Dal riduzionismo storico ai negazionisti dell’Olocausto

Di Sara Sucato – “Perché tutti quanti sappiano ciò che è accaduto e mai possa più accadere. Viva Trieste, viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani, viva gli eredi degli esuli italiani e viva coloro che in ogni momento, indossando un’uniforme, difendono la patria ma difendono soprattutto i valori della nostra patria”. Questa, la chiosa finale del discorso del politico e giornalista italiano Antonio Tajani, attualmente presidente del Parlamento Europeo, in occasione della giornata del ricordo che si è celebrata il 10 febbraio 2019 a Basovizza, frazione di Trieste.

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Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani

Basovizza, in italiano. Bazovica, in sloveno. Toponimo bilingue che pone un’importante questione antropologica e storica. Anche questa frazione triestina, così come l’Istria, la Dalmazia e l’intera Venezia Giulia, non è mai stata interamente italiana, serba, croata o slovena. Un esempio, non perfetto, di melting pot. Un coacervo di ceppi linguistici e culturali, spesso influenzati e reciprocamente contaminati dalla presenza degli altri. Ecco perché questo discorso ha fatto storcere il naso ai premier della Croazia e della Serbia.

Le parole di Tajani hanno posto le basi per una revisione della storia che trascura la maggior parte degli elementi che hanno portato ai massacri delle foibe, uno tra i tanti il tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave della Venezia Giulia durante il Ventennio fascista.

L’eccidio voluto e incoraggiato dal maresciallo Tito non colpì solo gli italiani, ma qualsiasi oppositore o presunto tale del regime comunista. In questo senso, le violenze coinvolsero chiunque non simpatizzasse per il nuovo governo, né tantomeno il fatto può essere ricondotto ad una mera vendetta contro il fascismo, così come una tesi riduzionista degli storici della Jugoslavia vorrebbe. Non viene negato il massacro, ma ridimensionato e ricondotto ad un’altra sfera.

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Resti umani dalla foiba di Vines, Albona d’Istria (1943)

A ben vedere, non si trattò nemmeno di un tentativo di pulizia etnica, come il Ministro dell’Interno Matteo Salvini sembra suggerire nella stessa occasione, in un passaggio del suo intervento. I bambini massacrati nelle foibe e i bambini sterminati ad Auschwitz sono uguali, in quanto vittime innocenti e inconsapevoli. Tuttavia, il contesto e le ragioni culturali, antropologiche, storiche e sociali che hanno portato ai due eventi sono estremamente diversi e in alcun modo paragonabili, se non per la gravità e l’efferatezza delle violenze.

Siamo in presenza di una storia manipolata, riletta spesso con le lenti dell’occidente progredito, di un’Europa in cui proliferano le giornate della memoria ma che sta condannando la sua stessa storia per degli ideali politici. Su questa scia, si collocano i negazionisti. Delle foibe, dell’olocausto, dei genocidi che hanno causato la perdita di milioni di vite umane ma che, al contempo, sono stati trasformati nella rampa di lancio per il decollo del diritto internazionale. Quest’ultimo ha dedicato diverse convenzioni alle minoranze, ai popoli indigeni, al genocidio e ai crimini di guerra.

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Campo di concentramento, Bessarabia, 1941

Un falso, dunque, alla base della storia che determina gli equilibri mondiali? Per molti, sìScrittori, accademici, storici, giornalisti. Così come una (ingente?) fetta dell’opinione pubblica. C’è chi definisce la Shoah una menzogna, alla stregua di una leggenda. I lager, ambienti per sterilizzare i vestiti al fine di limitare la diffusione delle malattie tra i prigionieri di guerra. Hitler, poi, una grande personalità storica del XX secolo che si avvalse principalmente dello strumento propagandistico. Troppe persino le vittime dei campi di sterminio.

C’è poi chi sostiene che gli Alleati abbiano “gonfiato” i numeri e posto eccessiva enfasi sugli eventi solo per poter giustificare il proprio intervento con i conseguenti crimini commessi in guerra. Una totale rivoluzione della storia.

Viene da chiedersi se l’espressione di queste opinioni, che non tengono conto dei dati raccolti nel corso della storia ma solo di ciò che mancherebbe, conferme e testimonianze, possa esser fatta rientrare nella libertà di parola. Per alcuni sì, per il diritto che si ha a non considerare come vere informazioni preconfezionate. Per altri no, proprio perché quelle stesse informazioni sono state confutate e rese inconfutabili dall’evidenza storica e dalla ricerca.

Un dibattito acceso e sempre aperto, a tutti, forse a troppi. Anche a chi ha solo il desiderio di accendere la miccia del petardo e vedere come se la caveranno i topolini in gabbia.


 

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