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Anuradha Ghandy: terrorista o intellettuale scomoda?

Come afferma Arundathy Roy, scrittrice e attivista politica indiana, nell’introduzione al libro “Tendenze filosofiche nel movimento femminista”, Anuradha Ghandy era “differente”. Nata in India da una famiglia progressista, già all’università diventa una leader delle lotte; successivamente fa l’insegnante e diventa una delle principali attiviste per i diritti umani nel paese ma entra presto in clandestinità. In un primo periodo fa un lavoro tra gli operai, in particolare tra gli edili e organizza molte delle loro lotte. Per tre anni vive nelle zone dove opera l’Esercito Guerrigliero di Liberazione Popolare. E’ l’unica donna ad essere stata nel Comitato centrale del Partito Comunista dell’India (Maoista).

Anuradha Ghandy già da vari anni soffriva di sclerosi multipla e a questa malattia si è aggiunta la malaria. Giunta in un ospedale per accertamenti, non diede il suo vero nome poiché era clandestina. Quando i medici si accorsero che la malaria era molto avanzata e che le distruggeva via via tutti gli organi vitali non poterono avvisarla. Morì il 12 aprile 2008.

Fino all’ultimo giorno, nonostante tutte le sofferenze, non si è mai fermata un momento; dalla mattina alla sera girava, andava nelle zone dove è in atto il conflitto armato, e per lungo tempo ha portato avanti un lavoro per organizzare le donne riuscendo a costruire il più grosso movimento delle donne del paese: Adivasi, che in indiano significa “popolazione originaria”. Un’organizzazione trattata dallo Stato e dal governo indiano con una politica di massacri e repressione, che per le donne significa uccisioni, stupri, terribili violenze sessuali. Il movimento delle donne Adivasi organizzato da Anuradha Ghandy contava almeno 90mila donne nel Dandakaranya.

Arundathy Roy, nell’introduzione del libro sopracitato, afferma: «Non ho mai avuto la fortuna di incontrare direttamente Anuradha Ghandy, ma andai al suo funerale. La cosa che un po’ mi sorprese e sentii fu che tutte le persone che la conoscevano parlavano di lei come di una persona che aveva fatto tanti sacrifici». E aggiunge: «Per me comunque con Anuradha Ghandy ci si imbatte come in qualcuno che felicemente ha barattato noia e banalità per seguire il suo sogno. Non era santa o missionaria. Ha vissuto una vita che è stata dura, ma appagante».

Anuradha Ghandy non era un’intellettuale nel senso classico della parola ma una militante del PCM indiano, per cui la sua teoria era strettamente legata alla pratica: elaborava la teoria e la usava come un’arma contro classismo e misoginia. In India, uno dei più grandi subcontinenti del mondo – per cui ciò che accade in questo paese acquista una dimensione e rilevanza grandissima – vi è la massima sintesi della condizione di oppressione verso le donne, con un processo articolato in tre stadi.

Accanto all’oppressione strettamente legata allo Stato semifeudale, patriarcale e di base tribale, in cui gli stessi capi dei villaggi sono parte integrante del meccanismo, ci sono altre dinamiche sociali prodotte dall’imperialismo a cui è stata soggetta l’India e che si sono palesate nelle città, che in India sono immense. Questo porta ad un ulteriore abbrutimento delle relazioni sociali, di cui le donne sono le principali vittime. L’India mostra come l’imperialismo si mescoli in maniera fluida con le altre forme di oppressione, sia dal punto di vista economico che da quello sociale. E le donne si trovano colpite da entrambe le realtà. Il terzo stadio di cui sopra è riferito a stupri e uccisioni, che vengono usati come arma di guerra. Quando l’esercito va a “liberare” per conto delle multinazionali intere zone, usa gli stupri e le violenze sessuali contro le donne: nelle carceri le donne sono torturate nella maniera più terribile.

E’ la reazione dello Stato indiano alla guerra popolare in corso da vari anni, in cui le donne costituiscono il 60% dell’Esercito Popolare e a cui spesso è affidata la direzione di rivolte e guerre per la riconquista di territori.

Chiaramente questo non è ben visto dalla stampa e dai mass media in generale e anche per questo si parla poco dell’India. L’India è il paese in cui c’è il massimo sviluppo del movimento di lotta delle donne, sia in termini di scioperi (e qui parliamo di milioni di donne in sciopero e in piazza) sia in termini di sviluppo delle lotte nelle zone in cui vi sono stati stupri e uccisioni efferati di donne e bambine. Lì dove il governo indiano porta uno sviluppo capitalista con processi di espropriazione delle terre, trasferimenti forzati e militarizzazione, non è raro imbattersi in massacri di massa da parte dell’esercito, intento a “liberare” queste zone per permettere l’insediamento di multinazionali (tra le altre, anche la Mittal). E in questa che è stata definita la “caccia verde” (Green Hunt), la maggior parte delle popolazioni è formata da donne, che resistono alla politica di devastazione dello Stato indiano.

Quando Anuradha Ghandy spiegava il significato della guerra popolare e della lotta armata per le donne, ovvero di un percorso di emancipazione, di un passaggio da una situazione di estrema oppressione alla possibilità di decidere per sé stesse, di essere determinanti per la vita dell’intera popolazione, diceva: «la guerra popolare ha mandato in frantumi le esitazioni delle donne, ha raddoppiato la loro forza per ribellarsi, ha mostrato il cammino per la liberazione della donna».

Un esempio di questo l’abbiamo avuto anche in Italia: le partigiane, che fino al giorno prima erano spesso donne che facevano una vita normalissima, anche se non certo esaltante, sono state protagoniste della loro vita, della comunità, dell’intera società durante la Resistenza antifascista. Ecco cosa significa per le donne la guerra di popolo. Il libro di Anuradha Ghandy è scritto da una donna della moderna resistenza indiana, ma parla delle tendenze filosofiche nel femminismo occidentale.

Parlando del c.d. “femminismo liberale“, Anuradha Ghandy scriveva: «Si concentra sui diritti individuali piuttosto che sui diritti collettivi». Secondo le teorie portate avanti dal femminismo liberale “ognuno deve liberarsi”: si tratterebbe quindi di un processo individuale che si oppone di fatto ad un processo di lotta collettiva.

Un’altra tendenza è quella del “separatismo“: è quella presente nel movimento femminista che si identifica in “Non una di meno” (Nudm), anche se all’interno di questo grosso contenitore ci sono diverse posizioni. Alcune realtà femministe anche nel nostro paese teorizzano un separatismo strategico, in cui sono gli uomini tout court il nemico principale. Anuradha Ghandy, lei che ha organizzato 90mila donne, affrontava il tema in questi termini: «il femminismo radicale, questa tendenza a teorizzare il separatismo, a cosa porta? Porta a non vedere qual’è la contraddizione principale del sistema sociale e rende principale la contraddizione uomo-donna su un binomio strettamente biologico. Questo femminismo può apparire più rivoluzionario ma la conseguenza è il rischio di scadere nel riformismo».

In base al femminismo radicale, in estrema sintesi, le donne sono oppresse perché sono state destinate alla mera riproduzione, che tra l’altro non viene neanche riconosciuta e che si esplica sia nella riproduzione della forza lavoro che nel lavoro di cura di queste forze. Anuradha Ghandy sostiene che assumere l’aspetto della riproduzione come centrale fa sì che lo scontro non sia con il sistema sociale complessivo e con i rapporti di produzione che ne sono alla base: questo atteggiamento «rende la contraddizione tra uomini e donne come la principale contraddizione che giustifica il separatismo».

Per quanto riguarda l’eco-femminismo, Anuradha Ghandy riconosce un elemento di verità: ciò che questa tendenza denuncia è che lo sviluppo capitalista è uno sviluppo che distrugge l’ambiente. Qual’è la soluzione proposta? La risposta è “torniamo al passato”: all’economia precedente, ad un’economia agricola. Ma nelle campagne, e lo vediamo benissimo anche oggi sia con il fenomeno del caporalato sia con il fenomeno migratorio (ma non solo), le donne venivano e vengono tuttora trattate da schiave. Questa tendenza sfocia dunque in una posizione conservatrice che vede solo l’effetto del processo e non individua nel capitalismo e nell’imperialismo le sue cause.

Anuradha Ghandy fa chiarezza infine anche su un uso a volte non corretto del termine “patriarcalismo“. In India, scrive, c’è un sistema semifeudale: il patriarcalismo corrisponde al sistema sociale. In un paese imperialista come il nostro a capitalismo avanzato, in cui il patriarcalismo non può reggersi su una base feudale o semifeudale, il sistema ha interesse ad usare tutte gli strumenti a sua disposizione, tra cui anche il patriarcalismo.

In conclusione, questo libro di Anuradha Ghandy parla a noi, parla delle tendenze che troviamo anche in Italia e dà strumenti per analizzarle. E’ una sorta di guida, un “manuale” non solo da leggere ma anche da usare. Il libro originale non è stato ancora edito da nessuna casa editrice ma è disponibile una sua traduzione in italiano a questo link.


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