Evrim, Beritan e il coraggio delle donne turche

Di Alessandra Fazio – È la Turchia a fare da sfondo all’ennesima violazione dei diritti umani, delle donne soprattutto. Sì, perché quando si tenta, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di frenare qualunque tentativo di informazione e qualunque attività di stampa diretta a raccontare le storture di uno Stato, si commette un reato, ma ancor prima una violazione di diritti, che in quanto tale non dovrebbe sussistere. Non ai nostri giorni, almeno. Non col grado di civilizzazione che l’essere umano ha raggiunto col trascorrere del tempo.

Eppure non è così. Non lo è in alcuni Stati nei quali continua a sussistere un atteggiamento di chiusura nei confronti di ciò che non viene e non vuole essere compreso. Evrim, Beritan  e altre 30 giornaliste, esclusivamente donne appunto, curde e non, hanno sfidato il governo Erdogan aprendo, l’8 marzo del 2012 (data certamente non casuale) un’agenzia di stampa, la Jinnews, 267991diretta a mostrare, soprattutto alle donne, le continue discriminazioni che le stesse subiscono, le violenze domestiche che sono costrette quotidianamente a vivere, che vanno oltre le diversità etniche e religiose, e che proprio per questo possono essere superate lottando insieme contro un sistema che le fa emergere anziché reprimerle.

Evrim, Beritan e le loro colleghe sono donne, piene di paura, donne come le altre; ma ciò che le contraddistingue, in un contesto come quello nel quale si trovano a lavorare e a propagandare le loro idee, che dovrebbero essere poi idee universali, è il fatto che hanno avuto e continuano ad avere  il coraggio di parlare, di non subire gli eventi, di non stare a guardare. Sono donne che pur essendo state denunciate, arrestate, ancora sperano e, soprattutto, credono che le cose possano cambiare, che la violenza possa morire.

zehra-dogan-2Il governo turco le ha costrette a chiudere la prima agenzia, la Jihna Haber Ajans e il quotidiano Gujin.  Una di loro, Zerha Dogan è stata arrestata, accusata di far parte di un gruppo terroristico, solamente per aver ritratto la distruzione della città di Nusaybin.

Tutto questo non è altro che il riflesso di un governo malsano che mira ad imporre i propri principi sulla base di una violenza che distrugge alla base l’evoluzione di pensiero, e alla quale vengono assoggettati tutti coloro che non condividono le idee del governo.

Il colpo di Stato, avvenuto nel 2016, tendente a sovvertire l’ordinamento, e la sua repressione hanno, al contrario, rafforzato la posizione di Erdogan e del suo governo, scoraggiando ulteriori tentativi di ribellione. La società è lo specchio di tale governo conservatore, che fa si che il lavoro di un giornalista venga visto come un affronto allo stesso, che dà poco valore alle donne, che frena sul nascere qualsiasi idea o principio che lo contraddica.

Tutto questo è assurdo se pensiamo che proprio ad Istanbul è stata firmata nel 2011 un’importante Convenzione, ovvero la Convenzione  del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, comunemente nota come Convenzione di Istanbul, appunto, il cui scopo è quello di prevenire la violenza e non lasciare impuniti i colpevoli.

Così assurdo, eppure cosi reale. Una realtà cruda e amara che tuttavia non ha scoraggiato Evrim e le sue colleghe, che non si sono mai arrese e che cercano di diffondere, per quanto sia possibile, un messaggio che vada oltre la ribellione, la non accettazione della violenza. Un messaggio col quale si intende avviare una vera e propria campagna di sensibilizzazione, un percorso educativo vero e proprio, che consenta alle persone di svegliarsi, di non arrendersi, di porre le basi per la creazione di un nuovo governo che assicuri alle vittime di violenza una tutela e una difesa vera. Non che regali utopie.


 

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