L’oasi di dolore del Ghouta orientale

Di Gaia Garofalo – La mattina del 21 agosto del 2013 il Ghouta è stato colpito da missili superficie-superficie contenenti l’agente chimico sarin; questo è stato uno dei tanti – troppi – episodi di terrore umano del potere che sta attraversando la Siria. Cinque anni dopo, il Ghouta e chi vi abita per misera sopravvivenza, non ha ancora pace.

Soltanto nelle ultime 48 ore, viene riportato che almeno 300 persone – tra cui 72 bambini – sono state uccise e non si intravedono segnali di speranza che possano far pensare a una fine dei bombardamenti che hanno distrutto le abitazioni costringendo la popolazione a rifugiarsi nei sotterranei. Secondo quanto riferito dai partner locali di Save the Children, inoltre, 4 ospedali – tra cui una clinica per la maternità – sono stati colpiti da un attacco.

Le strade sono deserte, fatta eccezione per le ambulanze che riempiono ogni angolo perduto ed ogni orecchio vicino alle sirene frastornanti, trasferendo i feriti in cliniche di fortuna. In alcune parti del Ghouta orientale la distruzione ha raggiunto livelli talmente alti da superare tragicamente quelli registrati durante la crisi di Aleppo nel 2016.

«La situazione è a dir poco terribile. Gli attacchi aerei non si sono fermati neanche per un secondo durante tutta la notte. Sono uscito molto presto al mattino per cercare del pane. In tutto il Ghouta c’è solo un panificio in funzione, ma c’erano più di 500 uomini in attesa e non sono riuscito a prendere il pane. I bambini non hanno mai provato così tanta paura, durante la notte si sente continuamente il loro pianto impaurito. Le madri vivono nel terrore e non riescono a dormire. Ieri il Ghouta era completamente al buio, non c’era neanche una lampadina accesa, neanche una luce. La popolazione chiede l’intervento delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni. Non vogliamo altro che la fine dei bombardamenti e degli attacchi», ha raccontato un portavoce di Syria Relief, partner di Save the Children.

Le recenti immagini dal satellite del quartiere Ein Terma nel Ghouta orientale, dove si trovano ancora 18.500 persone, mostrano che il 71% degli edifici è stato distrutto o danneggiato, mentre a Zamalka, altro grande quartiere, questa sorte è toccata al 59% delle costruzioni. Inoltre da almeno due anni mancano acqua ed elettricità.

Migliaia di famiglie, in questo momento, sono costrette a passare i giorni nel tentativo di ripararsi dai bombardamenti. Qui 4.100 famiglie stanno attualmente vivendo in seminterrati e rifugi sotterranei, più della metà dei quali privi di acqua potabile, servizi igienici e sistemi di ventilazione, dove i bambini sono esposti al rischio di contrarre malattie.

In vista della riunione, questa settimana, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere della crisi in corso, Save the Children chiede con urgenza un immediato cessate il fuoco. Si sta consumando l’orrore di una delle peggiori stragi del conflitto e anche sul fronte degli aiuti umanitari la situazione è drammatica. La tregua armata per consentire l’arrivo di medici, soccorritori e beni di prima necessità non ha funzionato.

A Ghouta è stata tolta l’oasi antica che è stata per secoli. Non vi è più acqua in quelle terre, se non lacrime. «Abbiamo visto bambini morire nelle nostre mani a causa di gravi ferite quando sono arrivati tardi all’ospedale», ha dichiarato alla Dpa Mohammed, medico in uno degli ospedali del Ghouta orientale. Secondo il medico, almeno quattro ospedali della zona sono stati presi di mira lunedì sera. «Perché il mondo è ancora in silenzio? Questo non è un film, questa è la realtà», ha aggiunto Mohammed, auspicando l’intervento della comunità internazionale. E questa non è solo una domanda scomoda, ma un interrogativo sul mondo contemporaneo. Come definiamo il silenzio? Com’è che il mondo è in silenzio quando l’eco di dolore ci pervade?  Davvero tutto ciò ci è così lontano e distinto?


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