Ai Weiwei sceglie Palermo per la sua Odissea umana

Arriviamo con un mare di folla – penso che sia normale – per un’artista così importante e significativo soprattutto in questi giorni, in questi anni. Nell’arco di questo mese siamo stati bombardati da gif e immagini che ci hanno preannunciato l’opera che avremmo visto allo ZAC (Zisa Arti Contemporanee), ma nulla ci ha fatto immaginare nulla del genere pur conoscendo l’operato complessivo dell’artista.

Si aprono le porte, e troviamo un piccolo ingorgo. I ragazzi del servizio di accoglienza e della mediazione consegnano dei sovrascarpe di colore blu. Sporgendomi un poco realizzo la maestosità. Tolgo le scarpe (non avevo alcuna intenzione di perdermi la sensazione di quel contatto!) e mi avvicino. Appoggio un piede sull’immensa installazione che ricopre tutta la pavimentazione dello spazio. Odore di plastica e all’inizio uno strano silenzio, teste chinate. Odyssey è tutta da scoprire: percorro tutto lo spazio avanti e indietro nella parte centrale per registrare un video che documenti la serie di citazioni che attraversano tutta l’istallazione.

Le immagini che vengono fuori una dietro l’altra, in richiamo della modalità dei social media, si propongono brutali ma pulite, strazianti ma tecnicamente semplificate. Gli striscioni rovesciati leggibili correttamente facendosi un selfie – cosa che mi ha praticamente paralizzata – lasciano pensare alla spietatezza del selfie come testimonianza di un dato posto, di un qualsiasi momento, che si tratti di una festa o di una tragedia. Le immagini distese sul pavimento raccontano la crisi dei rifugiati, soggetto che Ai Weiwei analizza già da anni nel suo progetto artistico nato nel 2015.

Militarizzazione, fuga, migrazione. Tematiche che l’artista conosce bene, essendone stato testimone e protagonista nel suo paese, in Cina “ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del Partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa […]. È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava”.

L’interesse da parte dell’artista nasce nel 2011 – quando viene arrestato per ottantuno giorni dal Ministero della sicurezza di Stato cinese – ma può concretizzarsi solo quando torna in possesso del suo passaporto, nel 2015, visitando campi profughi di diversi paesi (Grecia, Turchia, Libano, Giordania, Israele, Gaza, Kenya, Afganistan, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Messico). Nel corso del 2016 Ai Weiwei gira un documentario sulla situazione mondiale dei rifugiati.

L’utilizzo della carta da parati per Odyssey” come spiega l’artista “è collegato al desiderio di trovare un linguaggio visivo che tragga ispirazione dai disegni, dalle incisioni, dalle ceramiche e ai dipinti murali delle antiche civiltà greche ed egizie”. Le immagini prendono spunto da eventi del vecchio testamento, intrecciate con immagini tratte dai social media e da internet. Il disegno nasce dopo più di sei mesi di lavoro, e include sei temi: la guerra, le rovine dopo i conflitti, il viaggio dei rifugiati, la traversata del mare, i campi profughi, le manifestazioni e le proteste.

Odyssey è un percorso a piedi nudi che risulta, qualora non fosse per rovinare la carta, un modo per spogliarci di un elemento che spesso rispecchia il nostro status o la nostra condizione (di certo non di fuga, lontana dalla privazione del superfluo). Quel “senso borghese” di libertà nel camminare a piedi scalzi si tramuta in scomodità: il pavimento è duro, non è un prato soffice e accogliente. Stare scalzi rende tutti noi performers inconsapevoli che migrano da un’ immagine all’altra. Noi, i colpevoli.

Virginia Monteleone


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