“Turistificazione” urbana: cosa stiamo facendo alle città

Di Martina Costa – “Tourism is colonialism. Go home!”. Vedo per la prima volta e in modo un po’ contrariato questa graffito su una strada di Palermo circa tre anni fa. Lo ritrovo nuovamente questa estate e la mia percezione sulla veridicità di questa breve massima mi sembra lampante.

Sono originaria di una città – Palermo – che lentamente, negli anni, ha saputo rendere accessibili le sue meravigliose ricchezze ai forestieri che arrivano da lontano. Io stessa viaggio, per mia grande fortuna, sin da piccola, prima con la famiglia, poi con la scuola e via di seguito con amici o in solitaria. Ho avuto modo di visitare diverse città in diversi continenti. Negli anni ho maturato la necessità di staccarmi dall’etichetta di turista, e non perché di base ci sia qualcosa di sgraziato, ma perché ho progressivamente percepito il limite sotteso a questa definizione.

I ladri con cappellini e macchina fotografica sempre pronta, sguinzagliata tra una piazza e un grande viale, hanno mutato l’autenticità delle città. Diventate ormai prede succubi dei loro “aguzzini”, le città hanno modificato la loro morfologia per adattarsi progressivamente alle esigenze dei loro benefattori.

E allora vai di touristic shop, tour operator, touristic tour e sightseeing tour. E ancora, traditional food, free wifi, local organic products e souvenir shop. Isole privatizzate, interi quartieri trasformati in hotel e affitta camere, caffè locali sostituiti da grandi catene in stile Starbucks, fast food e franchising in ogni angolo del centro, piccole attività commerciali e artigianato locale “radiati” dalla scia dei souvenir shop.

L’industria del turismo perpetua dei meccanismi coloniali che non permettono al paese ricevente di focalizzarsi sulle sue risorse, ma piuttosto le riorienta verso l’esterno. Il turismo – così come il mercato – liberalizzato è una chiave della logica neoliberale. E così come l’esportazione massiva della quinoa – per fare un esempio – ha impossibilitato i peruviani ad acquistarla, così anche il turismo di massa ha reso le strutture locali e le zone centrali, inaccessibili ai residenti e ai nativi.

L’offerta locale è costretta ad adattarsi ai diktat della domanda turistica, offrendo servizi che risultano spesso inaccessibili alla gente locale. Inoltre, la massificazione del turismo ha spinto la gente locale a spostarsi fuori dal centro, perché i prezzi risultano spesso fuori budget e più probabilmente a misura di turista. La gentrification turistica ha mutato il tessuto sociale che abita il centro città sostituendo il locale, che probabilmente lavora in quella zona, con il turista “mordi e fuggi”. E così, come una goccia d’olio, più la macchia del turismo si allarga, più l’esproprio aumenta.

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Vedo città completamente trasformate ai ritmi della macchina turistica e l’avvento dei social ha solo amplificato il fenomeno. Le città, i suoi abitanti, le attività commerciali devono costantemente mantenersi perfette agli occhi del visitatore che in un nonnulla, con un feedback o una recensione negativa, sporca più di una carrettata di letame addosso. La pubblicità 2.0 del tourism new age, che ha permesso un po’ a tutti di diventare giudici e critici di valore, viene spesso usata come minaccia anche per il minimo errore. E delle volte agli occhi del turista, l’errore è quello, ad esempio, di non parlare altra lingua che quella autoctona. Come se necessariamente fosse dovuto adattarsi alla supremazia linguistica dell’inglese; chiunque sfugga a questo “obbligo morale” ne patirà le conseguenze con sfilze di recensioni negative.

Vedo gente schiavizzata dalle cadenze turistiche, costretta a trasformare le proprie attrazioni e a commercializzare le proprie tradizioni al fine di soddisfare quel certo gusto per l’esotico. Gente costretta a vendere addirittura il proprio corpo per poter rispondere a quella domanda di turismo sessuale che ha reso caratteristico il suo paese. Città completamente trasformate in bordelli offshore, in cui tutto è lecito, purché resti lì.

A quella critica che recita ossessivamente «loro vivono di turismo», rispondo che non solo dovremmo analizzare i paradigmi intrinseci al concetto di turismo, ma dovremmo forse iniziare a rivalutare ciò che intendiamo per “vivere”. Poiché vivere è mutare e adattarsi, ma ai cambiamenti fisiologici, bilanciando le spinte globalizzanti alle trasformazioni sintomatiche, cercando di mantenere così salde le proprie tradizioni. Vivere è sì aprirsi e condividere, ma non è certo furto e prevaricazione. Vivere è più legato alla qualità delle esperienze che alla quantità. Vivere è conoscere, non imporre – per una sterile e costruita superiorità occidentale – i propri canoni. Vivere è anche sbagliare e fare di quello sbaglio un motore di crescita. Vivere è svilupparsi sui propri bisogni e non esclusivamente a quelli esterni. In ogni caso, non dobbiamo vivere di turismo, ma convivere e condividere coi turisti.

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Nella mia esperienza di viaggiatrice, ho visto tanta gente curiosa di scoprire l’autenticità del luogo e tanta altra che la critica perché non sufficientemente sviluppata, hi-tech o non atta a rispondere alle esigenze del visitatore. E questo non è certo un inno alla chiusura, che sarebbe solo un’involuzione della nostra specie, o all’accettazione dei problemi socio-urbani che più o meno ogni città vive. È un inno a un turismo consapevole, critico e rispettoso. A un turismo che si percepisca come l’opportunità di conoscere e di farsi conoscere, di prendere un po’ delle meraviglie che incontra lungo il tragitto e donare, allo stesso tempo, un po’ di sé.


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