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Un’economia più “civile”

Di Ugo Lombardo – L’economia moderna orientata, da un lato, verso l’incessante crescita del capitale economico e finanziario e, dall’altro, al successo personale, sta sempre più modificando i rapporti ed il loro contenuto relazionale, facendo dimenticare i confini tra successo lavorativo e felicità nella propria vita.

Spesso la logica per cui “lavoro di più, guadagno di più, e quindi sono felice” è ciò che oggi alimenta un sistema in continua frenesia, con il rischio di dimenticare l’importanza di alcuni valori che si manifestano solo in alcune nicchie della nostra economia. In tal senso, è da sottolineare l’importanza che, per alcune imprese, sta avendo l’economia civile. Con questo termine si intende un modo di pensare il sistema economico fondato su alcuni principi come:

  1. la reciprocità con riferimento al contenuto relazionale che i beni e i servizi hanno insito nel rapporto che si instaura tra chi li eroga e chi li riceve. Attraverso tale concetto si rende lo scambio di beni e servizi personale, significativo e, quindi, reciproco;
  2. la gratuità, che non è altruismo o filantropia, ma principio che porta ad accostarsi agli altri non in cerca di qualcuno da usare a proprio vantaggio, ma da trattare con rispetto in un rapporto di reciprocità;
  3. la fraternità che rende compatibile e legittima le diversità, consentendo a ciascuno di affermare la propria personalità e dignità in un contesto di parità. La fraternità, quindi, trasforma le diversità in unità.

L’economia civile, pertanto, facendo leva su questi principi, tenta di oltrepassare la supremazia del profitto o del mero scambio strumentale nell’attività economica e finanziaria. In tal senso, tale visione economica si propone come possibile alternativa a quella capitalista, dove il mercato è la principale istituzione necessaria per la produzione e distribuzione di beni. L’economia civile, quindi, cerca di sviluppare la concezione per cui una buona società è frutto sia di un mercato che funziona sia di processi che attivano la solidarietà da parte di tutti i soggetti, quasi come in una specie di “umanesimo del mercato”.

Per citare le parole di Matthew Rabin, giovane stella dell’Università di Harvard, «l’economia dovrebbe interessarsi non solo dell’allocazione efficiente dei beni materiali ma anche della progettazione di istituzioni nelle quali i soggetti sono felici di interagire tra di loro». Con queste parole si mette in evidenza il sentiero che l’economia moderna dovrebbe seguire, cioè non il profitto fine a se stesso, ma quello derivato dal benessere e dalla felicità di tutti coloro che fanno parte di un’impresa. In tal senso, il Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze ha messo in luce questa nuova via dell’economia.

Durante tale evento, infatti, sono state presentate delle storie di successi e fallimenti, di innovazione e visionarietà, di impegno e di sostenibilità di questa nuova visione economica. C’è l’impresa che attraverso la moda e la creatività, riciclando materiali di scarto, porta dignità e una professione alle donne in carcere oppure quella che produce generatori solari che, al contempo, depurano l’acqua e forniscono accesso ad Internet per le città del futuro.

Queste imprese hanno il loro fondamento nella ricerca dello straordinario, non accontentandosi, ma facendo fiorire persone, luoghi, idee e territori. Sono capaci di creare valore e non solo ricchezza. Sono imprese capaci di creare e distribuire valore condiviso che va oltre i confini dell’organizzazione, diffondendosi in tutto l’ambiente in cui operano, la cui principale tecnologia produttiva è fatta di “relazioni”. Ed è proprio la qualità delle relazioni che genera quel vantaggio competitivo che permette a tali imprese di sopravvivere.

Questa qualità è da intendersi non solo in termini di coesione sociale, ma anche di fiducia, produttività e benessere sia sociale che individuale, innovando il paradigma economico preminente, cioè il capitale fine a se stesso. Il senso d’innovazione, infatti, è quello per cui non solo cercano di dare risposte nuove a vecchie problematiche, ma vanno alla ricerca di nuove domande facendo emergere nuovi bisogni attraverso l’individuazione di interrogativi inespressi, cercando di coglierne il senso. Sono imprese che provano a spingere verso un cambio di paradigma, una mutazione culturale che si fonda sulle “piccole scelte quotidiane”, operando secondo uno schema ben preciso, cioè: suscitando piccoli cambiamenti, quotidiani, accessibili ma cumulativi. Sono proprio queste piccole scelte quotidiane che, nel tempo, possono diventare pensieri condivisi, schemi concettuali e, quindi, norme, convenzioni e codici valoriali comuni.

L’economia civile, e così anche le imprese “civili”, concludendo, operano con l’intento di creare una cultura della sostenibilità sociale e ambientale, attraverso i valori della fiducia e della reciprocità, generando modelli di consumo differenti, processi più sostenibili con prodotti più utili, ed infine, il benessere di chi lavora.


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