Chernobyl, la serie che sa di ferro

Di Virginia Monteleone – Era il 26 aprile del 1986, ore 01:28:58 quando esplose il primo reattore. Siamo a Chernobyl, e qualcosa allora andò storto. Un errore umano, un guasto improvviso. Un tasto sbagliato. O forse dei giochi di potere.

Il disastro nucleare più famoso della storia è rivissuto attraverso tantissimi documentari, film, libri. L’8 luglio si è conclusa la miniserie intitolata semplicemente Chernobyl, creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck, distribuita da HBO. Un titolo semplice, ma che racchiude in sé tanta paura.

La serie ci racconta, scandendoli per ore, i giorni del disastro. Ci racconta il sacrificio di tantissimi uomini e donne che hanno limitato le conseguenze dell’accaduto.

Le vicende raccontate si basano, in buona parte, sui resoconti degli abitanti di Pripyat, raccolti dalla scrittrice Premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich nel suo libro Preghiera per Černobyl.

Le riprese, in quegli ambienti grigi e sovietici, sono state girate tra la Lituania e l’Ucraina. I colori sono una delle parti più interessanti della miniserie. I toni sono quelli del grigio e del verde. Lo senti quasi in bocca quel sapore di ferro che si sente dire spesso ai personaggi. Senti la pesantezza del fumo, il bruciore sulla pelle delle ustioni da contaminazione. Quel suono gracchiante e onnipresente del contatore Geiger che ti entra nella testa ed alimenta lo stato di ansia.

Non è una serie leggera: vederla deve essere una scelta consapevole. Non si tratta di una serie politica, ma la rappresentazione dei tanti eroi in un’emergenza nucleare. Tra chi per amore del proprio paese o semplicemente per dovere, vediamo rappresentati coloro che di lì a poco lotteranno per la vita fino ad arrivare ai giorni del processo.

Oltre agli operai e ingegneri della centrale, anche pompieri, minatori, soldati infermieri e medici, madri. Tante storie che si intrecciano senza grandi approfondimenti, per lasciare come protagonista l’impotenza dell’uomo verso i suoi errori.

Sono state mosse molte critiche a Chernobyl, sia su delle scelte di sceneggiatura che sulla lingua inglese. Ovviamente il prodotto non deve essere visto come una serie di propaganda pro USA né contro il comunismo sovietico né come un documentario. Questo è un racconto ben studiato, con delle giuste scelte commerciali. Ma oltre le critiche, ciò che rende digeribile qualche imperfezione narrativa sono  le interpretazioni di tutto il cast, guidato dal sempre perfettamente misurato Jared Harris nei panni di Legasov e da un carismatico Stellan Skarsgård in quelli di Shcherbina: questi due personaggi sono il “nocciolo” dal quale tutto il resto si sviluppa perfettamente intorno.

Una serie da vedere non tutta d’un fiato, ma spezzandola, perché pesa. Pesa perché anche se un po’ romanzato è un fatto realmente accaduto. Percepisci quell’ansia, quella paura, quell’inevitabilità, nell’aria che respiri. È una serie che ti spinge poi a cercare e ad approfondire, e troverete di certo quanto il turismo verso quelle zone sia aumentato. Vanno alla grande i tour dell’orrore nella cittadina abbandonata, dove i turisti vengono portati tra le corsie desolate di scuole e ospedali, tra pupazzi logori e strutture smantellate dal tempo. Una macabra processione fatta di macchine fotografiche, video di youtubers e inquietanti selfie con il reattore.

Ormai quei luoghi sono come dei set cinematografici, musei a cielo aperto; ma se ascoltate bene, se guardate con attenzione, lo percepite. Percepite quel nemico silenzioso sepolto da tonnellate di cemento. E nelle orecchie potreste percepire quel gracchiante e pesante suono del contatore Geiger.


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