Un violador en tu camino

Martina CostaUn violador en tu camino, titolo del canto intonato ormai in diverse piazze del mondo, non è solo una performance, è un movimento di rivendicazione delle donne contro la violenza di genere. Il canto, intonato per la prima volta dalle donne cilene, è un urlo di rabbia e protesta contro la violenza sui diritti delle donne; è un inno femminista mondiale che denuncia il fallimento del sistema politico e di giustizia. È un’azione poetica che vuole denunciare la cultura maschilista e patriarcale dei nostri tempi, proponendo un nuovo modo di società e di fare politica, che sia più inclusiva, equa e libera.

La performance di protesta è stata ideata dal collettivo femminista cileno LasTesis ed è stato messo in scena nelle piazze cilene lo scorso novembre, nel contesto delle proteste degli ultimi mesi. Proprio le proteste in Cile hanno messo in evidenza il sistema di abusi e torture a cui i manifestanti, inclusi tantissime donne e minori, sono stati sottoposti da parte delle forze dell’ordine. La violenza esercitata dal governo di Piñera e dal sistema neoliberista cileno, ha usato, ed usa anche oggi, la tortura e lo stupro come arma di guerra per indebolire e punire chi contesta l’attuale sistema sociopolitico.

Lì, in quel testo, risiedono i principali punti di contestazione delle donne, in Cile come in altre parti del mondo. Primo tra tutti ad essere contestato è il patriarcato, che giudica le donne dalla nascita e per essere nate. Sistema secolare di gestione familiare e statale, ha evidentemente forgiato intere società, creando una coscienza di superiorità, che vede nell’uomo il detentore del potere e nella donna la fragile creatura da proteggere. Il patriarcato è una cultura, legata alla moralità e alla religione che si basa sul controllo, sulla disciplina e sull’oppressione delle donne.

Altro punto messo in discussione è la violenza che non vedi che diventa il castigo delle donne. Gli occhi bendati, indicano proprio la voluta cecità di un sistema che non riconosce le donne come detentrici di poteri e pari capacità, ignora spesso le violenze, devia la colpa dal reo alla vittima, che messa sotto accusa, è colpevole due volte.

La violenza che non vedi è quella che molto spesso non percepiscono le vittime stesse delle molestie che la confondono con amore; è quella che altre volte non vedono i familiari della vittima preoccupati da scandali sociali; è quella che non vedono gli organi di polizia, che non mettono a disposizione sufficienti garanzie per le donne; è quella legislativa che per molti secoli ha persino considerato il matrimonio riparatore, una soluzione utile all’abuso sessuale. È quella che molto spesso non vede un’intera società, in attesa di un ulteriore femminicidio per preoccuparsi seriamente della causa.

La violenza è sistemica. A mostrarlo sono i piegamenti che le donne fanno durante la performance: quello è il simbolo degli abusi da parte delle forze dell’ordine, che costringono le donne ad abbassarsi in un piegamento durante gli interrogatori.

In quel gesto, sono racchiusi il femminicidio, l’impunità per l’assassino, la scomparsa e lo stupro. E sebbene possa risultare inimmaginabile per uno Stato di diritto, molestie, tortura e stupro, sono ancora pratiche costanti negli ambienti penitenziari.

A queste si aggiunge la scomparsa di donne e uomini che, visti per l’ultima volta tra le mani dell’esercito, sono successivamente scomparsi. Non ultimi i casi di omicidio e mascherato suicidio dei rei, un modo come un altro per sollevarsi dalla responsabilità penale di un ulteriore morto.

Nella performance urbana, partecipata da donne di tutte le età, gli abiti sono volutamente “succinti”, questo per rimarcare che poco importa l’abito, chi subisce una molestia è una vittima, mai il colpevole.

Per questo l’urlo Y la culpa no era mia, ni donde estaba, ni como vestia (E la colpa non era mia, né di dov’ero, né per come ero vestita). Puntando il dito verso un violatore invisibile, le donne urlano: Lo stupratore sei tu!

Il canto demistifica lo stupratore, che non è soltanto l’individuo che agisce per il piacere sessuale, ma un intero sistema machista che esercita e reitera le violenze.

Il tu è tanto grande quanto la violenza è sistemica. E allora gli stupratori sono i poliziotti, esecutori di una violenza patriarcale, che vede già nel reo, ma in particolare nel suo genere femminile, la possibilità di attaccare e abusare del suo potere; i giudici colpevoli di sentenze patriarcali, che spostano l’attenzione dallo stupratore alla vittima (come era vestita? aveva bevuto? dove si trovava? che ore erano? era da sola?); lo Stato oppressore che è un macho violatore, colpevole di propagandare un sistema patriarcale nelle leggi e nelle pratiche; e persino il Presidente, lo stesso che in Cile ha dichiarato lo stato d’emergenza per mettere a tacere le proteste.

Le donne hanno forse scoperto che, indipendentemente dalle proprie origini, le catene del patriarcato legano e attanagliano i loro corpi. Nel carattere planetario della performance c’è l’intento di manifestare quanta più solidarietà alle sorelle cilene, vittime di abusi e violenze, e di essere il grido feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce.

Il canto di protesta è stato riprodotto in almeno 21 paesi, tra cui Argentina, Colombia, Messico, Beirut, Londra, Parigi, New York, Berlino, Perù, Filadelfia, Italia, Barcellona, Istanbul.

Proprio in quest’ultima città, la polizia ha interrotto la manifestazione arrestando delle donne che partecipavano alla performance, intonata persino nella sede del parlamento turco.

Anche in Tunisia le donne hanno partecipato alla performance, cogliendo l’occasione per denunciare il fatto che la violenza non è solo l’abuso sessuale ma un atto politico, di dominazione e di potere.

La cultura maschilista e patriarcale è lo stupratore dei nostri tempi. El violador eres tu! Lo stupratore sei tu! المغتصب هو انت(Al moghtaseb howa enti)! The rapist is you! Le violeur c’est toi!


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