E quando Nostradamus non c’è, arriva Banksy

Di Silvia Scalisi – Che Banksy sia un genio, è cosa risaputa. Che i geni spesso siano incompresi, è cosa altrettanto risaputa, un copione che si ripete da secoli. Ma questa volta la genialità si è trasformata in una vera e propria profezia, che ha inquietato e affascinato al tempo stesso.

Qualche settimana fa Banksy ha mostrato la sua indignazione per non essere stato invitato alla Biennale di Venezia: lui, l’artista più influente e chiacchierato degli ultimi anni; lui, che da anni ci prende in giro non rivelando la sua identità e lasciandoci navigare (è proprio il caso di dirlo) nelle più fantasiose congetture; proprio lui, per chissà quale strana ragione, non è mai stato invitato «al più grande e prestigioso evento artistico del mondo», come scrive nella sua pagina Instagram.

Ma ovviamente se sei Banksy, te ne freghi dell’invito ufficiale, e alla Biennale ci vai comunque. Prima fai sentire la tua presenza con il murales di un bambino che indossa un giubbotto salvagente e tiene in mano un fumogeno rosa fluo. Un bambino migrante, senza dubbio, dipinto con neri e grigi, sguardo perso in un vuoto disarmante, che lancia una sorta di SOS allo spettatore, al mondo. Un’opera collegata con un filo ideale a quella di Christoph BuchelBarca nostra”, in onore del naufragio avvenuto nel 2015 nel canale di Sicilia che è costato la vita a circa 1000 migranti, attualmente presente all’Arsenale a Venezia.

Venezia, murales di Banksy raffigurante bimbo migrante

Venezia che diventa la tela di Banksy, e se c’erano dubbi sulla paternità del murales, basta attendere qualche ora per averne la conferma. Ma le sorprese non finiscono qui. Perché tu sei Banksy, e quindi le sorprese non possono finire. Non contento del graffito, inizi a montare la tua installazione, anzi, paghi un attore che lo faccia al posto tuo perché, si sa, tu devi mantenere l’anonimato; un’installazione, quindi, prende forma e vita tra gli occhi sorpresi e dubbiosi dei passanti. E alla fine, lasci tutti a bocca aperta, gatti compresi.

Un puzzle inizia a comporsi: nove tele di varia misura danno forma a un’immagine, cruda ma apparentemente innocua, nella sua glaciale imponenza. Un’enorme nave da crociera si staglia nel canale di piazza San Marco, un gigante terribile nella sua sproporzione. Forse gli appassionati dei fumetti noteranno delle somiglianze con Marina di Matteo Alemanno, che già nel 2014 disegnava una scena simile a quella che sarebbe accaduta da lì a qualche giorno dopo.

La nave gigantesca di Banksy stona con tutto quanto: stona con la laguna, stona con i piccoli ponti, stona con le persone che sembrano ancora più minuscole accanto a quel mostro, stona con le gondole, stona col cielo stesso. E la gente se ne accorge: si ferma, osserva, commenta, con espressioni che sembrano voler dire «beh, in effetti, è proprio così». Ed è alquanto spaventoso. Il messaggio è chiaro, limpido, provocatorio, come solo Banksy sa fare: Venice in oil è un tentativo disperato di porre l’attenzione su un problema (di sicurezza, ma anche ambientale), quello delle navi che attraversano i canali veneziani, che sembra non avere fine. Un turismo selvaggio, sfrenato, che va avanti ormai da decenni, che deturpa e disturba una città così meravigliosa e così fragile.

Venezia di notte

Il titolo ha una doppia valenza: richiama l’olio dei colori per dipingere le tele, ma anche l’olio dell’inquinamento, dell’ignoranza che si estende come una macchia d’olio, appunto. Olio che impregna tutto ciò che tocca, e lo distrugge, indelebile.

L’installazione dura poco, ma è il tempo necessario: i vigili invitano lo street artist (anzi, l’attore ingaggiato da lui per montare tutto quanto) a togliere il banchetto per mancanza del permesso di occupazione del suolo pubblico. Ma del resto Venezia non è nuova alle censure: tra il 2013 e il 2014 il fotografo Gianni Berengo Gardin lavora a delle foto sul transito delle grandi navi nei canali, e gli viene vietato di presentare la mostra in uno spazio pubblico a Venezia; solo lo scorso febbraio la Fondazione Musei Civici invita Berengo a esporre le foto in una mostra a Palazzo Ducale: peccato che il sindaco Luigi Brugnaro, appena saputa la notizia, abbia spostato l’esposizione a data da destinarsi, giudicandola forse troppo “scomoda” e inappropriata. Dunque la censura tocca anche Banksy: fine dei giochi, baracca chiusa, i cavalletti smontati in silenzio così come erano stati messi su. E invece no.

Perché quella che fino a qualche giorno fa sembrava una semplice provocazione, in perfetto stile banksyano, diventa un’agghiacciante profezia: tragedia sfiorata nel Canale della Giudecca, una nave da crociera “impazzita” finisce su un’imbarcazione più piccola, nulla riescono a fare persino i due rimorchiatori che la trainavano. Per fortuna nessun morto, qualche ferito, tanta paura. E tante domande.

E ovviamente arrivano, immancabili, le polemiche, le accuse dei politici che rimbalzano le une sulle altre: Toninelli impreca contro le grandi navi, Salvini addossa la responsabilità politica dell’accaduto proprio a lui, Bonisoli lamenta ostruzionismo a causa di un ricorso al Tar contro tre provvedimenti del suo ministero che miravano a valorizzare proprio l’interesse culturale su Canal Grande, Canale di San Marco e Canale della Giudecca. E mentre i politici giocano a tennis in un loop infinito, si aprono le indagini per capire la responsabilità dell’accaduto, e le navi continuano a invadere spazi che non dovrebbero appartenergli, con tutto ciò che ne consegue.

Però stavolta eravamo stati avvisati. Lui lo aveva detto, anzi lo aveva dipinto e messo davanti agli occhi: perché se sei un visionario, brillante, geniale, arrivi a predire pure il futuro. Banksy ce lo aveva detto. Ma noi comuni mortali siamo ciechi, sordi, e muti, come sempre. Scusaci Banksy, la prossima volta ci sforzeremo di fare più attenzione a quello che abbiamo proprio sotto il nostro naso. Forse.


Immagine copertina da https://www.open.online/

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