Il grande ritorno di Tarantino

Di Silvia Scalisi – Ogni favola che si rispetti inizia con un “C’era una volta”, e magari continua con un “in un paese lontano lontano”, per finire con un “e vissero tutti felici e contenti”.

Ma se il regista è Quentin Tarantino, l’ultima cosa che possiamo aspettarci è una favola convenzionale. Anzi, ad essere sinceri, l’ultima cosa che ci aspettiamo è proprio una favola. E invece C’era una volta a Hollywood ci sorprende dal primo all’ultimo minuto: un inno al Cinema, quello con la C maiuscola, e alla sua storia; la celebrazione di un mondo iconico, fatto di luci e ombre, dove non è tutto oro quello luccica (anzi, non lo è quasi mai).

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Si parte dalla storia di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore in decadenza, ingabbiato nei suoi stessi ruoli, che prende drammaticamente consapevolezza di essere ormai una caricatura di se stesso; a fare da contraltare a questa tragedia interiore vissuta dall’attore troviamo Cliff Booth, controfigura di Dalton, interpretato da un fantastico Brad Pitt faccia da schiaffi, che con la sua flemma e il suo menefreghismo rappresenta tutto l’opposto dell’amico Dalton (sebbene la fine della carriera di quest’ultimo, rappresenti inevitabilmente anche la sua).

da ScreenGeek

Il tema del doppio si ripete continuamente: non solo in Dalton e Booth («Se pensate di vedere doppio non regolate il vostro televisore perché, beh, in qualche modo è così!», frase pronunciata quasi all’inizio del film, in una delle prime scene che vedono Pitt e Di Caprio insieme), ma anche in Dalton stesso, nella sequenza in cui si guarda allo specchio, parlando ad alta voce con se stesso, facendosi domande e rispondendosi da solo, in un misto di follia latente e tracollo nervoso.

Il doppio si riscontra anche nel tipo di narrazione stessa: Tarantino dà vita a una sorta di meta-film, un film dentro il film; Dalton che accetta un ruolo in un film western, da lui tanto odiati e disprezzati, permette uno scambio continuo tra i diversi livelli di narrazione, un set dentro il set, dove le identità dei personaggi si confondono: Di Caprio, che interpreta Dalton, Dalton che interpreta l’ennesimo cattivo nell’ennesimo spaghetti western. L’attore che interpreta un attore, che interpreta un attore. In tutto questo fa da cornice (ma non per questo meno importante, anzi), la vicenda di Sharon Tate (interpreta da Margot Robbie), compagna di Polanski, rappresentata nel suo aspetto “umano” di attrice emergente e talentuosa che cerca affermarsi nella tortuosa strada che porta a Hollywood.

da Washington Post

Le due vicende, quella di Dalton e della Tate, sembrano inizialmente sconnesse, l’unico punto in comune pare essere il fatto che Rick e Polanski siano vicini di casa, pur non essendosi mai parlati. Ma lo spettatore sa bene che tutto nella mente visionaria di Tarantino ha un senso, e aspetta pazientemente il momento in cui le due storie, apparentemente slegate, si fonderanno insieme.

Tarantino utilizza la tecnica della ucronia: partire da premesse storiche e personaggi veramente esistiti, per arrivare a una conclusione diversa da quella realmente accaduta, creando un mondo fantastico, parallelo, una realtà che rappresenta “ciò che si sarebbe voluto, ma che non è stato”. Parliamo, ovviamente, della macabra vicenda che ha investito proprio Sharon Tate, uccisa brutalmente dalla banda di Charlie Manson il 9 agosto del 1969, in circostanze poco chiare, nella sua casa di Bel Air, insieme ad altre quattro persone.

Nel film Sharon si salva: in verità, gli assassini non entrano nemmeno in casa sua, e i protagonisti si salvano tutti, perché ad avere la peggio sono proprio loro, i terribili hippy. Da sempre visti nell’immaginario comune come portatori del messaggio “peace and love”, con le loro corone di fiori e il loro amore libero, vengono qui, invece, ritratti in una veste inquietante e angosciante, che li fa apparire più simili a degli zombie che a esseri umani.

L’irruzione degli hippy in casa dà a Dalton l’occasione di dimostrare il proprio valore: tanto depresso per via del declino della sua carriera, quanto fermo e risoluto nel maneggiare il lanciafiamme con cui darà fuoco a uno dei potenziali assassini dei suoi cari. Il riscatto di un uomo che ha sempre interpretato l’anti-eroe, il cattivo, nei suoi film, che si trasforma in eroe nella vita vera, senza rendersene neanche conto.

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Il film è pieno di auto-citazioni: le insistenti inquadrature ai piedi (di Margot Robbie al cinema, della ragazzina che porta Brad Pitt nel ranch abitato dai folli e inquietanti hippy), la scena conclusiva in perfetto stile splatter, che provoca disgusto ma incolla gli occhi allo schermo; tutte firme riconoscibilissime di uno dei registi più visionari della storia del cinema. Come a voler sottolineare che nessuno può imitare Tarantino, se non lui stesso. Non sappiamo se questo sarà davvero il canto del cigno del regista: di sicuro Tarantino ci lascia con un atto d’amore pieno, totale e folle per il cinema, e non avrebbe potuto farlo meglio. Perché persino nelle favole di Tarantino, tra uno schizzo di sangue e l’altro, si vive felici e contenti. Più o meno.


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