Transgender: non chiamateli «malati»

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Di Sara Sucato – L’OMS – l’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha reso ufficiale la rimozione dell’identità transgender dall’elenco delle malattie mentali. La decisione, che rappresenta una pietra miliare di un percorso iniziato negli anni settanta, è stata divulgata in occasione della World Health Assembly del maggio 2019.

L’ICD-11 – l’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases and Related Health Problems – avrà un forte impatto sul monitoraggio delle malattie mentali e sulle relative terapie, riflettendo i cambiamenti nell’importanza che ricoprono la salute sessuale e l’identità di genere. Attraverso questo documento, la disforia di genere – diversa dalla transessualità e dal transgenderismo, quest’ultimo inteso come movimento culturale secondo il quale non esistono due soli generi – non solo è stata ufficialmente esclusa dalla lista delle patologie mentali ma viene definita come “incongruenza di genere” e inserita tra le condizioni correlate alla salute sessuale.

Questa nuova classificazione permette ai soggetti transgender di poter rientrare in programmi appositamente strutturati per l’affermazione del genere, di ricevere supporto sia fisico che psicologico nel caso di malattie sessualmente trasmissibili, abusi o stigmatizzazione. L’obiettivo, secondo le dichiarazioni dell’OMS, non è quello di escludere gli uomini e le donne, i ragazzi e gli adolescenti che rientrano sotto il grande ombrello del “transgender” – che nulla ha a che vedere con l’orientamento sessuale – ma riconoscerne i bisogni peculiari e far sì che venga data loro la giusta attenzione e assistenza per evitare qualsiasi forma di discriminazione.

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Bandiera transgender

Un bel traguardo, soprattutto alle porte del mese del Pride, almeno sulla carta. L’OMS, infatti, così come tutta la comunità LGBTIQ+, è ben consapevole che si tratti più di un punto di partenza che di una meta raggiunta. Questa nuova classificazione, nel lungo periodo, punta ad eliminare del tutto la presenza dell’identità transgender da qualsiasi capitolo dell’International Classification of Diseases. Tuttavia, questo passaggio attraverso l’ambito dell’incongruenza di genere si è rivelato necessario per aprire le porte di una discussione ben più ampia che mira a ridurre la vittimizzazione delle persone transgender e l’eliminazione degli stereotipi legati a questa realtà. Si tratta, inoltre, di una questione che riguarda la salute sessuale letta nel contesto del benessere fisico e psichico, vissuto e percepito in modo diverso in base all’orientamento sessuale e alla percezione personale della propria identità.

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Un passaggio graduale, una transizione lenta e guidata, probabilmente frustrante per chi la vive in prima persona e reclama solo la libertà di esprimersi per ciò che è, ma necessaria per combattere i pregiudizi radicati nei confronti della tematica gender e della comunità LGBTIQ+. Un dialogo, un confronto che, però, non si limita a questo ambito ma si apre al mondo del benessere sessuale come elemento essenziale per la salute di ogni singolo individuo e spesso lasciato da parte in nome di un superiore bene morale. Un successo per cui ognuno di noi dovrebbe festeggiare, un cambiamento per cui tutti dovremmo attivarci.


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