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Teresa Noce, rivoluzionaria di professione

Per il dossier Madri Costituenti

Di Gaia Garofalo – Teresa Noce è nata il 29 luglio nell’anno che dà il debutto al 20esimo secolo. Nella sua Torino, palmo di cultura, cresce in una famiglia operaia in assenza del padre, ma tenuta per mano dal fratello e dalla madre. Per questo fu, però, costretta a lasciare prematuramente la scuola. Non lascia, invece, la sua tenacia, quella sempre presente per avere un futuro, e continua così da autodidatta.

Successivamente alla morte dei suoi ultimi cari rimasti, fa della politica il suo impegno e il suo dono umano. Nel 1921 fu una delle fondatrici del Pci, Partito Comunista Italiano. Qui conosce il suo grande amore, nonché complice, collega, amico, Luigi Longo. Si sposarono nel 1926 ed ebbero in tutto tre figli, due dei quali dati alla luce prima del matrimonio. Il secondo, tristemente, perde dopo poco quella vita così brevemente respirata a causa di una meningite.

L’anno delle loro nozze coincide con le continue fughe da una città all’altra per le mappe del loro esilio, costretti dall’avanzata del fascismo. Rientrata in Francia, venne arrestata e, dopo alcuni mesi di carcerazione, viene deportata in Germania, poi in Baviera e infine a Holleischen, campo cecoslovacco, trattenuta a lavoro forzato, a schiavismo disperato, in una fabbrica di munizioni.

Alla fine della guerra, ritornata in Italia, il 2 giugno 1946 fu tra le 21 donne elette all’Assemblea costituente italiana. Fu una delle cinque donne entrate a far parte della Commissione speciale incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula.

Eletta in Parlamento vi rimase per due legislature, durante le quali presentò due proposte di legge tuttora fondamentali per la vita lavorativa di noi donne: la tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, che prevede i permessi di lavoro retribuiti a partire dall’accertamento della gestazione in atto, il divieto di licenziamento delle donne incinte e nel 1950, insieme a Maria Federici, la legge che prevedeva eguale salario per eguale lavoro per donne e uomini.

Nonostante il tacco valoroso su questo frangente ricco di pregiudizi e difficoltà, dettate dal tempo e dall’epoca, il cuore è un posto senza leggi: nel 1953 scoprì, da un trafiletto comparso sul Corriere della Sera che suo marito avesse ottenuto a San Marino l’annullamento del matrimonio. Tutto questo contrastava con i principi del partito, contrario a questi annullamenti borghesi e truffaldini e ingenuamente Teresa Noce pensò che suo marito, per di più vicesegretario del partito, non avrebbe certo potuto fare una cosa del genere, oltretutto senza nemmeno parlarne con lei,  la quale invece aveva proposto una separazione consensuale proprio per evitare pettegolezzi. Inviò al giornale una  smentita, anch’essa innocentemente falsa in quanto fosse tutto vero.

Il Pci, per quanto disprezzasse l’evento, spalleggiava Longo e fu lei – non lui – a essere messa sotto accusa e a essere espulsa dal comitato centrale, trauma che definì «grave e doloroso più del carcere, più della deportazione». Per aver visto una solidarietà dalla parte sbagliata, un uomo senza più niente di giusto dove lei aveva visto uno specchio del suo stesso mondo. Era solo una donna, anche lì.

Nel 1974 pubblicò la sua autobiografia, Rivoluzionaria professionale, dove racconta tra le pagine di una vita mai assolta; la sua storia, quella che non aveva protetto nessuno, insieme al partito comunista italiano dai suoi occhi di veterana e partigiana per un mondo utopistico forse; ma è grazie a chi ha voluto credere di riuscire, se adesso abbiamo il permesso di fare ed essere.

Morì a Bologna, all’età di 79 anni, il 22 gennaio.


 

 

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