Italia vs Unione europea: prossimo incontro o rinnovato scontro?

Di Vincenzo Mignano – Il braccio di ferro Roma-Bruxelles, che ha visto come protagonisti la Commissione europea e il Governo italiano Lega-M5s, ha condotto ad un esito che, per le relative dinamiche di attuazione, è apparso alquanto scontato e preannunciato. La definitiva bocciatura della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) – avvenuta il 21 novembre scorso – ha svelato, infatti, quei connotati giuridici e, soprattutto, politici che, già nelle settimane precedenti, era possibile percepire e che hanno caratterizzato, in linea generale, l’intero sviluppo della vicenda.

Se, da un lato, la Commissione europea ha ritenuto giustificata, ai sensi dell’art. 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) l’apertura, contro l’Italia, di una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo e per violazione della regola del debito e delle raccomandazioni del Consiglio, dall’altro lato va segnalato che, forse, la medesima rigidezza applicativa avrebbe potuto realizzarsi con riferimento ad altri Stati membri, in considerazione dei relativi rapporti debito pubblico/Pil. Si pensi, a titolo esemplificativo, alla Grecia o al Portogallo che hanno archiviato il 2017 con un rapporto pari, rispettivamente, al 177% e al 129%.

All’interno di tale contesto, le dichiarazioni rese dagli esponenti delle contrapposte fazioni istituzionali hanno contribuito notevolmente a compromettere il dialogo, determinando delle conseguenze anche nell’ambito dei mercati.

Il Commissario europeo agli affari economici, Pierre Moscovici, a tal proposito, si è espresso sulla manovra finanziaria, ritenendola un contenitore di «rischi per l’economia, le imprese, i risparmiatori e i contribuenti». A ciò si aggiunge quanto dichiarato dal Vicepresidente responsabile per l’Euro,Valdis Dombrovskis, il quale ha rimarcato la posizione della Commissione europea, sottolineando come «il criterio del debito dovrebbe essere considerato come non rispettato», alla luce di quanto stabilito dai Trattati, e che il documento programmatico di bilancio rappresenta una «violazione particolarmente grave rispetto alle raccomandazioni» indirizzate all’Italia.

Dal canto loro, gli esponenti del Governo Lega-M5s non hanno tardato a rispondere a tono, marcando, ancora una volta, la solidità finanziaria della manovra e dichiarandosi fiduciosi sulla futura crescita del Paese: emblematico il commento del Vice premier, Matteo Salvini, il quale, pur affermandosi disposto al confronto, ha ritenuto irrispettosa l’ipotesi che possano arrivare «sanzioni per una manovra di crescita ad un Paese che è tra i primi contribuenti dell’Unione».

Nodo nevralgico per gli sviluppi delle relazioni Roma-Bruxelles è stata la cena di lavoro, svoltasi il 24 novembre scorso, tra il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, accompagnati rispettivamente dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, e dagli stessi  Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis. Come si poteva desumere dalle posizioni assunte dalle parti nelle ultime settimane, scopo dell’incontro è stato il tentativo di ricercare una trattativa utile ad evitare la procedura di infrazione, ma, nonostante si sia trattato di un primo passo verso un dialogo concreto, le posizioni sono rimaste distanti, specie in considerazione della – seppur minore – rigidezza dei leader del Governo Lega-M5s; minore rigidezza, questa, manifestatasi nella possibilità di modificare l’obiettivo di deficit dell’Italia per il prossimo anno.

A creare maggiore instabilità in un contesto già precario si è prestata Bankitalia, la quale, lanciando l’ennesimo monito all’esecutivo giallo-verde, ha sottolineato che «l’aumento dei tassi di interesse sul debito può far saltare i conti» e «il rialzo registrato da maggio rischia di vanificare l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio», come si può dedurre dal rapporto sulla Stabilità finanziaria. Nello specifico, l’effettivo impatto della manovra finanziaria dipenderà «dal mantenimento della fiducia degli investitori».

Le dinamiche sino ad ora descritte sembrerebbero suggerire uno scenario che, pur presentando degli elementi lievemente vicini al concetto di dialogo, ancora soffre di quelle concezioni politiche e di opportunismo, per le quali non basta semplicemente interrogarsi su quali siano le norme da applicare al caso concreto o il regime delle competenze da seguire, ma occorre altresì leggere in chiave critica gli sviluppi del dibattito, imparando ad eclissare gli interessi nazionalisti e perseguendo l’idea della cooperazione tra i vari livelli istituzionali. La domanda rimane la stessa: scontro o incontro?


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