Manifesta 12, la biennale delle aspettative

Di Soraja Fiotti – Lo scorso 4 Novembre si è conclusa a Palermo la 12ª edizione della Biennale d’arte contemporanea Manifesta. Con una tavola rotonda, tenutasi al Teatro Garibaldi, è stato fatto un bilancio della situazione post-evento. Oltre 480 mila visite e 200 mila visitatori in 145 giorni di apertura, poco più di quattro mesi e (è il caso di aggiungere) con costi che superano i 4 milioni di euro. 

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Hedwig Fijen, direttrice della manifestazione ha dichiarato ‹‹In questa edizione Manifesta ha imparato tanto da Palermo, è stata un’edizione speciale››. Dal canto suo, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando sostiene che: ‹‹Dallo Zen a Romagnolo Manifesta 12 ha rappresentato un momento di grande coinvolgimento dei cittadini e del territorio in un processo di costruzione della comunità locale. Un processo che ha messo al centro l’arte come strumento di sviluppo e crescita sociale. garibaldiAl di là dei numeri, comunque lusinghieri, i mesi in cui Manifesta è stata preparata e vissuta a Palermo con migliaia di cittadini, studenti, insegnanti e operatori sociali resteranno nella storia, anche grazie a quegli interventi/installazioni come il giardino dello Zen, che rimangono ora come luoghi e strumenti di nuova socialità e nuova cultura››. 

Sin dalla sua apertura Manifesta 12 è stata presentata come un’occasione unica per rilanciare la città, con un programma che aveva l’ambizione di cambiare le sorti dei cittadini palermitani e che avrebbe creato nuove opportunità. In realtà, la sensazione è quella che la maggior parte dei palermitani nemmeno sapesse dell’esistenza della biennale; e se partiamo dal presupposto che neanche un artista del luogo ha preso parte attiva alla manifestazione, non è difficile credere che i non addetti ai lavori non ne abbiano avuto percezione. La città, a sua volta, è stata usata come uno scenario, un palcoscenico, in altri termini, come un vuoto da riempire.

È vero, il comune e l’organizzazione hanno coinvolto quasi tutti i quartieri della città, dalla cosiddetta Palermo-bene alla Palermo-dimenticata, ma in realtà quasi nessuna delle opere si è integrata con il contesto. Le analisi ottimistiche non hanno tenuto e non tengono conto di alcune problematiche, più radicate di quelle emerse in prima istanza.

DutchCulture_Manifesta_PatriciaKaersenhout_DezielvanzoutSe da un lato si lamenta l’assenza di figure professionali adeguate all’evento, la scarsa conoscenza della lingua inglese, la difficoltà riscontrata per raggiungere alcuni siti, o ancora la mancanza di un’organizzazione strutturata (che ha dato la sensazione che tutto sia stato improvvisato), dall’altro non bisogna dimenticare che questi problemi sono solo la punta dell’iceberg. Ci sono falle molto più profonde che non possono essere risanate con il potere magico dell’arte contemporanea.

Come scrive il critico d’arte Marcello Faletra: ‹‹La globalizzazione della cultura o l’estetica colonialista arriva al punto di “comunicare” la propria azione “sensibile” con dépliant dove la lingua è perentoriamente l’inglese. In luoghi dove a stento si parla la neolingua italiana promossa dal gergo televisivo, l’uso dell’inglese costituisce un rapporto autoritario […]››. E ancora ‹‹La sua ideologia (di Manifesta) sta nell’arte a domicilio, che coniuga assistenzialismo estetico e miseria, per un turismo intellettuale che assapora il tratto esotico di un luogo nel quale si possono ammirare, come in un set cinematografico, i palazzi bombardati della Seconda guerra mondiale››. 

Insomma, tante aspettative, ma solo per pochi illusi. O meglio, per pochi eletti. Il mercato ha sicuramente tratto un discreto giovamento da Manifesta. L’afflusso massiccio di personalità di spicco nel collezionismo nazionale e internazionale ha senza dubbio fatto crescere le percentuali di acquirenti delle gallerie locali – un esempio su tutti, la galleria FPAC ha incrementato del 70% il numero dei nuovi collezionisti. (E, a voler essere sinceri, anche la ristorazione ha tratto i suoi vantaggi, sembra che a Palermo osservare un’opera d’arte mentre si addenta un’arancina, possa aiutare la comprensione).

Ma del resto, quello che è mancato sono proprio le promesse iniziali: il coinvolgimento dei cittadini, il tentativo di comprendere un territorio di difficile lettura e l’approccio concreto con una realtà spesso delicata; Manifesta ha dimenticato di fare i conti con il reale, nascondendosi dietro la retorica dell’arte salvifica. In risposta alle dichiarazioni del sindaco Orlando, mi chiedo: così come due alberi non riqualificano lo Zen, come può una biennale di arte contemporanea cambiare la storia di una città come Palermo?


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