi ma ancora lontani, ed emerge sempre più la necessità di un altro cambio di rotta, anche a seguito delle continue e pesanti critiche sugli effetti dei prestiti concessi dal FMI a numerose nazioni che presentano problemi di deficit o di svalutazione della moneta.

Le critiche alle politiche dell’FMI sono arrivate anche dall’interno, più precisamente dall’ex capoeconomista dell’istituzione, Olivier Blanchard. Nel 2012, in un periodo dove i paesi europei stavano adottando politiche di austerità, è stato protagonista di un “mea culpa” in cui si è rimesso in discussione l’approccio del Fondo. Blanchard ha ammesso che furono sottostimati gli effetti negativi dei tagli alla spesa pubblica e di altre misure di aggiustamento fiscale, specialmente in economie non particolarmente performanti. La stima errata degli effetti era dovuta ad importanti imprecisioni nel calcolo dell’effetto del moltiplicatore. Il moltiplicatore keynesiano, uno dei cardini di questa scuola economica, era stato anch’esso sottovalutato, come la scuola economica cui faceva riferimento. Molti economisti monetaristi ne mettevano addirittura in dubbio l’esistenza.

In un paper insieme a Daniel Leigh, Olivier Blanchard dimostrò come non solo il moltiplicatore era vivo e vegeto ma come i suoi effetti fossero largamente sottostimati. Più precisamente, ciò significava che ogni incremento/decremento della spesa pubblica aveva degli effetti di gran lunga maggiori rispetto all’incremento/taglio effettuato. Sulla base di questo studio le politiche di austerity diventavano un boomerang perché ad un taglio di spesa pubblica non solo non faceva seguito un miglioramento delle condizioni economiche come delineato dai seguaci del filone economico della “austerità espansiva”, ma addirittura vi era una diminuzione della crescita più che proporzionale rispetto al taglio.

In sintesi l’austerità deprimeva la crescita invece che stimolarla. Dando per assodate queste conclusioni, c’è stato un cambio di rotta da parte del FMI. Non è un caso che nelle trattative successive fra Troika e governo greco il FMI si sia distinto per un approccio più morbido e di mediazione rispetto alle dure richieste delle istituzioni europee, minacciando persino di abbandonare il tavolo e ottenendo parole di elogio da parte del governo greco.

Oggi il futuro dell’FMI contempla la considerazione di nuove dimensioni storicamente assenti dalle attività dell’istituzione, come un’attenzione riguardo alle disuguaglianze di genere, la corruzione e il cambiamento climatico.


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Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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